3 Ottobre Ott 2018 0557 03 ottobre 2018

I bombardamenti angloamericani di Dresda fecero più vittime della bomba atomica

La maggior parte degli storici tende a minimizzare la gravità dei raid aerei su Dresda del febbraio 1945 nei quali morirono almeno 135.000 persone. La sua distruzione cancellò quasi otto secoli di storia insieme a buona parte dei suoi abitanti

Dresda Linkiesta
MONIKA SKOLIMOWSKA / DPA / AFP

Un estratto da "Biografia non autorizzata della Seconda Guerra Mondiale" di Marco Pizzuti:

Nel febbraio 1942 Arthur Travers Harris venne nominato comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force e in poco tempo passò alla storia come «Butcher Harris» (Harris il Macellaio) per avere raso al suolo quarantacinque delle principali città tedesche. Durante il suo mandato, infatti, gli angloamericani diedero il via ai bombardamenti a tappeto sulle più grandi città della Germania senza alcuna distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile, perché lo scopo delle missioni era abbattere il morale tedesco e decimare la forza lavoro dell’industria bellica.

Il 24 luglio 1943 Harris diede avvio all’Operazione Gomorra, che durò cinque giorni, durante la quale i bombardieri angloamericani distrussero la città di Amburgo: i loro attacchi multipli non si limitarono a colpire le installazioni portuali, le fabbriche e i presidi militari, ma si accanirono soprattutto contro i quartieri residenziali dove trovarono la morte almeno 45.000 civili. Dopo Amburgo fu la volta di Kassel (in cui persero la vita 10.000 civili), Chemnitz, Berlino, Norimberga e Colonia. Nel febbraio 1945 la stessa sorte toccò alla città di Dresda, che fino a quel momento era conosciuta in tutto il mondo come la Firenze dell’Europa orientale per numero di opere d’arte e patrimonio architettonico. La sua totale distruzione da parte degli aviatori angloamericani cancellò dalle mappe quasi otto secoli di storia insieme a buona parte dei suoi abitanti.

Ciononostante, la maggior parte degli storici tende ancora a minimizzare enormemente la gravità di quanto accaduto, confidando nella correttezza degli argomenti utilizzati dagli uffici d’informazione bellica alleati: la presunta presenza di importanti obiettivi militari e la supposta esagerazione del numero delle vittime da parte dei tedeschi a scopo propagandistico. Tale atteggiamento apologetico rispetto alla condotta bellica degli Alleati non sembra tenere conto del fatto che da diversi decenni è stata dimostrata la totale assenza di obiettivi militari a Dresda nel 1945. Il conteggio dei morti, inoltre, si è rivelato eccessivamente ottimistico, poiché non si è considerato che in quel periodo la città era sovraffollata da centinaia di migliaia di pro fughi civili.

Il rapporto ufficiale stilato il 22 marzo 1945 dal colonnello Grosse per conto dello Stato maggiore tedesco menzionava il recupero di 202.040 salme, principalmente di donne e bambini (gli uomini erano quasi tutti occupati al fronte o nelle fabbriche sparse per la Germania), e prevedeva che il loro numero sarebbe salito ad almeno 250.000.22 Tale rapporto è stato bollato come mera propaganda nazista dai governi alleati, che avevano tutto l’interesse a minimizzare l’entità della strage, ma secondo le stime più imparziali e realistiche effettuate dagli storici che hanno riesaminato la dinamica dei raid aerei e il numero di residenti effettiva mente presenti in città durante i bombardamenti, a Dresda morirono almeno 135.000 persone.

Ciò significa che, se gli storici «revisionisti» (etichetta usata per screditare gli studiosi autori di rivelazioni scomode) hanno ragione, alcuni bombardamenti a tappeto degli angloamericani ebbero effetti addirittura più devastanti dell’ordigno atomico sganciato su Hiroshima (78.000 vittime, poi aumentate notevolmente per gli effetti delle radiazioni). La controversia sul numero delle vittime di Dresda è ancora aperta, e molto probabilmente non si arriverà mai a una stima definitiva condivisa da tutti gli storici, e l’unico fatto certo è che si trattò di un’ingiustificabile strage di ci vili tedeschi perpetrata a guerra ormai conclusa (Alleati e sovietici si erano già accordati sulla spartizione del paese).

Nel frattempo, quindi, per poter comprendere come andarono veramente le cose al di là delle versioni ufficiali troppo accomodanti con i vincitori, non resta che riassume re quanto emerso dai documenti storici, dalle statistiche e dalla ricostruzione degli eventi effettuata da Arthur Harris (ex comandante in capo della RAF), corroborata dalle centinaia di testimonianze degli stessi aviatori alleati che parteciparono ai bombardamenti. I raid aerei alleati, invece di colpire solo il comando locale della Wehrmacht, si concentrarono contro le abitazioni civili del centro storico distruggendo 24.866 case su un totale di 28.410 e radendo al suolo un’area di 28 km2 in cui vi erano 72 scuole, 22 ospedali (il più grande complesso ospedaliero della Germania centrale), 19 chiese e 5 teatri.

Secondo la versione dei governi alleati, durante il bombardamento di Dresda vennero uccise al massino 25.000 persone. Tale cifra, però, è altamente improbabile, perché un centro storico cittadino di soli 15 km2 ospita mediamente 85.000 persone e, come detto, nei giorni dei tre raid aerei la città era stata presa d’assalto dai profughi della Slesia, della Prussia Orientale, di Berlino e della Pomerania. Circa un mese prima dell’attacco, il 16 gennaio 1945, la Wehrmacht richiese l’evacuazione entro 7 giorni di vaste aree troppo vicine alla linea del fronte. L’ordine di evacuazione costrinse 7 milioni di tedeschi ad abbandonare le proprie case e a fuggire verso ovest con tutto ciò che potevano trasportare a piedi o su carri di legno trainati da cavalli.

Si trattò di una marea umana composta prevalentemente da donne, bambini e anziani che si ritrovarono improvvisamente a dover dormire all’aria aperta ed esposti alle intemperie del rigido inverno con temperature sotto zero. Migliaia di essi perirono di stenti e malattie durante l’esodo, mentre la maggior parte si accampò nei centri urbani organizzati per il loro smistamento. Per tale motivo, la città di Dresda, che prima della guerra aveva una popolazione di 630.000 abitanti, nel febbraio 1945 ospitava diversi centri di accoglienza per bambini evacuati, un enorme numero di profughi e molti lavoratori forzati di diverse nazionalità, che si assommavano ad alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra alleati e russi.

Nel complesso, quindi, i residenti effettivi di Dresda ammontavano a circa 1 milione 300.000.27. Il massiccio attacco aereo alleato che ridusse in cenere la città stracolma di profughi ebbe luogo nella notte tra il 13 e il 14 febbraio, con due diversi raid programmati per susseguirsi uno all’altro con un intervallo di 3 ore. Nell’incursione vennero impiegati ben 1400 velivoli e il passaggio del primo raid doveva servire a confondere i pochi caccia intercettori notturni tedeschi rimasti per far credere che l’attacco principale era terminato. La pausa di 3 ore, invece, era stata appositamente studiata per far attecchire bene gli incendi e cogliere di sorpresa i soccorritori e le persone che uscivano dalle cantine credendosi in salvo.

Il Maresciallo dell’Aria Harris aveva calcolato che nel giro di 3 ore gli incendi sarebbero divenuti indomabili e le squadre antincendio del la Germania centrale avrebbero avuto il tempo per correre in aiuto della popolazione e penetrare nel cuore della città dove sarebbero stati massacrati dalle bombe del secondo raid alleato. Le fiamme degli incendi, inoltre, avrebbero reso la città ben visibile ai piloti dei bombardieri. I calcoli di Harris si rivelarono giusti, perché tutto andò come previsto. Per questo motivo, la seconda incursione fu particolarmente devastante e le bombe incendiarie ad alto potenziale incenerirono quasi all’istante i corpi dei residenti colpiti, rendendo impossibile qualsiasi conteggio esatto delle vittime.

Al bombardiere guida alleato a cui era stato affidato il delicato compito di individuare con precisione gli obietti vi da colpire venne detto che lo scopo della missione era interrompere la ferrovia e altre importanti linee di comunicazione che passavano attraverso Dresda, ma nel settore indicato i piloti non trovarono nessuna delle 18 stazioni ferroviarie che avrebbero dovuto distruggere, perché il vero scopo era radere al suolo le abitazioni per abbattere il morale della popolazione tedesca e mostrare «i muscoli» ai sovietici con cui erano già in trattativa per la spartizione dell’Europa. L’infernale pioggia di bombe incendiarie surriscaldò l’aria e creò fortissimi vortici in grado di risucchiare dentro il fuoco la folla di persone in fuga. Nonostante la città fosse stata trasformata in un immenso e spaventoso falò visibile da 320 km di distanza, non fu colpito nessuno dei pochi obiettivi militari esistenti, come il vicino aeroporto (con molti apparecchi della Luftwaffe a terra) o il ponte ferroviario di Marienbrücke sull’Elba.

Quando le prime squadriglie di bombardieri pesanti arrivarono su Dresda, trovarono il cielo illuminato dalle luci abbaglianti dei bengala di segnalazione lanciati dagli aerei più piccoli e veloci alla testa della formazione (gruppi di «localizzatori» equipaggiati con velivoli Mosquito) per indicare i bersagli con estrema precisione. I tedeschi vennero completamente colti di sorpresa perché non poteva no immaginare che lo scopo della missione alleata fosse quella di bombardare una città di smistamento profughi come Dresda. Di conseguenza, fino agli ultimissimi minuti venne allertata solo la popolazione di Lipsia, cosicché i residenti della città non ebbero neppure il tempo di mettersi al riparo nelle cantine.

Tale circostanza, quindi, non può che aver fatto salire il numero delle vittime ben oltre quello indicato dai rapporti ufficiali alleati, mentre i La caster con il loro carico di bombe furono liberi di girare ben 130 metri di pellicola (attualmente conservati presso gli archivi cinematografici dell’Imperial War Museum di Londra) sulla città in fiamme senza venire sfiorati da un solo proiettile nemico.

Gli stessi equipaggi angloamericani erano stati tratti in inganno dalle informazioni fuorvianti dei loro comandi e rimasero stupiti quando si accorsero che la città era priva di difese e non vi era alcuna traccia di obiettivi militari di qualche rilevanza. Ecco, ad esempio, come vennero informati i piloti del 3° Gruppo bombardieri: «Il vostro gruppo attaccherà il quartier generale dell’esercito tedesco a Dresda». Altri equipaggi, invece, testimoniarono di aver ricevuto l’ordine di bombardare la «città fortezza» di Dresda, mentre ad altri ancora venne riferito che avrebbero dovuto distruggere i grandi depositi tedeschi di armi e di provviste utilizzati dai tedeschi per l’approvvigionamento del fronte orientale. Ad alcuni ufficiali fu addirittura raccontato che l’obiettivo era il comando della Gestapo, un grande stabilimento di gas venefici, uno snodo ferroviario nevralgico o un centro industriale dove venivano fabbricati motori elettrici e munizioni. Pertanto, quasi nessun pilota sapeva che, in realtà, avrebbe bombardato una città d’arte priva di difese e stracolma di profughi disperati.

Il colonnello H.J.F. Le Good documentò la totale assenza di difese a protezione della città nel suo rapporto di servizio: «1314 febbraio 1945, Dresda. Sereno sopra il bersaglio, praticamente l’intera città in fiamme. Niente contraerea». Paradossalmente, inoltre, lo scalo ferroviario a sudovest della città, che poteva essere di qualche interesse militare, venne lasciato quasi indenne. I bombardieri alleati vennero caricati per il 75 per cento con bombe ad alto potenziale incendiario e per il resto con bombe dirompenti. Queste ultime furono impiegate per di struggere i tetti, le porte e le finestre, mentre le prime furono sganciate subito dopo per appiccare gli incendi attraverso ogni varco aperto.

Dresda era una magnifica città d’arte con secoli di storia e caratterizzata da costruzioni parzialmente in legno, che iniziarono ad ardere come tizzoni all’arrivo delle prime bombe incendiarie. Il «localizzatore» del Mosquito inviato in avanscoperta per ispezionare la città e sganciare le bombe di segnalazione manifestò subito tutto il suo imbarazzo nel constatare la totale assenza dei riflettori e dei cannoni leggeri della contraerea. L’olocausto di Dresda, però, non era terminato, e il 14 febbraio 1945 i resti della città ancora in fiamme e oscurati da un fungo di fumo alto 5 km vennero nuovamente bombardati da 450 fortezze volanti americane. La terza incursione avvenne di giorno su una città già ridotta in macerie e abitata solo dai morti. L’unico effetto che ottenne fu quello di «ripulire» la città fantasma dai cadaveri delle vittime non ancora completa mente inceneriti. Molti dei sopravvissuti che si erano rifugiati nelle cantine persero la vita come topi in trappola, mentre tanti anziani preferirono morire in casa piuttosto che cercare di salvarsi correndo tra le fiamme. Il giorno dopo le incursioni aeree, la temperatura all’interno di molti rifugi era ancora così elevata che nessuno dei soccorritori poté entrarvi.

Anche ai piloti del terzo raid alleato venne detto che avrebbero dovuto bombardare importanti installazioni ferrovia rie difese dalla contraerea e alcuni piloti dei caccia di scorta si gettarono in picchiata per mitragliare i mezzi di trasporto delle colonne dei civili tedeschi in fuga. Una volta terminato l’ultimo attacco, le linee ferroviarie (che avrebbero dovuto essere l’obiettivo militare più importante) avevano subìto lievi danni e furono riparate in soli due giorni, mentre l’affollato aeroporto di DresdenKlotzsche non era sta to neppure sfiorato dalle bombe.

I residenti morirono nei modi più diversi: alcuni aveva no il corpo ricoperto di ustioni, altri erano stati sepolti dal le macerie. Alcune vittime sembravano tranquillamente ad dormentate, altre avevano il volto straziato dal dolore ed erano state quasi denudate dagli uragani artificiali d’aria rovente scatenati dalle bombe incendiarie. I cadaveri dei profughi avevano indosso solo pochi stracci, che facevano da stridente contrasto con i vestiti eleganti dei cittadini sorpresi dalla morte mentre uscivano da teatro. L’immenso calore aveva fuso le grandi vetrate e l’asfalto che, sciogliendosi, avevano inglobato al proprio interno diverse persone, fino a formare un’unica massa informe. Di moltissime altre, invece, non era rimasta che la cenere.

Il 22 febbraio 1953 uno scottante editoriale dell’autorevo le «Süddeutsche Zeitung» di Monaco criticò aspramente le ragioni ufficiali di quella strage di innocenti: la spiegazione [da parte del Dipartimento di Stato ameri cano] secondo cui Dresda sarebbe stata bombardata in seguito alle istruzioni sovietiche, per ostacolare l’invio di truppe di rinforzo attraverso la città, è in lampante contraddizione con i fatti. La ferrovia tra Dresda e la frontiera cecoslovacca (la sola in questione) passa fra una catena di montagne e il fiume Elba. Distruggere queste linee sarebbe stato facile per i bombardamenti mirati della RAF. Al contrario, si rimane stupiti per la straordinaria precisione con cui furono distrutte le zone residenziali della città, ma non le installazioni importanti. La stazione centrale di Dresda era piena di pile di cadaveri, ma le linee ferroviarie erano solo lievemente danneggiate e dopo una breve interruzione furono di nuovo in servizio.

Anche per storici americani e britannici di rilievo internazionale, come Gregory Stanton, Donald Bloxham e Antony Beevor, e per il tedesco Günter Grass, premio Nobel per la letteratura, il bombardamento di Dresda fu un vero e proprio crimine contro la popolazione inerme di una nazione già militarmente sconfitta. Peraltro, il giorno dopo l’ultimo bombardamento i comandi alleati smisero di inventare obiettivi militari per camuffare le loro vere intenzioni e ordinarono espressamente di colpire la popolazione: «Il vostro bersaglio di questa notte sarà Chemnitz. Attaccheremo i profughi che si sono rifugiati là, specialmente dopo l’attacco di Dresda di ieri notte». A un altro equipaggio venne detto: «Chemnitz è una città a circa 50 km a ovest di Dresda, ed è un bersaglio molto più piccolo. La ragione per cui andate là stasera è di finire di far fuori quei profughi che possono essere scappati da Dresda. Porterete gli stessi carichi di bombe, e se l’attacco di stanotte avrà lo stesso successo del precedente, non dovrete più recarvi a visitare il fronte russo».

Sin dalla fine del 1943, i caccia angloamericani approfittarono dello scarso livello di protezione delle città e delle campagne italiane e tedesche per gettarsi a volo radente al suolo e mitragliare qualsiasi cosa si muovesse, senzafare alcuna distinzione fra soldati, civili, anziani, donne e bambini. Il governo del Regno Unito negò ufficialmente che i propri bombardieri provocassero la morte in massa di civili te deschi e nel 1944 il 90 per cento dei cittadini britannici di chiarò di non essere a conoscenza dei bombardamenti a tappeto sui civili. In realtà, la maggior parte della popolazione del Regno Unito era compiaciuta dei risultati raggiunti dai bombardamenti terroristici sulle città tedesche come Colonia e Amburgo, e la sua unica preoccupazione erano eventuali rappresaglie di Hitler. Il 28 marzo 1945 Churchill prese le distanze dalla conduzione della guerra aerea e cercò di far passare i crimini di guerra per un’idea di Harris, il quale si difese in seguito affermando che «Churchill si era sempre adoperato con vigore affinché tutte le città tedesche venissero distrutte una dopo l’altra».

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