Man of the year
28 Dicembre Dic 2018 0600 28 dicembre 2018

L’uomo dell’anno 2018 è Donald Trump. E non è affatto una buona notizia

In un solo anno ha messo un freno alla minaccia nucleare nordcoreana, ha riscritto gli accordi commerciali di quasi tutto il mondo ed anche fatto piangere i bambini a Natale. Ma il presidente USA è anche e soprattutto un fenomeno culturale. E ci mostra quanto la nostra democrazia sia fragile

Trump_Linkiesta
SAUL LOEB / AFP

Mangiato il panettone, giunge come ogni anno l’ora di nominare l’uomo dell’anno. Per il 2018 è facile, non possono esserci dubbi: Donald Trump. Già si sente il brusio. Si vuole la brava persona, l’esempio positivo. Ragazzi, rassegnatevi: non c’è. Il Financial Times ha eletto George Soros, definendolo addirittura un paladino dei valori della democrazia liberale anche se, con le sue speculazioni, ha sprofondato le economie di un bel pò di Paesi in giro per il mondo e i risparmi di tanti milioni di persone. E Time ha scelto quattro giornalisti, persone eccellenti e coraggiose prese una per una ma che, messi tutti insieme, sembrano messi lì per dire “ci siamo ancora, contiamo, credete in noi”, quando dell’informazione tradizionale, ahimè, ormai non si fida più quasi nessuno.

Ma c’è qualcuno che nel 2018 abbia dominato la scena, americana e mondiale, più di Trump? No. Qualcuno che abbia influito sulle sorti di noi tutti quanto lui? Dopo il summit di Singapore (giugno) con il dittatore Kim Jong-un, che mette un freno alla minaccia atomica nordcoreana? Dopo la nomina del giudice conservatore Brett Kavanaugh alla Corte Suprema? Dopo la riscrittura degli accordi commerciali con Canada e Messico, con la Cina, con l’Europa? Dopo le elezioni di metà mandato, sconfitta o vittoria a metà che comunque trasforma il trumpismo da fenomeno occasionale in realtà politica? E ancora non basta per giudicarlo l’uomo dell’anno?

Nessuno, ovviamente, pensa che Trump sia un brav’uomo. E nessuno gongola nel vederlo alla guida dell’unica superpotenza mondiale. Ma è lì, seduto nella Casa Bianca. E se pensiamo alla telefonata di Natale con cui il Presidente fa piangere i poveri bimbi americani, svelando loro che credere in Babbo Natale è un pò da ciula, capiamo che Trump svolge un ruolo non tanto politico ma soprattutto culturale. Come ai bambini a stelle e strisce, anche a noi la rozzezza e la volgarità di Trump svelano ogni giorno tutta la fragilità dell’impalcatura di ottimi propositi e splendide intenzioni a cui ci appoggiavamo fino alla grande crisi globale del 2008. Quando è scoppiato il patatrac, tutto è andato a carte all'aria e, finita l’illusione del benessere facile e per tutti, siamo tornati alla beneamata clava.

Quando è scoppiato il patatrac, tutto è andato a carte all'aria e, finita l’illusione del benessere facile e per tutti, siamo tornati alla beneamata clava

Donald Trump non è la causa di tutto questo, ne è invece la conseguenza. Proprio come lo sono i leader dei movimenti e partiti cosiddetti “populisti” dai quali siamo ora così spaventati. Quando l’uomo bianco occidentale si è accorto che, sì, centinaia di milioni di asiatici uscivano dalla povertà assoluta ma lui non riusciva più a pagare il mutuo, ha chiamato Trump e quelli come lui per rimettere le cose a posto (si fa per dire). Accogliere i migranti è cosa buona e giusta, ma allora perché l’Europa non lo fa? Perché nella Ue si scannano anche solo per non doverne ospitare qualche centinaio? L’ambiente è da proteggere, chi può negarlo? Ma perché, caro Macron, devo pagare tutto io, il borghese piccolo piccolo con il gilet giallo, mentre i tuoi amici che possono permettersi le auto ibride stanno sereni e tranquilli? E la mia pensione, sempre più piccola e tardiva? E il mio ticket sanitario, sempre più caro? Di mio figlio disoccupato chi si preoccupa? E se ci affanniamo tanto a portare la democrazia agli altri, perché poi mettono le bombe qui, dove la democrazia c’è già?

L’incapacità delle strutture politiche tradizionali, e delle idee politiche tradizionali, nel rispondere a queste sfide epocali, e inedite dopo un ventennio di vacche grasse, ha spalancato la porta ai Donald Trump di tutto il mondo. Pensiamo in genere che loro siano il male, ma attenzione. Li curiamo secondo i principi dell’omeopatia, similia similibus curantur, “i simili si curino coi simili”. Ci inoculiamo piccole dosi di sovranismo, macronismo, populismo, nazionalismo, nella convinzione di rimediare così alla febbre vera. Dimenticando una cosa. L’omeopatia piace a molti ma è tuttora considerata una pseudoscienza. Trump, se proprio vogliamo farlo, non si cura similibus ma con gli opposti. Ad averne, ovviamente, la forza.

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