11 Febbraio Feb 2019 1100 11 febbraio 2019

Natalità in calo? La soluzione si chiama “modello Svezia” (e nessuno tocchi l’aborto)

Nel 2017 in Italia sono nati 458 mila bambini, meno della metà dei nati durante il “baby boom”. Un trend che, al contrario, la Svezia è riuscita a invertire con un massiccio investimento sulla spesa pubblica tra “bonus bebé”, congedo parentale e asili nido

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In Italia si fanno sempre meno figli e il trend non sembra destinato a invertire la rotta. Nel 2017 ha toccato un nuovo minimo storico con soli 458 mila bambini iscritti in anagrafe. Meno della metà delle nascite durante il “baby boom”, con 1.016 nuovi arrivati nel 1964. La soluzione? A detta del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, l’aborto sarebbe tra le cause principali di questa tendenza negativa tant’è che, poco dopo il suo arrivo a Palazzo Chigi, esortava lo Stato ad «aiutare le donne a non farlo».

Ma se si dà un’occhiata ai numeri nel contesto internazionale, appare evidente che più aborti non significa necessariamente meno nascite. Secondo dati Eurostat, infatti, rispetto a tutti gli Stati membri, i tassi di natalità netti più alti del 2016 sono stati registrati in Irlanda (13,5 per 1.000 residenti), Svezia e Regno Unito (11,8‰), e Francia (11,7‰). Al contrario i più bassi si registrano negli Stati membri del Sud, tra cui Italia (7,8‰), Portogallo (8,4‰) e Spagna (8,7‰). Analogamente, nello stesso anno il maggior tasso di abortività ogni 1.000 donne in età fertile (15-44 anni) si è registrato in Svezia (20,8‰), Regno Unito (15,6‰), Francia (14,9‰), mentre i più bassi in Italia (7,9‰), Portogallo (8,1‰) e Spagna (10,5‰).

C’è da dire che ad oggi, nessuno stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità superiore al cosiddetto “tasso di ricambio”, ovunque inferiore a 2,1 figli per donna - livello che garantirebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo. In questa stessa condizione si trovano quasi tutti i paesi dell’Ocse, benché l’entità del problema vari da paese a paese. Ma c’è un Paese che è riuscito a invertire il trend negativo meglio di tutti: la Svezia.

La Svezia ha speso per “social protection for family/children” il 3 per cento del Pil, contro l’1,8 per cento speso dall’Italia e il 2,4 per cento medio dei paesi UE; solo Danimarca, Germania, Finlandia e Lussemburgo hanno speso di più

Nonostante il paese scandinavo registrasse negli anni ’80 le stesse cifre a ribasso degli altri paesi, negli anni ‘90 si arriva a un punto di svolta (il tasso di fecondità è di 2,13), con l’adozione di misure di spesa pubblica per natalità particolarmente efficaci che guardano a tre fattori: quantità, qualità e stabilità. Soltanto nel 2016, secondo l’Osservatorio Conti Pubblici di Carlo Cottarelli (su analisi dati Eurostat), la Svezia ha speso per “social protection for family/children” il 3 per cento del Pil, contro l’1,8 per cento speso dall’Italia e il 2,4 per cento medio dei paesi UE; solo Danimarca, Germania, Finlandia e Lussemburgo hanno speso di più. In termini di euro pro capite, la Svezia si attesta su una spesa annua di circa 1.400 euro per persona, un valore quasi triplo rispetto a quello italiano (490 euro). Ciò significa che i benefici per le famiglie con figli assorbono il 10% della spesa pubblica totale svedese, contro il 6% dell’Italia.

Certo, la Svezia parte avvantaggiata per due ragioni: la prima è che il suo debito pubblico è molto più basso (38 per cento del Pil) e conseguentemente la spesa per interessi è limitata allo 0,4 per cento del Pil. L’Italia ha un debito che eccede il 130 per cento del Pil e una spesa per interessi del 3,7 per cento del Pil. La seconda è che in Svezia l’evasione fiscale è quasi inesistente, mentre da noi è intorno all’8 per cento del Pil. I vincoli di bilancio per la Svezia sono quindi molto meno stretti di quelli che gravano sull’Italia.

Ma a parte la maggiore quantità di risorse a disposizione, c’è un altro fattore che incide fortemente sul cambio di rotta. Ed è la qualità delle misure. Il “modello Svezia”, coerentemente con il modello scandinavo di welfare, si caratterizza per poche e semplici misure universalistiche, cioè rivolte a tutta la popolazione senza alcuna prova dei mezzi (salvo rare eccezioni). L’unica condizione prevista per poter richiedere il sostegno economico riguarda solitamente l’età del figlio a carico. Le prestazioni sono erogate in forma di sussidi monetari o di agevolazioni nella fruizione di servizi pubblici (per esempio asili nido o trasporto pubblico locale), mentre è da sottolineare la totale assenza di interventi dal lato della tassazione. Infine, sia gli importi sia la durata dei sussidi sono particolarmente generosi. Al contrario, il sistema italiano è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati, spesso riservate solo ai nuclei familiari in condizioni di disagio economico.

A differenzia di quanto avviene in Italia, la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale è molto elevata in Svezia. Nel 2016, ogni 100 fruitori 45 erano uomini, contro un valore del 17 per cento in Italia.

Se parliamo di “bonus bebè”, ad esempio, in Svezia le cifre si aggirano attorno ai 1.455 euro annui per ogni figlio al di sotto dei 16 anni; l’equivalente italiano - introdotto a partire dal 2015 - prevede invece un assegno pari a 960 euro annui destinato per un solo anno alle sole famiglie con indicatore Isee inferiore a 25 mila euro (il doppio dell’importo è riconosciuto ai nuclei con Isee inferiore a 7 mila euro). Allo stesso modo, il congedo parentale svedese è tra i più generosi al mondo: 480 giorni complessivi a disposizione dei due genitori, di cui 390 retribuiti all’80 per cento dello stipendio medio incassato negli otto mesi precedenti la richiesta.
In Italia, il congedo parentale, da cui sono esclusi disoccupati e lavoratori domestici, può invece essere ottenuto per un massimo di 300 giorni, ma con un’indennità che è pari soltanto al 30 per cento dello stipendio; l’assegno per le madri disoccupate o casalinghe (con un Isee familiare al di sotto dei 17 mila euro), erogato dal comune di residenza, ammonta a soli 339 euro per cinque mensilità. Va da sé che in Svezia la percentuale di padri che usufruiscono di questa possibilità è molto elevata: nel 2016, ogni 100 fruitori del congedo parentale 45 erano uomini, contro un valore del 17 per cento in Italia (dati Ocse).

E gli asili nido? Grazie al tetto imposto alle rette degli asili (che varia da zero a 134 euro al mese in base al reddito familiare), una famiglia svedese con due figli al di sotto dei 3 anni e in cui entrambi i genitori lavorano spende mediamente soltanto il 4 per cento del proprio reddito per pagare le rette del nido (dati Ocse, 2015). Non stupisce quindi che oltre il 50 per cento dei bambini di età 0-3 anni frequenti una struttura per l’infanzia, contro il 29 per cento del nostro paese (dati Eurostat, 2017). L’unico strumento di sostegno introdotto in Italia, il cosiddetto “bonus asilo nido”, prevede un rimborso delle spese sostenute per strutture per l’infanzia per un importo pari a 1.000 euro annui per 3 anni; tuttavia, la carenza di asili nido e le rette più elevate complicano le scelte delle famiglie, che ricorrono in modo preponderante all’aiuto informale di parenti per la cura dei propri figli.

Nonostante i proclami su una vera e propria riforma che recuperi il trend di una volta, la manovra del governo gialloverde non fa che confermare le misure esistenti (ad eccezione del “voucher babysitter”). Le novità previste per il 2019, infatti, sono minime: l’importo del “bonus bebè” viene aumentato del 20 per cento a partire dal secondo figlio; il “bonus asilo nido” sale da 1.000 a 1.500 euro annui; il congedo obbligatorio di paternità passa da 4 a 5 giorni, mentre quello di maternità può essere posticipato fino al giorno del parto in presenza di una apposita autorizzazione del medico. Nel complesso, le spese aggiuntive per il 2019, rispetto all’andamento a legislazione vigente, sono circa 300 milioni (di cui 204 milioni per il rinnovo e potenziamento del “bonus bebè”). È difficile, allora, pensare che piccole variazioni di misure già in vigore possano avere un reale effetto significativo sui livelli di natalità. Sarebbe opportuno, allora, guardare più a Nord, come ha già fatto la Germania, che negli ultimi dieci anni è riuscita a passare da 1,33 a 1,6 figli per donna anche grazie all’introduzione di congedi sul modello svedese e di forti sussidi per servizi di cura per l’infanzia.

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