20 Marzo Mar 2019 0600 20 marzo 2019

Italia ipocrita: piange Orsetti, ma della sua battaglia se n’è sempre fregata

Lorenzo stava facendo quello che pochi avrebbero il coraggio di fare: combatteva contro le truppe jihadiste suppportate dall’esercito turco. Abbiamo pianto per le vittime del Bataclan, di Londra e Bruxelles. Però poi sul campo, contro l’Isis, c’erano solo i curdi in prima fila

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HANDOUT / YPG PRESS OFFICE / AFP
HANDOUT / YPG PRESS OFFICE / AFP

18 marzo 2018 cade Afrin, occupata dalle truppe Turco-jihadiste. 18 marzo 2019, pochi giorni fa, cade ‘’Orso’’, il compagno combattente italiano: Lorenzo Orsetti (Tekoser). Cosa c’entrano questi due avvenimenti? In questo mese, un anno fa, Lorenzo stava facendo quello che pochi avrebbero il coraggio di fare: stava combattendo nel cantone di Afrin, nel nord Ovest della Siria, contro le bande jihadiste supportate dal secondo esercito più potente della Nato, l’esercito Turco. Una strenua resistenza, a difesa di un cantone libero dall’oppressione e amministrato da quella che viene comunemente definita la Rivoluzione del Rojava. Non vi ricordate nulla di tutto questo? Non posso biasimarvi, dopo Raqqa i riflettori occidentali si sono quasi del tutto spenti. Eppure ognuno di noi ha gioito, ricordiamo bene quando è stata data la notizia della liberazione di Raqqa. La capitale dello stato islamico, il centro del cuore nero era stato definitivamente espugnato. Le immagini dei valorosi e delle valorose SDF (Forze Democratiche Siriane) - curdi, arabi, internazionali e molti altri, inondavano le prime pagine dei giornali.

Perché allora, pochi mesi dopo, quando Lorenzo con quegli stessi valorosi e valorose, rischiava la vita per proteggere civili, difendere la libertà e mantenere la democrazia conquistata in quel desolato pezzettino di Siria, a nessuno sembrava importare più nulla? Il Governo, alte cariche dello stato, politici di varia natura versano oggi lacrime per la scomparsa del nostro eroe Fiorentino, lacrime d’ipocrisia, pura e semplice ipocrisia, quella stessa tanto disgustata da Lorenzo. Dov’era lo stato Italiano quando le bombe di Ankara mietevano i compagni di battaglia, i liberatori di Raqqa, le guerrigliere delle YPJ-le unità di difesa femminile? Gli americani, fino ad allora alleati di campo delle SDF, volavano ben lontani dagli F-16 Turchi intenti a bombardare il cantone di Afrin. Dov’erano i governi europei? E dove saranno quando il presidente turco Erdogan tenterà di estendere l’invasione oltre Afrin, in tutto il territorio libero del nord della Siria?

Lorenzo è caduto nello sforzo di liberare l’ultimo pacchetto di terra in mano a Isis, nelle profondità della provincia orientale di Deir el-Zor, a due passi dal confine Iracheno e dalle sponde dell’Eufrate. Se e quando arriverà il momento non faremo nulla, anche quella zona rischia di finire in mani jihadiste a guida turca. Ankara non ha mai fatto mistero delle sue volontà: un “cuscinetto” di contenimento, così lo chiamano, di decine di chilometri dentro il nord della Siria, guarda caso dove si situano tutte le città a maggioranza Curda (com’era Afrin). Per quanto riguarda la sorte delle città arabe, Tabqa, Raqqa e la stessa Deir el-Zor si immaginano semi controllate o scambiate con il regime di Damasco.

Abbiamo versato lacrime per le vittime del Bataclan, di Londra, Barcellona, Bruxelles e così via. Però poi, sul campo, contro quello che abbiamo definito, a buon ragione, il mostro di ISIS c’erano i curdi in prima fila

Perché un giovane trentenne sceglie di mettere in gioco la sua agiata vita occidentale per il bene del mondo intero? Quante volte ho sentito questa domanda, e quante volta l’hanno posta anche a Lorenzo. Tra le molte ragioni con cui abbiamo risposto, c’è ne è una che vale più di tutte: restare a guardare di fronte ad un’ingiustizia non è un’opzione. Abbiamo versato lacrime per le vittime del Bataclan, di Londra, Barcellona, Bruxelles e così via. Però poi, sul campo, contro quello che abbiamo definito, a buon ragione, il mostro di ISIS c’erano i curdi in prima fila. I curdi che insieme ai popoli uniti del Rojava e ad alcuni internazionali come noi, hanno pagato il prezzo più alto. Un prezzo che a quanto pare i nostri governi, tanto dispiaciuti per gli attentati terroristici, non avevano nessuna intenzione di pagare. Forse ci fanno troppo comodo gli accordi commerciali con la Turchia, che non sopporta i curdi ed i loro successi nel nord della Siria, o forse sono gli accordi militari che non vogliamo perdere, elicotteri italiani e carri armati tedeschi ad esempio, o peggio ancora non vogliamo indispettire Erdogan viste le vagonate di soldi che gli regaliamo per tenere i profughi di guerra dentro i confini del suo paese, lavandoci le mani della loro situazione e lasciandoli in balia di un paese sempre più vicino all’integralismo.

Tutto questo non ci fa neanche sentire in colpa nello sfruttare la resistenza a guida curda, facendole fare il lavoro anti-ISIS, da cui anche noi traiamo vantaggio.
Ed ora che gli ultimi sussulti del califfato sembrano in procinto di cessare, Baghuz è caduta e rimangono veramente pochi miliziani da stanare, ci dimenticheremo di tutto, di ogni eroe ed eroina del Rojava, sparendo in un’ombra d’ingratitudine? In un’altra epoca storica, ci sarebbero medaglie ed encomi pubblici a riconoscimento del valore dimostrato, a memoria dei posteri, ed invece, proprio in Italia, un combattente Sardo anti-isis rischia l’applicazione di misure speciali, considerato socialmente pericoloso, così cinque Torinesi nelle stesse condizioni (il 25 marzo l’udienza). Non solo non vi è ufficiale riconoscenza ma perfino il rischio di condanna, con l’unica “colpa” di aver messo volontariamente e gratuitamente la propria vita al servizio della lotta alla barbarie di ISIS.

Guardiamo anche oltre il Mediterraneo, a quel popolo curdo, tanto odiato dalla Turchia, che ha iniziato nel lontano 2015 a Kobane una lunga e decisiva offensiva capace di portare al declino del califfato; questo popolo, da secoli oppresso, merita la nostra solidarietà e gratitudine. Non vi sono scuse che valgano il rispetto verso coloro che hanno dato così tanto e che ancora oggi stentano ad avere un pieno riconoscimento internazionale: la Confederazione Democratica del Nord della Siria non siede in nessuno scranno all’Onu, Il Kurdistan Iracheno ha una parziale autonomia con poco potere contrattuale rispetto alle imposizioni di Baghdad, i curdi Iraniani vengono perseguitati, le città curde in Turchia presidiate militarmente e soggette a continue violenze da parte dei soldati di Ankara. Ma, come ha scritto Lorenzo, «Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai!» Se noi tutti, che stiamo soffrendo ora per la sua prematura scomparsa, terremo fede a queste lacrime seguiremo i suoi insegnamenti e faremo tutto il possibile contro ogni possibile oppressione, allora potremmo davvero fare la differenza. «b proprio nei momenti bui che la vostra luce serve. Ogni tempesta comincia da una singola goccia, cercate di essere voi quella goccia». Grazie Lorenzo, grazie di cuore.

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