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24 Maggio Mag 2019 0600 24 maggio 2019

Sveglia! L'inquinamento più pericoloso è quello dei rifiuti farmaceutici (e lo è da sempre)

Falda acquifere e grandi corsi d'acqua in primis, ma anche flora e fauna circostante e infine lo stesso ecosistema marino. I rifiuti farmaceutici sono ovunque e ovunque creano danni irreparabili: dal cambio di sesso in anfibi e pesci all'estinzione di specie. E la colpa è solo nostra

PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images

Antibiotici, analgesici, farmaci psichiatrici e antistaminici. No, non sono le voci di un’allarmante ricetta medica, bensì gli ingredienti di quel cocktail tossico che da tempo inquina la maggior parte dei fiumi mondiali. L’allarme coinvolge principalmente i paesi in via di sviluppo con previsioni a dir poco preoccupanti per gli ecosistemi acquatici: il rischio di riversamenti dei rifiuti farmaceutici nelle falde acquifere, infatti, potrebbe aumentare di due terzi prima del 2050. A dirlo è lo studio di Francesco Bregoli, ricercatore del Delft Institute for Water Education in Olanda, il quale notifica come una buona fetta dell'ecosistema è continuamente minacciato dalle alte concentrazioni di farmaci nelle acque.

Il risultato? Un esempio su tutti può essere quello degli interferenti endocrini. La diluizione di alte quantità di questo medicinale, infatti, hanno provocato cambi di sesso in anfibi e pesci. Pertanto, quello dei rifiuti pharma è un tema mai domo; la sua ascesa seguita da ambigui silenzi cattura e abbandona l’attenzione del mondo scientifico oramai da troppo tempo. E se la fine dei pesci transgender ricorda in parte quella storica e sarcastica del pesce a tre occhi della saga Simpson, il contesto attuale difficilmente riesce a strappare un sorriso

A maggior ragione, Bregoli e il suo team per documentare lo stato di avanzamento della problematica hanno preso il caso del diclofenac, un farmaco antinfiammatorio molto comune. E dopo le misurazioni di 1.400 punti nel mondo, i dati emersi condannano - con la presenza più rilevante nelle falde - Europa e Stati Uniti, ma anche America Latina, Africa e Asia, a causa degli scarsi trattamenti delle acque reflue. Questa sostanza per giunta è stata definita una minaccia ambientale sia dall'Unione Europea sia dall'Us Environmental Protection Agency e il suo uso veterinario ha spinto una specie di avvoltoi sulla soglia dell'estinzione. Detto ciò, oltre 10mila chilometri di coste in tutto il mondo sono avvelenate da alte concentrazioni di diclofenac.

Contrariamente a quello che si pensa, quindi, gettare una batteria di 10 pillole - con all’interno sostanze antibiotiche o ormonali - senza le dovute precauzioni, potrebbe causare l’aumentare della resistenza dei batteri agli antimicrobici, intaccare i sistemi endocrini dell’uomo e degli animali e infine sviluppare allergie, soprattutto nei bambini e negli anziani

Per letteratura e casistica passata, la conclusione più banale è quella di additare le Big Pharma, colpevoli di avidità e assenta totale di coscienza ambientale. Beh, la storia per certi versi non è più così. Un indicatore su tutti spiega il perché: il consumo di farmaci in Italia è pari a circa 21 miliardi di euro nel 2017, con il 42% del totale transitato direttamente in farmacia e non attraverso il comparto ospedaliero. Tradotto: in Italia si consumano fino a 1200 farmaci al giorno. Una cifra enorme che porta con sé un’implicazione scomoda. Che fine fanno tutti quei medicinale scaduti o non utilizzati?

Il report GreenItaly 2017 redatto da Unioncamere e Fondazione Symbola, considera la gestione dei rifiuti nel settore farmaceutico “negativa”. Mentre “molto negativa” è ritenuta la produzione dei rifiuti. L’algoritmo che muove lo smaltimento dei rifiuti farmaceutici e ospedalieri infatti, nonostante i numerosi scandali, è ancora poco conosciuto in termini di impatto ambientale. Anche se molti studi recenti hanno di fatto consolidato una teoria: le feci e le urine di chi assume farmaci (uomo o animale che sia) e lo smaltimento improprio di quelli inutilizzati o scaduti, attraverso canali come per esempio i servizi igienici, hanno come ultimo stadio quello dell’inquinamento di falde acquifere.

In pastiglie o compressa, molti farmaci infatti non si degradano facilmente, continuando a vivere anche per anni nell’ambiente. Contrariamente a quello che si pensa, quindi, gettare una batteria di 10 pillole - con all’interno sostanze antibiotiche o ormonali - senza le dovute precauzioni, potrebbe causare l’aumentare della resistenza dei batteri agli antimicrobici, intaccare i sistemi endocrini dell’uomo e degli animali e infine sviluppare allergie, soprattutto nei bambini e negli anziani.

Il nodo che preoccupa e aggrava la condizione delle falde acquifere colpite, tra cui in primis i grandi canali (in questo frangente in veste di untori nel quale confluiscono scarichi e versamenti illegali per poi contaminare flora, fauna e per ultimi, ma non per importanza, gli oceani), è quello dell’aumento della resistenza ai medicinali

Come per l’end of waste, il problema nasce comunque alla radice. Se l’Eea (Agenzia europea dell’ambiente) solo recentemente ha promosso protocolli molto ferrei sullo smaltimento dei rifiuti nel settore farmaceutico, a livello internazionale una regolamentazione erga omnes è ancora pura utopia. Senza citare la questione dispositivi medici, i cui dati rimangono di difficile raccoglimento ma le cui caratteristiche aprono le porte di un ulteriore cimitero dei rifiuti che tra cerotti, preservativi, strumenti diagnostici, agglomera in sé molteplici elementi e materiali, complesse fasi di produzione e un fine vita quasi del tutto incalcolabile.

Ma c’è di più. Nel 2015, un report di Oms-Unicef ha evidenziato che poco più della metà (58%) delle strutture campionate di 24 paesi disponeva di sistemi adeguati per lo smaltimento sicuro dei rifiuti sanitari. Il 15% di quest’ultimi possono avere un effetto disastroso su ambiente e persone, in quarto la loro combustione può provocare l'emissione di diossine, furani e particolato. In tutto questo l’Italia, per sottolineare la gravita della situazione, ne produce circa 1000 tonnellate al giorno, smaltendole, come dimostra l’ultimo dei casi a Crotone, in maniera del tutto sconsiderata.

Dunque, ricapitolando: il nodo che preoccupa e aggrava la condizione delle falde acquifere colpite, tra cui in primis i grandi canali (in questo frangente in veste di untore nel quale confluiscono scarichi e versamenti illegali per poi contaminare flora, fauna e per ultimi, ma non per importanza, gli oceani), è quello dell’aumento della resistenza ai medicinali.

L’antibioticoresistenza è una delle principali minacce per la salute pubblica mondiale, e non solo in India: la confluenza dei grandi fiumi e la stessa mobilità internazionale, infatti, non ci rendono immuni da questo tipo di problematiche, anzi

Come riporta lo studio della rivista Infection condotto nella zona di Hyderabad, in India, i livelli di inquinamento riscontrati non hanno precedenti. Lo scarico nelle acque di antimicotici e antibiotici ha fatto sì che nell’ambiente scoppiasse la proliferazione di batteri resistenti ai farmaci. L’antibioticoresistenza è una delle principali minacce per la salute pubblica mondiale, e non solo in India: la confluenza dei grandi fiumi e la stessa mobilità internazionale, non ci rendono immuni d questo tipo di problematiche, anzi. Alte concentrazioni di farmaco sono di norma riscontrate anche nelle maggiori arterie italiane: carbamazepina e cocaina su tutti. Il motivo sta nel fatto che gli scarichi provenienti da ospedali e stabilimenti produttivi non sono controllati in modo adeguato e spesso il processo di trattamento non elimina del tutto i componenti più dannosi. Non sono un caso gli antidepressivi presenti nel fiume Niagara negli Usa, come del resto le tracce di alcaloide nelle acque depurate di Cagliari.

Nel girone dei responsabili, questa volta, compare anche il paziente. A inquinare infatti non sono solo le aziende: Altroconsumo individua nei consumatori dei farmaci la prima causa di inquinamento, immettendo circa il 70-80% del totale attraverso gli scarichi fognari. Education e responsabilità sono la pietra angolare su cui si deve costruire un’etica per il corretto riciclaggio anche di questi rifiuti che, a prima vista, si potrebbero considerare di minore impatto, ma che a lungo andare potrebbe distruggere l’ecosistema marino.

Detto questo, in Italia bisogna ammettere che pur qualcosa si muove. Un modello virtuoso in questo settore ci vede eccellere: le emissioni di CO2 per unità di prodotto da parte delle industrie pharma, dal 2008 a oggi, sono state ridotte del 27%. E ancora, tale riduzione degli inquinanti è superiore anche alla media nazionale, ferma al 12%, e quasi la metà delle famiglie italiane ha portato negli ultimi anni i farmaci scaduti negli appositi raccoglitori delle farmacie. Il che, tutto sommato, fa ben sperare.

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