Generazione burnout
26 Luglio Lug 2019 0600 26 luglio 2019

Allarme “Workaholism”: i Millennial lavorano troppo

I giovani soffrono di “workaholism”, la sindrome da dipendenza dal lavoro che colpisce il 66% dei Millennial. Per curarla sono stati fondati centri terapeutici ad hoc, come il “Workaholics Anonymous” di New York

Millennial Linkiesta
(Pixabay)

In bagno, in metro, in coda all’ufficio postale, in palestra, durante una cena con gli amici. I giovani soffrono di “workaholism”, la sindrome da dipendenza dal lavoro. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso marzo sulla rivista americana Forbes, colpisce il 66% dei Millennial. Con dettagli che fanno preoccupare: il 32% ha ammesso di lavorare anche quando è seduto sul water; il 63% ha rivelato di essere produttivo anche in malattia; il 70% è sempre attivo anche nel fine settimana. E secondo un sondaggio pubblicato sul Washington Examiner, il 39% dei nativi digitali sarebbe disposto a lavorare perfino in vacanza.

La divisione tra vita privata e lavoro non esiste più, con il secondo che ormai ha invaso la prima. È quella che negli Stati Uniti chiamano “hustle culture”, lo standard secondo il quale per avere successo bisogna essere al massimo nel lavoro ogni giorno.

Il principale indiziato di questa iperproduttività è la tecnologia, ovviamente, che permette di lavorare dove e quando vogliamo. Basta una connessione, senza il bisogno di spostarsi in ufficio. E con lo smartphone, abbiamo la scrivania sempre a portata di mano, con il rischio conseguente di non staccare mai e vivere in un ciclo continuo in cui il lavoro è onnipresente. Il numero di ore di lavoro si dilata, si frammenta e copre ogni spazio della vita privata.

Altri fattori che generano la dipendenza da lavoro sono anche la pressione del capo, il desiderio eccessivo di avere successo, la paura di non fare carriera ed essere meno bravi degli altri. Preoccupazioni diffuse tra una generazione, come quella dei Millennial, che dimostra molta preoccupazione verso il futuro rispetto a quella dei baby boomer.

La divisione tra vita privata e lavoro non esiste più. È quella che negli Stati Uniti chiamano “hustle culture”, lo standard secondo il quale per avere successo bisogna essere al massimo nel lavoro ogni giorno

È il cosidetto “workaholism”, termine coniato nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates nel libro Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction. Il termine indica la compulsione o l’incontrollabile necessità di lavorare incessantemente. Una dipendendenza che può causare sindrome quali ansia, insonnia, depressione e aumento di peso. Tanto che quella dei Millennial è anche nota come la “generazione burnout”. E con orari senza limiti, anche le relazioni sociali con amici, parenti, mogli e mariti ne risentono. La conseguenza è che il rischio di divorzio è altissimo: secondo una ricerca condotta su 300 donne dal dottor Bryan Robinson della University of North Carolina-Charlotte, solo il 45% dei workaholic riesce a evitarlo, contro l’84% della media della popolazione.

Per curare la dipendenza da lavoro, sono stati addirittura fondati centri terapeutici ad hoc. Il più importante ha sede a New York e si chiama “Workaholics Anonymous”. E in libreria si trovano anche i manuali per guarire dalla dipendenza da lavoro, con tecniche molto simili a quelle usate con l’alcolismo o l’abuso di droghe. Ma questa volta la sostanza da cui liberarsi è il lavoro eccessivo.

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