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20 Agosto Ago 2019 0601 20 agosto 2019

Divisa, fragile e incerta a tutto: la Germania doveva guidare l’Europa, ora rischia di affossarla

Il gigante tedesco subisce le azioni dei dazi americani, la flessione cinese e la lentezza europea. Il modello che l’ha fatta diventare grande non funziona più. Serve scegliere un’altra strada. Ma nessuno sa quale

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Tobias SCHWARZ / AFP

La Bundesbank ha lanciato l’allarme. L’economia tedesca si sta contraendo ancora, dopo che il prodotto lordo ha fatto registrare un meno 0,1% nel secondo trimestre. C’è il rischio di una vera e propria recessione in autunno, perché, scrive la banca centrale nazionale “non è ancora in vista la fine del rallentamento”. E allora, spendete e spandete, voi che potete: lo dice il Fmi, lo dice Trump, lo dicono i mercati, lo ripetono a Parigi e lo rilanciano a Roma. Angela Merkel ci sta pensando e sta valutando la svolta, il ministro delle finanze il socialdemocratico Olaf Scholz annuncia un piano da 50 miliardi di euro, però la Germania resiste.

Ma di quale Germania stiamo parlando? Per un riflesso condizionato il titano economico europeo appare un monolite, alto, inarrivabile, unico, il colosso di Berlino, un’altra meraviglia del mondo. Non è così. Per capire quel che accade bisogna entrare negli interessi in conflitto, nei gruppi di pressione, nei ceti sociali e nel gioco politico che in parte li rappresenta. Oggi anche la Germania sperimenta un deficit di governabilità: è stato spiegato finora con la dialettica dei partiti, occorre invece considerare le dinamiche interne alla società reale.

Il modello basato su equilibrio finanziario più esportazioni ha toccato il culmine. Ha salvato il Paese da una crisi peggiore e più lunga, l’ha aiutato a riprendersi prima e meglio degli altri, ma ora mostra le sue debolezze. I dazi di Trump hanno inferto un colpo duro con un effetto domino sui Paesi europei, a cominciare da quelli più integrati come la Francia e l’Italia. Tuttavia, sono gli squilibri e le contraddizioni del Modell Deutschland che vengono oggi al pettine.

L’export tedesco è pari al 46% del prodotto lordo, quello italiano sfiora il 30%, la Francia supera di poco il 29. Nel 1989, prima che cominciasse il lungo ciclo della globalizzazione, la Germania era al 22%, l’Italia al 18 e la Francia al 20. Il balzo è stato importante per tutti, per la Germania addirittura imponente, tanto che oggi ha un attivo della bilancia con l’estero pari all’8% del pil, l’Italia è al 2% mentre la Francia ha perso colpi e ora è in rosso per lo 0,9%. Contano naturalmente le politiche fiscali e monetarie, ma questi dati si spiegano soprattutto dal lato dell’offerta. I prodotti tedeschi vanno forte, lo stesso quelli italiani anche fuori dall’area dell’euro. L’integrazione tra manifattura italiana (ampiamente subfornitrice) e tedesca ha favorito entrambe, ma adesso il ciclo svolta decisamente verso il basso e quello che era un punto di forza diventa una pericolosa debolezza.

E allora, spendete e spandete, voi che potete: lo dice il Fmi, lo dice Trump, lo dicono i mercati, lo ripetono a Parigi e lo rilanciano a Roma. Angela Merkel ci sta pensando e sta valutando la svolta, però la Germania resiste

Mentre Italia e Francia hanno accompagnato la ripresa aumentando il debito per sostenere la domanda interna, soprattutto a partire dalla crisi del 2008-2010, la Germania si è comportata come avrebbe consigliato Keynes: più debito subito per reagire alla recessione e poi rapido rientro verso l’equilibrio. La Francia ha un disavanzo pubblico del 3,3%, l’Italia del 2,9%, la Germania ha un suplus pari allo 0,7% del Pil. Dunque, Berlino ha ampio spazio per una manovra di rilancio attraverso il bilancio dello Stato, aumentando la spesa e riducendo le imposte, cosa che non può fare il governo francese a causa del disavanzo e quello italiano (qualunque esso sia) a causa del debito.

Tutto sta, dunque, sulle spalle dei tedeschi, meno ampie e robuste di quel che si crede, soprattutto perché il Paese è diviso, e profondamente, sul suo avvenire. Il dilemma che si è posto fin dall’unificazione si ripropone oggi: la Grande Germania deve assumersi le proprie responsabilità di gigante economico smettendola di fare il nano politico, oppure deve pensare soprattutto a se stessa? La spinta neo-nazionalista o sovranista che dir si voglia si è fatta forte anche nel paese più federalista della intera Europa.

C’è una Germania che vuole privilegiare la stabilità innanzitutto. È un atteggiamento culturale, è la lezione della storia (una lettura distorta in realtà perché non fu l’inflazione degli anni Venti bensì la disoccupazione degli anni Trenta a favorire l’ascesa di Hitler). Ma soprattutto è la conseguenza di interessi concreti che agiscono qui e oggi. I risparmiatori e i redditieri vogliono inflazione zero e bilancio in pareggio. Hanno i loro rappresentanti politici nella destra conservatrice, nella CSU Bavarese e in parte della CDU.

C’è una Germania sviluppista che fa perno sulla grande industria e sui sindacati i quali chiedono di compensare la riduzione delle esportazioni con la domanda interna, aumentando i salari, riducendo le imposte e finanziando vasti piani infrastrutturali. Trovano la loro sponda politica nella SPD, il partito socialdemocratico, e nella componente tecnocratica della CDU.

C’è una Germania verde che si è affermata alle ultime elezioni, per la quale la stabilità è un bene, ma le risorse vanno usate per una più rapida riconversione ecologista. Ovviamente sono i Grünen a rappresentarla in Parlamento. Non dimentichiamo però che l’industria bio è diventata un grande affare che attrae non solo per la sua componente ideologica, ma per i lauti guadagni che ha finora garantito.

La Grande Germania deve assumersi le proprie responsabilità di gigante economico smettendola di fare il nano politico, oppure deve pensare soprattutto a se stessa?

C’è il Mittelstand che sta nel mezzo (lo dice la parola stessa). È il nerbo della manifattura composto da aziende medio-piccole. Vuole stabilità e crescita, protezione pubblica e credito abbondante, insomma la botte piena e la moglie ubriaca. Questi desiderata rispecchiano interessi minacciati dai dazi e dal neo-protezionismo. Riconvertirsi verso il mercato interno può diventare una necessità, ma è molto più difficile. Sul piano politico il Mittelstand trova sponde in vari partiti, dalla CDU-CSU ai liberali che pure sono favorevoli a un rilancio del mercato interno e in particolare nella destra pro business rappresentata dalla AfD.

Nell’analisi dei blocchi di interesse un ruolo fondamentale spetta alle banche. Potentissime, un tempo pilastri della potenza economica, oggi sono la componente più vulnerabile. Deutsche Bank, Commerzbank, le casse di risparmio, le banche locali, qui s’annida una potenziale fragilità sistemica che non riguarda solo questo o quell’istituto. Ciò produce spinte di per sé contraddittorie: da un lato sono a favore della stabilità finanziaria dall’altro chiedono più risorse anche pubbliche, quindi in ultima istanza più debito.

L’unico coerente sarebbe il partito trasversale sviluppista, ma non è egemone e non è in grado di esercitare una leadership, ne sono specchio le difficoltà politiche nelle quali si trova il governo di Berlino. Ancora una volta, dunque, toccherà ad Angela Merkel prendere in mano la situazione e assumersi le responsabilità della scelta. Un cambiamento appare inevitabile e scommettiamo che avverrà. Il problema è se sarà un aggiustamento marginale oppure no.

Ritocchini ne sono stati fatti, si pensi al salario minimo o anche all’aumento degli investimenti pubblici che in effetti è avvenuto negli tempi. Oggi però Mutti è chiamata a fare ricorso a tutte le sue doti materne. Nel 2016 e 2017 lo ha fatto ospitando due milioni di migranti e pagandone il prezzo politico. Adesso dovrà tirare la sua casa fuori dai pasticci. Non sappiamo se ci riuscirà, ma giunta ormai al termine del suo percorso, più lungo anche di quello di Bismarck, la Cancelliera dovrà dimostrare se anche lei è fatta di ferro.

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