Polmoni in cenere
24 Agosto Ago 2019 0601 24 agosto 2019

“Fermate il fuoco! Se brucia l’Amazzonia, la Terra muore”

Secondo Isabella Pratesi, direttrice del programma di conservazione WWF, i giganteschi incendi amazzonici hanno una ripercussione immediata sul clima di tutto il mondo. E tra i responsabili non c’è solo Bolsonaro e la sua politica, ma anche i paesi limitrofi

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Michael DANTAS / AFP

Una parte dell’Amazzonia brucia, mentre il resto viene abbattuta. La deforestazione dell'Amazzonia brasiliana ha superato la soglia dei tre campi da calcio al minuto, mentre Jair Bolsonaro se la prende con le Ong. I deliri di un climanegazionista, però, questa volta possono costare caro all’intera popolazione mondiale, Italia inclusa. «Non tutti sono consapevoli che la foresta Amazzonica è veramente il più grande polmone del pianeta. Oltre a produrre ossigeno, produce acqua e conserva la biodiversità dell’habitat: bruciando l’Amazzonia non ci precludiamo soltanto queste prerogative, bensì contribuiamo al riscaldamento globale e a quello che ne deriva», spiega Isabella Pratesi, direttrice del programma di conservazione WWF.

Le distanze si annullano e il calore di quelle fiamme che deturpano la foresta, lacerano e ardono anche in seno all’Europa, in particolare alla zona mediterranea. «Il cambiamento climatico non è soltanto prodotto dalle emissioni, ma anche dalla distruzione dell’ecosistemi. Quest’ultimi, per l’appunto, servono per raffreddare il pianeta e in generale per mantenere un equilibrio climatico complessivo. Il fatto che nel Mediterraneo la temperatura media si aumentata di molti gradi, è una conseguenza anche del deforestamento della foresta Amazzonica».

Dottoressa Pratesi, questa volta gli incendi nella foresta Amazzonica sono un allarme che deve preoccupare non solo il Brasile…
Non tutti sono consapevoli che la foresta Amazzonica è veramente il più grande polmone del pianeta. Oltre a produrre ossigeno, produce acqua e conserva la biodiversità dell’habitat: in primis, però, è un pilastro degli equilibri climatici di tutto il sistema planetario terreste. Questo perché fondamentalmente serve a raffreddare il pianeta nel momento in cui le temperature raggiungono i livelli più alti. Bruciando l’Amazzonia non ci precludiamo soltanto queste prerogative, bensì contribuiamo al riscaldamento globale e a quello che ne deriva.

L’Amazzonia è uno di quei elementi cardine dell’ecosistema terrestre. Il cambiamento climatico non è soltanto prodotto dalle emissioni, ma anche dalla distruzione dell’ecosistemi

Come può una sola foresta incidere così tanto sulle sorti globali?
La foresta è anche un regolatore dei fenomeni atmosferici. Per la grande presenza di alberi e il vapore acqueo che producono, aumentano le precipitazioni sia nel territorio brasiliano sia in territori molto più lontani. L’Amazzonia è uno di quei elementi cardine dell’ecosistema terrestre.

Quando e quali saranno le conseguenze che subirà il pianeta?
In parte le stiamo già subendo. Il cambiamento climatico non è soltanto prodotto dalle emissioni, ma anche dalla distruzione dell’ecosistemi. Quest’ultimi, per l’appunto, servono per raffreddare il pianeta e in generale per mantenere un equilibrio climatico complessivo. Il fatto che nel Mediterraneo la temperatura media si aumentata di molti gradi, è una conseguenza anche del deforestamento della foresta Amazzonica.

Guardando poi ai progetti futuri, la situazione non sembra volersi risolversi per il verso giusto…
Il futuro? Se la linea seguirà quella intrapresa dall’attuale presidente Jair Bolsonaro, sarà drammatico. Ogni anno perdiamo 13 milioni di foresta tropicale e la deforestazione dell’Amazzonia, in particolare, dal luglio dell’anno scorso a quello di quest’anno è aumentata del 300 per cento. Dal 2000 a oggi, gli ettari persi della foresta sud americana equivalgono alla superficie della Germania.

Quali sono le responsabilità delle altre potenze mondiali?
Le pressioni delle potenze mondiali devono continuare sulla falsa riga del fondo finanziato da Norvegia e Germania, costituito ad hoc per attuare delle politiche di conservazione della foresta. Una mossa che, però, andrebbe seriamente attuata è quella di dare volare a queste aree: sostituire la foresta, come vogliono fare in Amazzonia, con pascoli e coltivazioni è una perdita anche economica. La foresta è una fonte di ricchezza per tutto il pianeta: fornisce acqua, cibo, legname, fibre, medicinali, con ricavi ben superiori a quelli di un terreno disboscato. Una visione globale è cruciale per evitare di scaricare il problema al solo Sud America.

La responsabilità ovviamente non ricade solo sul Brasile, il Perù e lo stesso Paraguay hanno influito non poco sull’attuale situazione della foresta

C’è poi la questione legata agli indigeni…
All’interno dell’Amazzonia vivono 500 comunità indigene che purtroppo sono le prime a subirne le conseguenze. Queste popolazioni vengono massacrate, anche perché sono le uniche che fisicamente si oppongono agli scavi di miniere, alla deforestazione e alla distruzione delle proprie case. Credo sia del tutto disumano un trattamento simile.

È giusto additare esclusivamente il Brasile di Bolsonaro?
La responsabilità ovviamente non ricade solo sul Brasile, il Perù e lo stesso Paraguay hanno influito non poco sull’attuale situazione della foresta. Così come analoghe sono alcune situazioni nel resto del mondo: gli interessi di un facile guadagno pena la distruzione di una risorsa che produce dei beni per la comunità, è un atteggiamento, mio malgrado, diffuso ovunque. La deforestazione serpeggia anche in Africa, nella grande foresta tropicale del bacino del Congo, in Asia, dove dall’Indonesia al Borneo si estende, per vastità, il secondo polmone verde del pianeta. Mi sorprende come ancora la comunità umana non abbia capito il valore delle foreste, non comprendendo il fatto che in caso di una sua completa estinzione, l’intera popolazione mondiale sarà soggetta a ogni tipo di devastazione climatica.

È l’intero sistema economico a essere deleterio?
Il capitale naturale non è ancora considerato nei nostri sistemi economici, non ha valore. Sfruttandola pensiamo di produrre altri valori, quando in realtà non facciamo altre che impoverire le nostre riserve di ricchezze.

A livello nazionale si sta facendo abbastanza?
Noi viviamo nel Mediterraneo, uno dei luoghi più impattati dal cambiamento climatico. Nella zona in cui viviamo abbiamo già superato l’aumento medio dei due gradi, anche perché non stiamo facendo abbastanza. Il cambiamento oramai è invitabile, ci sono dei processi che sono troppo progrediti per essere arrestati, e quello che dovremmo fare è formulare un piano di adattamento al cambiamento climatico. Al momento, noi non abbiamo un sistema o una strategia in grado di rispondere ai grandi cambiamenti e ai violenti fenomeni che si stanno verificando. In altre parole, non esiste un piano per adeguarsi a quello che sta avvenendo. E dire che basterebbe rafforzare i sistemi naturali, in grado di mantenere vivibile le nostre zone, di evitare inondazioni e alluvioni, e in forza per proteggere l’ecosistema dai rischio idrogeologici. Per proteggerci dai cambiamenti della natura, bisogna proteggere in primis la natura.

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