Giallorossi divisi
25 Ottobre Ott 2019 0600 25 ottobre 2019

Cresce nella maggioranza il gruppo del “no” al rinnovo degli accordi sui migranti libici

Si sta facendo sentire una fronda sempre più affollata di scontenti, trasversale ai Dem, Italia Viva, LeU e Cinque Stelle, che chiedono di stralciare o ridiscutere il memorandum firmato nel 2017 da Minniti. Il governo giallorosso ha tempo fino al 2 novembre, ma ormai è troppo tardi

Migrants Linkiesta
(Anne CHAON / AFP)

In poche settimane, Pd, LeU e Italia Viva hanno ingoiato due grossi bocconi amari rifilati dalla nuova maggioranza a trazione grillina: il taglio dei parlamentari celebrato dai Cinque Stelle a suon di forbici agitate davanti a Montecitorio, e l’ennesima giravolta al Senato sull’abolizione dell’immunità penale per l’ex Ilva di Taranto. Ma davanti al rinnovo automatico degli accordi con la Libia sulla gestione dei flussi migratori, con le notizie delle collusioni tra la guardia costiera di Tripoli e i trafficanti sotto gli occhi di tutti, si sta facendo sentire una fronda sempre più affollata di scontenti, trasversale ai Dem, Italia Viva e LeU, e pure ai Cinque Stelle. Un folto gruppo di parlamentari che va da Matteo Orfini a Graziano Delrio fino a Gennaro Migliore, e che trova d’accordo tutta l’area grillina a sinistra che fa capo a Roberto Fico, comincia a fare pressioni sulla segreteria di Nicola Zingaretti e nella maggioranza. Chiedendo di ridiscutere in Parlamento gli accordi sottoscritti dall’Italia con la Libia il 2 febbraio 2017, quando al Viminale c’era il Dem Marco Minniti.

Il governo ha tempo fino al 2 novembre per intervenire e fare marcia indietro. L’esecutivo giallorosso, che rispetto ai predecessori avrebbe dovuto essere più sensibile a questi temi, almeno in linea teorica, in questi mesi è rimasto inerte. Fayez al-Sarraj è venuto pure in Italia per incontrare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, nella riunione ad alto livello sulla Libia ai margini dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è andato a traino di Francia e Germania. Ma ormai sembra fin troppo tardi per ridiscutere gli accordi: un’eventuale disdetta avrebbe dovuto essere annunciata con tre mesi di anticipo da una delle parti. Marco Minniti, d’altronde, ha già detto che il “suo” accordo va rinnovato per ragioni di sicurezza.

Ma che la Libia non sia un “porto sicuro” ormai è sotto gli occhi di tutti. E che in Libia i migranti vengano tenuti nei lager senza il rispetto dei diritti umani è stato documentato da diverse organizzazioni internazionali. Difficili tenere le bocche cucite e dire «non sapevo». Alla Camera i primi a esprimere il dissenso sono stati una decina di deputati Dem che fanno capo a Matteo Orfini. L’ex presidente del Pd, che già aveva espresso più di una perplessità sull’allineamento Pd-5s, su Facebook ha definito l’accordo del duo Gentiloni-Minniti come «una squallida e insopportabile ipocrisia. Che ha prodotto una delle più drammatiche crisi umanitarie degli ultimi anni: lager, torture, stupri, omicidi», con il pericolo di «una presunta trattativa tra il nostro Paese e i trafficanti di esseri umani»..

Una squallida e insopportabile ipocrisia. Che ha prodotto una delle più drammatiche crisi umanitarie degli ultimi anni: lager, torture, stupri, omicidi

«Certo, la nostra posizione non è certo mainstream nel Pd, ma non siamo soli», ammettono i parlamentari vicini a Orfini. «La nostra valutazione non è di carattere ideologico ma pratico: l’obiettivo degli accordi non si è realizzato. Da tempo chiediamo lo stralcio o quantomeno la rinegoziazione. Chiediamo alla maggioranza nuove decisioni nel segno della discontinuità rispetto al governo precedente».

E i malumori sul tacito rinnovo dell’accordo di Minniti sono arrivati pure da Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera, che a Rainews24 ha detto: «Penso che non si possano tenere gli occhi chiusi. La situazione è cambiata, c’è una guerra in Libia e credo che il governo debba fare una riflessione molto seria. Il Parlamento vuole che questa riflessione ci sia e ci sia un confronto prima di rinnovare questi accordi». In disaccordo pure la zingarettiana Enza Bruno Bossio e Laura Boldrini, già tra i firmatari a giugno di un documento in cui si chiedeva la cancellazione degli accordi con la Libia in opposizione a una risoluzione di continuità presentata da Minniti e Lia Quartapelle. Anche Gennaro Migliore di Italia Viva chiede un dibattito in Parlamento. E se dalla Camera ci si sposta in Senato, la situazione non cambia, con diversi senatori Dem che cominciano a storcere il naso, soprattutto dopo aver dovuto ingoiare il rospo della cancellazione dell’immunità penale sull’Ilva all’interno del decreto salva imprese.

L’appello alla discussione dell’accordo in Parlamento è arrivato anche dal presidente della Camera Roberto Fico, alla guida di quella corrente grillina di sinistra non in linea con le posizioni di Luigi Di Maio sui migranti. «Auspico come sempre un coinvolgimento del Parlamento, nelle forme dovute, in decisioni così importanti. Ricordo a tutti che rispetto a tre anni fa la situazione è cambiata: in Libia c’è la guerra», ha detto Fico a Repubblica, nello stesso giorno in cui a Strasburgo il M5s si è astenuto dal voto sui porti aperti alle Organizzazioni non governative che soccorrono persone in mare. E pure Nicola Fratoianni di LeU si è fatto sentire, ribadendo la «necessità di stracciare gli accordi sottoscritti dai governi precedenti con le milizie libiche».

Il prossimo 31 dicembre, in base al decreto sicurezza uno, scadranno i finanziamenti destinati ai progetti Sprar per i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria

E intanto, sempre sulla questione immigrazione, si apre un altro fronte di scontro. Quello relativo ai decreti sicurezza uno e due, eredità del Viminale di Matteo Salvini, che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese avrebbe dovuto rivedere alla luce dei rilievi avanzati dal Presidente della Repubblica. La maggioranza attende ancora l’esito del lavoro del Viminale. Il problema però è che, in base al primo dei due decreti, il prossimo 31 dicembre scadranno i finanziamenti destinati ai progetti Sprar per i richiedenti asilo e i titolari di protezione umanitaria. I primi dovranno quindi essere trasferiti nei centri di accoglienza straordinaria (Cas), già al collasso. I secondi, non prevedendo più il decreto la protezione umanitaria, finiranno per strada.

La richiesta che arriva dagli orfiniani del Pd è di una proroga della scadenza dei finanziamenti di almeno sei mesi, in modo che il governo possa finire il suo lavoro di rivisitazione dei decreti salviniani. Intanto Orfini e Giuditta Pini hanno depositato alla Camera due proposte di modifica delle norme dell’ex ministro dell'Interno. Che il governo, volendo, potrebbe anche trasformare in decreto. Finora nessuno sembra reagire. Dal Viminale intanto però avrebbero già comunicato la fine dei finanziamenti ai comuni. Che dal 1 gennaio dovrebbero ora farsi carico di migliaia di persone senza tetto, soprattutto con il freddo dell’inverno alle porte.

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