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29 Ottobre Ott 2019 0600 29 ottobre 2019

Blockchain, altro che digital guru: ringraziamo gli indigeni della Micronesia

Può sorprendere ma questa tecnologia ha origini antichissime: già tra le popolazioni autoctone esistevano meccanismi complessi per garantire la sicurezza e l’affidabilità degli scambi e delle più varie transazioni

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Photo by André François McKenzie on Unsplash

Blockchain è un termine che evoca il futuro prossimo (per alcuni già il presente), eppure la sua origine filosofica è possibile ritrovarla nelle monete di calcare utilizzate dalle popolazioni primitive dell’isola di Yap, in Micronesia. Stiamo parlando del Rai, grandi dischi circolari con un buco al centro, che potevano arrivare a un diametro di 3 metri e un peso di 4 tonnellate. Che cosa accomuna degli oggetti così arcaici alla tecnologia che promette di far compiere all’umanità l’ennesima rivoluzione? Sebbene possa risultare stridente l’accostamento, c’è un filo rosso che collega il “denaro di pietra” alla più attuale “catena di blocchi”.

Le pietre Rai venivano utilizzate nelle transazioni sociali come matrimoni, eredità, affari politici, alleanze, riscatto dei morti in battaglia o per uno scambio di cibo. In buona sostanza, la loro origine ricalca quella della tradizionale nascita della cartamoneta, cioè l’emergere in una comunità dell’esigenza di un bene fungibile e condiviso che sia scambiabile con beni e servizi. Eppure, l’uso del Rai desta ancora oggi perplessità, in particolare per la loro scarsa maneggevolezza viste le dimensioni e il peso, quindi difficilmente trasportabili e conservabili da ogni singolo possessore: sembriamo essere ad anni luce di distanza dal concetto di “moneta digitale”.

Ma c’è un dettaglio, in grado di farci compiere un salto temporale: l’uso del Rai, infatti, risultava agevole grazie a un registro orale diffuso che, essendo tramandato, teneva traccia dei singoli proprietari. Questo è tanto efficace quanto più è condiviso. Un metodo che si avvicina, per esempio, a quello dei tanto discussi Bitcoin, i quali fondano il proprio funzionamento su Blockchain, cioè un registro distribuito basato sulla crittografia e un articolato meccanismo di consenso.

Entrambe le monete, pur su scale diverse, raggiungono risultati simili: il loro funzionamento previene il rischio che un qualunque soggetto, parte della comunità o rete, per errore o con intenzioni malevole, possa spendere moneta appartenente a un altro soggetto, il cosiddetto “double spending” (doppia spesa).

La raffinatezza tecnica e la genialità delle sinergie tecnologiche dietro il funzionamento Bitcoin sono il risultato di un percorso evolutivo che ha origine agli albori di Internet, addirittura dal movimento Cypherpunk nato nel 1992

Se la moneta Rai e il suo registro condividono con Bitcoin delle logiche basilari di funzionamento, quindi, dobbiamo tenere presente che la raffinatezza tecnica e la genialità delle sinergie tecnologiche dietro il funzionamento di Bitcoin, sono il risultato di un percorso evolutivo che ha origine agli albori di internet, addirittura dal movimento Cypherpunk. Nato nel ’92 e inizialmente formato da tre personalità per precise, tra accademici e professionisti, uniti dal comune interesse per la crittografia e per temi “alieni” alla maggioranza dell’opinione pubblica dell’epoca.

È proprio grazie a questo movimento e ai suoi componenti che si è sviluppata una vis creativa capace di portare alla nascita della Blockchain. Ripercorrendone le tappe fondamentali troviamo Hashcash, la creatura di Adam Back, un meccanismo nato per contrastare lo spam di mail basato su un algoritmo che diventerà parte integrante del protocollo Bitcoin, la Proof-of-Work, che obbligava il mittente a una spesa di potenza computazionale, rendendo “oneroso” l’invio di mail.

Un’altra celebre invenzione fu quella di Wei Dai, sempre membro di spicco del Cypherpunk, che nel ’98, sviluppando la Proof-of-Work, propose B-money, una moneta digitale e decentralizzata, fondata sull’uso della crittografia per validare le transazioni e sulla tenuta di un registro diffuso per tenere traccia delle stesse. Questa non fu mai utilizzata, ma anche grazie al suo apporto tecnico, nel 2009, Satoshi Nakamoto presenterà il whitepaper Bitcoin: a Peer-to-Peer electronic cash system, la prima criptocurrency, fondata su Blockchain, capace di garantire sicurezza e incensurabilità delle transazioni, facendo a meno di una terza parte fiduciaria (banche, governi, ecc.), determinando quello che potrebbe essere definito il vero potere dirompente di questa tecnologia: la transizione verso un modello di fiducia diffusa, decentralizzata, di gestione delle operazioni economiche e non solo.

Il grande fermento che gravita attorno alla Blockchain dimostra che il suo potenziale va ben oltre la finanza: la costituzione di contratti senza necessità di garanzie per la loro esecuzione, gli smart contracts, la tokenizzazione di assets (digitalizzazione di beni materiali che possono essere scambiati su Blockchain), la creazione di sistemi di votazione decentralizzati dai risultati certi e inalterabili, fino alla costituzione di Organizzazioni Decentralizzate Autonome (DAOs) che agiscono alla stregua di società, associazioni e organizzazioni. Non ci resta che lasciarci trasportare dall’entusiasmo dell’innovazione tecnologica, mantenendo però un sano agnosticismo perfettamente sintetizzato dal motto dei Bitcoiners: don’t trust, verify.

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