Non siamo tutti berlinesi
4 Novembre Nov 2019 0601 04 novembre 2019

Lo strano caso degli anticomunisti che non celebrano più la caduta del Muro di Berlino

Come mai la destra europea e italiana non organizza manifestazioni in memoria del 1989? Sarà che il concetto di “muro” è ormai tutt’altro che sgradevole ai sovranisti? O che a tanti anni di distanza l’orso russo (leggi: Putin) esercita un fascino oscuro, molto più che la libera Europa

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Dobbiamo ringraziare l’Ambasciata di Germania se nelle principali città italiane si ricorderà in modo ufficiale il trentennale della caduta del Muro di Berlino, il senso di quell’avvenimento, le sue conseguenze politiche e geopolitiche: saranno i tedeschi ad allestire i cento principali eventi – mostre fotografiche, concerti, dibattiti – che segneranno l’anniversario in venti comuni del nostro Paese, dal 6 al 13 novembre.

Poco d’altro è previsto e la cosa stupisce in questi tempi di gran successo delle destre: il Muro, la divisione tedesca, l’antica “ferita nel cuore dell’Europa”, furono a lungo un caposaldo della narrazione di quell’area politica. Perché perdere questa buona occasione per ricordare agli italiani e al mondo la primogenitura nella battaglia contro la Cortina di Ferro, la segregazione dell’Est, la crudele divisione del Vecchio Continente con il filo spinato?

Matteo Salvini, in campagna elettorale per le Europee, ci volò in elicottero per farsi fotografare con tanto di binocolo su una torretta di vigilanza. Dei Muri ungheresi è riuscita a parlare bene persino Giorgia Meloni

Ci saranno un paio di incontri di Fratelli d’Italia a Roma e a Milano. Una giornata a Piacenza organizzata dalla neosindaca Patrizia Barbieri. Non molto di più ed è facile capirne il motivo: il sovranismo, cifra di questi tempi nuovi, ha fatto pace con l’idea di “Muro” aborrita per mezzo secolo dalle destre, anzi l’ha trasformata in cosa propria. Così, se solo trent’anni fa si componevano canzoni in favore dei popoli imprigionati dietro il cemento, con le piattaforme armate di mitragliatrici e i vopos all’erta per sparare sui disobbedienti, adesso quell’immagine ha cambiato segno. Non evoca più segregazione, barbarie, diktat comunista, ma legittima protezione e difesa. I Muri sono la soluzione di Donald Trump, ma anche della Lega, che ne avrebbe voluto costruire uno in Friuli Venezia Giulia per chiudere il confine orientale dell’Italia. Ai Muri di Viktor Orban, che dividono l’Ungheria dalla Serbia e dalla Croazia, si va in pellegrinaggio politico: Matteo Salvini, in campagna elettorale per le Europee, ci volò in elicottero per farsi fotografare con tanto di binocolo su una torretta di vigilanza. Dei Muri ungheresi è riuscita a parlare bene persino Giorgia Meloni, dicendo che li importerebbe in Italia (ovviamente “per fermare l’immigrazione clandestina”).

Trent’anni hanno stemperato pure l’antica avversione per l’Orso russo e per la cifra illiberale e autocratica del Cremlino pre e post-Gorbaciov, così come l’antica idea che le nazioni europee avessero un comune destino realizzabile soltanto con la riunificazione del Vecchio Continente, oltre la doppia sudditanza agli Usa e all'Urss. Solo dieci anni prima della caduta del Muro la destra italiana glorificava Alain Escoffier, un trentenne francese sposato con una rifugiata dell'Est che si diede fuoco a Parigi per protestare contro la visita di Leonid Breznev e per attirare l’attenzione sulla divisione dell’Europa in due blocchi. Gli dedicarono una ballata. “Cuore d’Europa hai battuto un secondo”, diceva il mesto ritornello. Ma quel cuore d’Europa non è più l’orizzonte delle destre, né in Italia, né in Francia, né in Germania, dove il nuovo nazionalismo si nutre dell’esatto contrario: la diffidenza per l’Europa, la colpevolizzazione delle sue classi dirigenti, la convinzione che il destino dei popoli sarebbe migliore e più prospero senza l’Unione, oppure se l’Unione regredisse a quel che era l’antica Cee, un sistema di accordi commerciali tra singoli Paesi e singole monete.

Il cuore d’Europa non è più l’orizzonte delle destre, né in Italia, né in Francia, né in Germania, dove il nuovo nazionalismo si nutre dell’esatto contrario: la diffidenza per l’Europa

Le vecchie immagini del check point di Bornholmer Straße​, il primo aperto al traffico, con i berlinesi dell’Est e dell’Ovest che si abbracciano, ridono, brindano ancora increduli, non commuovono più. Risultano anacronistiche, datate, ricordano speranze incongruenti col presente e quindi seccanti. Il ribaltamento di prospettiva ha trasformato l’Europa in nemico, la Germania di Angela Merkel in disprezzata potenza continentale e la Madre Russia in riferimento culturale quasi esclusivo: che senso ha celebrare le elettrizzanti giornate dell’89? Pure Berlino non è più il richiamo romantico e fané di una volta ma una città allegra e cosmopolita, fucina delle nuove tendenze e dell’integrazione, riconosciuta capitale del libero divertimento. Un posto, per dire, dove i Verdi trionfano in otto distretti su dodici e l’ultradestra dell’Afd resta inchiodata al 10 per cento. Amarla e cantarla ai tempi del Muro, quando era simbolo di una catastrofe, era facile. Adesso lo è un po’ meno, molto di meno.

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