La propaganda putiniana all’estero opera su più livelli. Il più alto è la narrazione giustificazionista dell’imperialismo russo, compresa l’invasione dell’Ucraina, che però coinvolge una minoranza della popolazione, persino in Italia. Al di sotto ce ne sono altri e riguardano fasce molto più ampie di italiani. Si tratta della propaganda sulla persona di Vladimir Putin, visto come uomo forte che fa funzionare le cose, e poi quella, in parte apolitica, sulla forza della Russia, anche dal punto di vista economico e sociale. Un Paese in cui ci sarebbe poca criminalità, perché le autorità fanno «rigare dritto», anche se in realtà si tratta di uno dei luoghi più pericolosi d’Europa, un Paese che crescerebbe bene diventando sempre più benestante. È quest’ultima fake news che Vladimir Putin, nel suo ultimo discorso alla Duma, sfrutta, affermando che la Russia è la quinta economia al mondo, in termini di Prodotto interno lordo, dietro solamente Cina, Stati Uniti, India, Giappone, superando quindi tutti i Paesi europei.
Come la grandissima parte delle bufale sfrutta un briciolo di verità, un fatto reale, per manipolarlo e dargli un significato che non ha. In questo caso si tratta della graduatoria dei Paesi del mondo per Pil Ppp, che sta per purchasing parity power, ovvero per parità di potere d’acquisto. È una misura del prodotto interno lordo che consente di confrontare le economie valutando ciò che viene prodotto non con una moneta internazionale, normalmente il dollaro, e i tassi di cambio ufficiali, ma usando tassi di cambio che tengano conto dei diversi prezzi interni dei beni e dei servizi. Il cambio ufficiale tra dollaro e rupia indiana è di ottantatré rupie per un biglietto verde, ma se, per esempio, un taglio di capelli costa cento rupie in India, cioè 1,2 dollari, e ventisette dollari negli Stati Uniti, il rapporto Ppp tra le due monete, quindi tra le due economie, è quello tra ventisette e 1,2 dollari, cioè 22,5.
Naturalmente per arrivare a questo tasso si valuta un paniere il più ampio possibile, con dei pesi. Ci sono moltissimi beni e servizi i cui prezzi dipendono più dalla domanda o da materie prime interne, come la forza lavoro, che dal tasso di cambio internazionale. Tenerne conto consente di cogliere meglio l’effettivo tenore di vita e il potere d’acquisto della popolazione, nonché gli effetti dell’inflazione. In sostanza l’economia indiana sarà valutata in base a quel cambio di 22,5 e non di ottantatré. Un americano con mille rupie in India non avrebbe in mano l’equivalente di dodici dollari, come da cambio ufficiale, ma di 44,4 dollari, questo sarebbe il suo potere d’acquisto interno al Paese, considerando i prezzi locali. Questo discorso può essere fatto anche per il Pil, che, quindi, per Paesi con prezzi interni molto bassi, viene rivalutato.
Per questo l’India era al terzo posto sia nel 2022 che nel 2023, quanto a Pil Ppp, con rispettivamente 11.901 e 13.120 miliardi di dollari, molto più dei 3.732 miliardi ufficiali, misurati in dollari al cambio corrente. E per questo la Russia era per il Fondo Monetario Internazionale al sesto posto, con 4.770 e 5.056 miliardi di dollari nel 2022 e 2023. Qui è già evidente il classico cherry picking che caratterizza sempre le narrazioni propagandistiche, Vladimir Putin ha scelto, al posto di quella del Fmi, la valutazione della Banca Mondiale, che, per differenti metodi di misurazione, nel 2022 poneva la Russia di appena 3,8 miliardi di dollari davanti alla Germania, al quinto posto. Con questo calcolo l’Italia sarebbe tredicesima, dietro il Messico, la Turchia, l’Indonesia, per esempio, ma la Ue nel complesso sarebbe terza, quindi davanti anche alla Russia, con 25.430 miliardi di dollari, appena 1.520 in meno rispetto agli Stati Uniti.

Ma è corretto usare il Pil Ppp per fare una classifica delle nazioni più ricche? No, è un trucchetto piuttosto semplice, ma rozzo. La potenza economica dei Paesi si misura nella capacità del proprio sistema di produrre beni strategici da esportare nel mondo e di comprare materie prime o beni tecnologici, che quasi sempre hanno un prezzo fissato a livello internazionale, deciso molto lontano dai mercati e dai negozietti delle città e dei villaggi, in borse mondiali. È molto più significativo confrontare i prodotti interni lordi in dollari, la valuta corrente usata per fissare il valore di beni importantissimi come il petrolio o i chip.
Alla propaganda putiniana non conviene utilizzare l’indicatore giusto, il prodotto interno lordo corrente, perché risulterebbe evidente la debolezza e la relativa marginalità dell’economia russa, che è solo undicesima a livello mondiale, con un Pil 1.862 miliardi, di trecentoventiquattro miliardi più piccolo di quello italiano, ma soprattutto del cinquantotto per cento inferiore a quello tedesco e del 93,1 per cento di quello americano.

Il criterio del purchasing parity power ha comunque un senso, quello di misurare il benessere quotidiano del singolo cittadino all’interno del proprio Paese, quanto riesce a consumare, a paragone con quello di un altro. Per questo viene usato per valutare il Pil pro capite, che vede al primo posto i lussemburghesi, con più di centoquarantremila dollari a testa, ovvero con un tenore di vita che mediamente è del 78,2 per cento più alto di quello degli americani e di 2,6 volte maggiore di quello degli italiani. Gli Stati Uniti, in questa classifica, infatti, sono solo decimi e noi trentatreesimi al mondo. E i russi? Solamente sessantesimi, superati da quasi tutti gli europei, come i rumeni e i lettoni, e poi dai turchi, dai malesi, dai panamensi.

La macchina della propaganda russa svolge la propria attività anti-occidentale in modo spontaneo, rifugge dall’evidenza di come il tenore di vita dei russi sia miserabile in confronto a quello italiano, europeo, americano. Cadrebbe tutto il castello costruito sul «sacrificio» che stiamo facendo per aiutare l’Ucraina, attraverso gli aiuti militari e finanziari, la rinuncia a commerciare con la Russia e a rifornirci del loro gas, sul nostro impoverimento, che avverrebbe mentre i russi si arricchiscono. Si tratta di una propaganda facile perché sfrutta, perlomeno in Italia, un malessere di lungo periodo e una percezione di declino già ben presente. Eppure, anche in questo caso è evidente una manipolazione.
Nell’Unione Europea il reddito disponibile, misurato in termini reali, ha continuato a crescere e nell’ultima rilevazione, dell’inizio dell’autunno 2023, era superiore sia a quello pre-Covid che a quello del periodo più nero della grande inflazione, l’ultimo trimestre del 2022. Anche in Italia, se il confronto è con la fine del 2019, dopo la crisi di fine 2022, c’è stata una ripresa che ha portato i nostri redditi a essere dell’1,3 per cento più alti di quelli appena precedenti alla pandemia. In Francia è andata ancora meglio, mentre in Polonia l’aumento è stato del 6,4 per cento rispetto ad allora. Unica eccezione, la Germania, dove tra fine 2022 e settembre 2023 i redditi disponibili pro capite sono diminuiti ulteriormente, dello 0,6 per cento.

Una situazione diversa rispetto a dieci anni fa, quando la crisi finanziaria prima e del debito dopo, avevano colpito il benessere delle famiglie molto più di oggi, e non solo in Italia, Grecia, Spagna, ma anche in Francia, Austria, Benelux. Nel nostro Paese tra la fine del 2009 e il momento peggiore, il terzo trimestre del 2012, i redditi disponibili erano scesi dell’8,7 per cento e il recupero dei nove mesi successivi non era servito molto, nel settembre 2013 erano ancora del 7,8 per cento più bassi di quasi quattro anni prima.

Girare il mondo al contrario, tanto per citare il generale Roberto Vannacci, rovesciare la realtà è tra le tecniche maggiormente utilizzate dalla propaganda russa. Il gioco può reggere se a essa non si oppone una forte reazione, anche mediatica, del mondo occidentale, ma prevale in quest’ultimo una sorta di autocommiserazione che sottolinea la presunta forza degli strumenti propagandistici di Mosca, che dichiara la loro vittoria, che piange la propria debolezza, un po’ come accade sul fronte militare.
La vera debolezza, da ogni punto di vista, è quella della Russia. Del presunto secondo esercito del mondo che è stato costretto sulla difensiva e allo stallo da un vicino molto più piccolo e debole, di un’economia da media potenza, al cui interno i cittadini sono lontanissimi dal tenore di vita di tutti quegli europei che pure temono o ammirano Mosca. Quando toglieremo al gattino il costume di tigre che gli abbiamo consentito di indossare? Sarebbe uno dei modi migliori per evitare che egli stesso si convinca di essere una tigre, se già non è così, e che si comporti ancora di più come tale.