Fragole e sangueUn Paese che si indigna per qualsiasi stronzata, ma non per i braccianti bruciati vivi

L’Italia si mobilita sui social per gli animatori dei cartoni pagati poco e per qualsiasi altra cosa ci tocchi da vicino, e poi ignora la tragedia del caporalato

Un fermo immagine del video del rogo di Amendolara

Questo non è un articolo sui problemi miei di donna, anche se so che i problemi miei di donna – cioè: l’illusione di conoscermi – sono la ragione per cui lo leggerete. Questo è un articolo sulla tizia di quella canzone di Carboni, quella che «vuole fragole buone buone, vuole fragole più mature». Ma dopo. Prima, mercoledì.

Vi illustrerò ora abbastanza in dettaglio la mia giornata di mercoledì, che è stata una giornata piena dei problemi miei di donna, problemi che somigliano ai vostri. Innanzitutto, sono andata a procurarmi un cappuccino, che non prendo più nel bar sotto casa perché hanno ridotto la misura della tazza. Far pagare quanto prima un cappuccino che è intanto diminuito d’un terzo della quantità mi pare una truffa inaccettabile: occorre che come città ci ribelliamo alle vessazioni.

Visto che c’ero, ho portato giù il vetro, perché non ero in una città civile ma a Bologna, dove non vengono a prenderti la spazzatura nel capanno in cortile come nel mondo avanzato ma ci sono i cassonetti. Forse. Mercoledì mattina, il cassonetto del vetro era sparito. È inaccettabile, il sindaco organizza festival con messaggi video di Mamdani, pensando che se la gente è disposta a tenersi una città senza gestione della spazzatura a New York, lo sarà anche a Bologna. Torno a casa borbottando contro le vessazioni che l’amministrazione comunale impone ai bolognesi.

Poco dopo scendo in attesa del taxi che ho prenotato, e che è in ritardo. Io non so come mai non facciamo la rivoluzione, neanche prenotando i taxi non rischi di perdere il treno. Arrivo in stazione, e tutti i treni sono in ritardo. Io non so cosa aspettiamo a prendere la Bastiglia, non ci sono più treni puntuali.

In treno di solito leggo i quotidiani, sono le uniche occasioni in cui li leggo invece di pagare abbonamenti di cui poi non usufruisco. Ma sono stanca per queste giornate di lavoro usurante a promuovere un libro, e quindi no. Leggo invece il libro del momento negli Stati Uniti, il memoir d’una divorziata che spiega che le donne sono sempre vessate economicamente dai mariti, anche il suo non ha fatto la comunione dei beni e quindi lei si è ritrovata a doversela cavare coi soli 66 milioni di dollari che le avevano intestato i suoi genitori.

Arrivata a Roma, vado a prendere un taxi al posteggio di via Marsala, che è stato riorganizzato rispetto a quando vivevo a Roma e funzionava male, e quindi ora funziona malissimo. Ci metto venti minuti a prendere un taxi, e poi ce ne mettiamo dieci a uscire da via Marsala. È inaccettabile, viviamo ormai in condizioni di disagio che ci vorrebbe non so bene chi per raccontare, forse Pasolini, forse Primo Levi.

Sto a tavola solo due ore e mezza a spettegolare, mi tocca tagliar corto perché devo andare in uno studio televisivo, io francamente non credo che nessuno abbia mai sofferto quanto me, guardami che lavoratrice indefessa, guarda quanti sacrifici. Telefono a Roberto Gagnor, perché ho letto su Instagram che Topolino ha revocato la sua collaborazione dato che si era messo a baccagliare con alcuni lettori su un forum denominato Papersera a proposito di Paperinik. La cancel culture causata da Paperinik? È forse questa la rinascita della commedia all’italiana?

Prima che possa capire se voglio occuparmi di questo gravissimo caso di violazione dei diritti d’un lavoratore, mi chiamano al trucco, e purtroppo il restauro di quella Cappella Sistina che è la mia faccia ha la priorità sui diritti del fumettista lavoratore. Mentre sono seduta al trucco, si sente il programma nel quale interverrò tra un po’ e dove ora ci sono altri ospiti. Stanno parlando di un caso di caporalato: hanno dato fuoco a una macchina dentro la quale c’erano quattro lavoratori clandestini. Hanno dato fuoco a una macchina con quattro persone dentro? Ho sicuramente capito male.

Aspetto cinque minuti un taxi sotto il sole: è praticamente una tortura, dove sono i miei diritti. Arrivo in stazione e incontro un brillante intellettuale con cui lavorai trent’anni fa. Ci lamentiamo dei nostri treni entrambi in ritardo, del paese che va a rotoli, ci ripromettiamo di vederci non appena saremo meno stanchi a causa dei nostri lavori usuranti.

In treno guardo i social. Protestano tutti per i violati diritti dei lavoratori: pare che gli animatori d’un cartone di Zerocalcare siano stati pagati poco. L’internet si mobilita, diamine. Mica si può sfruttare il ragazzo che insegue il suo sogno di fare cartoni animati.

Il tempo di qualche pettegolezzo sullo Strega, qualche battuta sul licenziamento causa forum di Papersera che ci precipita in un rifacimento di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, qualche lamentela perché il vino sul Frecciarossa non è quello che avrei scelto io, ed eccoci arrivati. Per fortuna c’è un autista che mi porta a casa, perché sono proprio stanchissima, domani voglio stare a letto tutto il giorno per riprendermi, che giornata sfiancante.

La mattina dopo, eroica, mi alzo dopo aver dato un’occhiata al Financial Times. C’è un pezzo di Nigella Lawson sul grave problema di quando le fragole non sono buone come te le aspettavi. Finalmente una che capisce le mie afflizioni: non c’è niente di peggio della frutta estiva attesa tutto l’anno e poi insapore, e ha ragione lei, l’aceto balsamico non è una soluzione.

Eroica mi alzo e preparo le cose che deve venire a ritirare il lavasecco, sto ben attenta a non dimenticare niente altrimenti poi mi tocca la somma fatica di dover portare lì qualcosa io, per carità, senza fattorini la mia vita sarebbe insostenibile. Mentre lo faccio, metto su il podcast di Luca Bizzarri.

Racconta la storia dei quattro braccianti cui hanno dato fuoco in provincia di Cosenza. Ma quindi è successo davvero. Non ce ne frega niente, dice Luca, perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Buone buone, più mature, e pure a prezzi stracciati.

Vado ad aprire i miei abbonamenti, ed effettivamente la storia sta sulle prime pagine da tre giorni, forse ogni tanto non dovrei fidarmi che ciò che serve sapere mi arrivi filtrato dai social, cioè dall’opinione pubblica che questo secolo può permettersi.

Martedì, sul Corriere, il catenaccio in prima pagina era “La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati”. C’era una striscia di Pericoli e Pirella, una cinquantina d’anni fa. Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”.

Ma questo non è un articolo sui giornali che il primo giorno sbagliano interpretazione (escono tutti i giorni proprio per poter aggiustare il tiro, oltre che per dare ai perdigiorno dell’internet occasione d’insultarli). Questo è un articolo su quella cosa che diceva Canetti, quell’osservazione sull’essere uno dei segni d’una forte personalità l’amore per l’impersonale. Siamo un tempo senza forti personalità, e quindi tutto dev’essere personale. Cianciamo continuamente di empatia, che dovrebbe essere il mettersi nei panni dell’altro, ma ci avviciniamo al sentire l’ingiustizia subita da altri solo se l’altro siamo noi. Se l’altro è nostro figlio, nostro nipote, il nostro vicino di pianerottolo che da grande vuole fare lo Zerocalcare, e allora guai a violarne i diritti, anzi i sogni.

Se l’altro è uno dei nuovi schiavi, dei braccianti che facciamo arrivare da qualche terzo mondo e dormire negli slum in zone nelle quali non andremo mai neppure a fare un safari, beh, non abbiamo proprio lo spazio mentale per occuparcene: siamo occupati coi diritti dei fattorini della pizza, quelli li vediamo tutti i giorni e non vogliamo saperli sfruttati ché poi non digeriamo la doppia bufala.

Ieri ho passato la giornata a chiedere a tutti quelli con cui ho parlato come sia possibile vivere in un paese in cui succede che dei caporali diano fuoco a quattro poricristi, gli diano fuoco, santiddio, dar fuoco a qualcuno è una tale iperbole che io la uso cinquanta volte al giorno in ogni conversazione, dare fuoco a qualcuno è un’ipotesi dell’irrealtà, dare fuoco a qualcuno è un film di quelli che io non vedo perché io i poveri non li voglio vedere – com’è possibile che sia successo e non ci siano cento manifestazioni per le strade, mille scioperi, nessuna di quelle cose che poi proclamiamo appena qualcuno ci mette gli hashtag giusti e la colonna sonora emotiva su una buona causa? Com’è possibile che, per una cosa così, un paese decente non si fermi, percosso e attonito?

Mi state dicendo che un referendum sulle mansioni dei magistrati o sulle loro carriere o su cosa cazzo era, mi state dicendo che quella roba lì valeva più partecipazione popolare e risveglio delle coscienze e sussulto della cittadinanza di quattro poricristi cui hanno, santiddio mi fa impressione pure scriverlo, dato fuoco?

Io non lo so come si risolva una roba così, con una guerra civile, commissariando l’intera provincia di Cosenza, riformando il codice penale e punendo il caporalato col 41 bis così vediamo se vi passa la voglia, vietando il commercio di fragole.

Però so che, finché siete me che vivo una vita di rigorosa superficialità, finché siete me che penso che il problema delle fragole sia che non sono abbastanza dolci, finché siete me che ho come unica priorità me stessa, nessuno si aspetta niente.

Ma se siete di quelli che si mobilitano per i diritti dei fumettisti, se siete di quelli che si preoccupano dei problemi dell’umanità, se siete di quelli che pensano agli altri, che pensano ai più deboli, che pensano al mondo, voialtri che scusa avete per non essere da quattro giorni per strada con dei cartelli grandi il doppio di quelli che sventolate per qualunque stronzata per cui vada di moda protestare?

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