E sono tre, come disse Nando Martellini dopo il gol di Altobelli nella memorabile finale del Mondiali 1982 (una volta andavamo ai Mondiali). E sono tre – venendo a noi – le parlamentari (due a Bruxelles, una alla Camera) che hanno lasciato il Pd: Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e Pina Picierno.
Forse è un caso che siano tre donne a lasciare un partito guidato da una donna, e forse no. Di certo, un partito in vario modo criticato per la sua scarsa inclusività qualcosa di maschile deve averla. Chissà se ne discuterà qualcuno/a. Rintanati nel cantuccio del Nazareno, per tutto il giorno i dirigenti del Pd non hanno commentato l’ultimo addio. Se sono lo specchio della base avranno esultato o quanto meno sorriso come il Franti di De Amicis. I dirigenti di Elly, intendiamo.
Sono fatti così. Sorridere e fischiettare. Magari brindare di nascosto, come quando Renzi perse il referendum. A sera però Elly Schlein ha detto ai cronisti che le dispiace e che non è vero che il suo partito non sia inclusivo. I riformisti hanno perso una loro esponente di prestigio, lo sapevano, non ne condividono l’addio, ma almeno due parole le hanno dette Lorenzo Guerini, Giorgio Gori. Ragiona Filippo Sensi: «Pina mancherà molto al Pd. Secondo me ha sbagliato e fatto male ad andare via, la battaglia sulla politica estera va fatta dentro e non fuori dal partito».
Le reazioni sui social, si diceva, spessissimo esalano veleni. Via i riformisti, ora possiamo fare davvero un partito di sinistra. Toni che buttano nel cestino vent’anni e anche più, perché il Pci non era così cinico e settario. Ora sta a Picierno. Parteciperà il 15 giugno a Milano all’assemblea fondativa di europeisti.eu, e poi si vedrà.
Carlo Calenda socchiude le porte, è un primo segnale. Le tre fuoriuscite hanno preso strade diverse. Gualmini è entrata in Azione, Madia è indipendente in Italia viva, Picierno non va in nessun partito italiano, ma a Bruxelles è entrata nel Partito democratico europeo dentro il gruppo di Renew. Peccato che non abbiano scelto un approdo comune.
In fondo, per quanto ne sappiamo, le differenze politiche tra loro non esistono, soprattutto in politica estera (Slava Ukraini!). È una metafora dello stato del riformismo italiano che, salvo errori, conta: i riformisti del Pd, Italia viva, Azione, Più Europa, socialisti, radicali, Libdem, Ora, Più Uno, altre organizzazioni liberaldemocratiche. È un riformismo che dispone di idee, competenze, amministratori e rappresentanza istituzionale, ma che continua a disperdere energie in una geografia sempre più incomprensibile agli elettori. E sarebbe bello se Gualmini, Madia e Picierno s’incontrassero. Se raccogliessero, sulla base della loro esperienza, idee e proposte.
Se si facessero promotrici di una ricognizione nel mondo riformista per verificare la possibilità di un soggetto nuovo. Se fossero capaci di stanare i maschi litigiosi e autoreferenziali. Le donne lo sanno fare.