Israele-Palestina, Barack Obama ci riprova ma sottovoce

La mediazione Usa in Medio Oriente

Barack Obama non ha motivo di mettere in risalto l’ennesimo tavolo delle trattative fra Israele e Palestina organizzato da Washington. È rimasto già abbastanza scottato dall’ultimo round di dialoghi, nel 2010, un tentativo che si è arenato ancora prima di cominciare e che ha portato come massimo risultato un’ondata di gelo, anche a livello personale, fra lui e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Spiegare a reti unificate che “questa volta è diverso” sarebbe stata un’imperdonabile ingenuità tattica.

D’altra parte, una legge non scritta della politica americana dice che al secondo mandato il presidente cerca, all’interno della gestione dei non pochi problemi ordinari, il colpo ad effetto che proietterà la sua immagine nella storia. Agli occhi di Obama il processo di pace, che è fonte inesauribile di illusioni e disillusioni per gli inquilini della Casa Bianca, può essere la leva per innalzare la sua legacy. Per questo ha organizzato un viaggio in Israele alla ricerca di consenso popolare e ha dato mandato al suo segretario di Stato, John Kerry, di investire tempo ed energie per riportare allo stesso tavolo Netanyahu e Abu Mazen.

La strategia però è cambiata. Prima di annunciare il primo incontro fra i negoziatori a Washington, Kerry è stato sei volte in Israele, senza giornalisti al seguito e con copertura mediatica minima. L’ordine a Foggy Bottom era quello di tenere bassa la trattativa preliminare, anche a costo di concentrare tutta l’attenzione degli osservatori su Egitto e Siria, dossier sui quali Obama difficilmente costruirà l’immagine di ferreo leader del mondo libero. Kerry, dal canto suo, ha colto al volo l’occasione offerta dal presidente e si è buttato a corpo morto nella ricucitura dei rapporti israelo-palestinesi, ben contento di calpestare un terreno poco battuto dal suo predecessore, Hillary Clinton, dunque senza possibilità di sconvenienti confronti diretti.

Per avviare i dialoghi Kerry ha voluto un inviato speciale, figura eliminata dall’organigramma diplomatico dopo le dimissioni del senatore George Mitchell, che invano aveva condotto le trattative per conto di Obama. La scelta è caduta su Martin Indyk , ex ambasciatore in Israele negli anni di Clinton e venerato analista della politica mediorientale, e nella sua nomina c’è tutta la fragilità del tentativo obamiano di riaprire il canale negoziale. Quella che fa dire alla folta fazione dei disillusi che questa tornata di dialoghi sarà identica a tutte le altre. Kerry ha detto pubblicamente che ha scelto Indyk perché grazie alla sua lunga esperienza di negoziatore «sa cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato», ma ha taciuto il fatto che proprio le politiche promosse dall’ambasciatore non hanno funzionato. Di solito se una cura non funziona per vent’anni la si abbandona e si passa ad altro.

L’Amministrazione Obama invece insiste. Forse perché, come nota Noah Pollack sul settimanale conservatore The Weekly Standard, Indyk è stato «un sostenitore di tutti gli errori che Obama ha fatto nel primo mandato sul processo di pace, fino al momento in cui ha potuto iniziare a criticare gli errori». Nella campagna elettorale del 2008 Indyk ha sostenuto Hillary e, secondo la regola dell’eterno ritorno politico che domina Washington, ha attraversato una fase purgatoriale per espiare i peccati prima di essere ammesso nuovamente al paradiso del palazzo. A quel punto ha preso a criticare le scelte di una strategia presidenziale che ha finito per «raccogliere il peggio dei due mondi: ha perso il sostegno degli israeliani, quello degli arabi e non ha combinato nulla». Si è proclamato ottimista sull’esito di questo round che durerà nove mesi, ma un anno fa diceva: «Non sono particolarmente ottimista, e credo che il cuore del problema sia che le massime concessioni che questo governo di Israele è disposta a fare non raggiungono gli standard minimi richiesta da Abu Mazen per negoziare. Trovo molto difficile credere che si troverà un accordo».

L’inviato speciale ha tessuto le lodi del discorso aperturista del Cairo nel 2009 – quello della mano tesa al mondo arabo – ma ha criticato pesantemente quello del 2012, dove Obama ha incautamente evocato l’Olocausto accanto alle sofferenze del popolo palestinese. Insomma, Indyk è un attore politico immerso nei meccanismi del palazzo e la sua promozione non introduce elementi nuovi in un dibattito che tre anni fa si è incagliato sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania, condizione irricevibile per i palestinesi e che ha fatto saltare il tavolo. Le condizioni politiche fra Gerusalemme e Ramallah sono cambiate, quello che non è cambiato è l’approccio di Obama, che continua nella strategia debole di mischiare le stesse carte sperando in un’improbabile combinazione vincente. Invece di introdurre elementi nuovi il presidente insiste su facce e strategie già viste: un modo sicuro per produrre risultati già visti.

Twitter: @mattiaferraresi

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