Strane statistePer Meloni l’interesse nazionale è fare dispetto alla sinistra

L’aspra competizione con i nazionalfuturisti di Vannacci dimostra che non c’è mai stata alcuna evoluzione liberale, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Nel dibattito in parlamento sulle sue comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha fatto molte affermazioni interessanti, ma una mi sembra particolarmente indicativa, ed è quella che ha rivolto al deputato vannacciano Emanuele Pozzolo (quello dello sparo di capodanno e più recentemente della guida in stato di ebbrezza, che Fratelli d’Italia ha il merito di avere portato in parlamento). Rivolgendosi a lui, Meloni ha scandito: «Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale, e quindi di grazia non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra».

La seconda parte della frase è significativa, perché conferma per l’ennesima volta, checché ne dicano analisti compiacenti che sarebbero capaci di vedere svolte liberali ed europeiste persino in Donald Trump, la fermissima scelta di campo compiuta, difesa e rivendicata ogni giorno dalla nostra presidente del Consiglio: con la destra sovranista, nazional-populista e illiberale dei Viktor Orbán, dei Santiago Abascal, dei Benjamin Netanyahu e ovviamente di Trump.

Tuttavia la parte decisiva di quell’affermazione, a mio parere, è la prima, laddove Meloni fa una precisa e solenne dichiarazione di principio, e la fa in parlamento: per lei interesse nazionale è sinonimo di tutto ciò che danneggia gli avversari, il suo concetto di interesse nazionale è cioè interamente sovrapponibile a quello che potremmo definire lo spirito di fazione. Strana statista.

Non si tratta di fare i pignoli e di attaccarsi alle parole, perché quelle parole sono semplicemente la certificazione di una realtà che è sotto gli occhi di tutti – di tutti coloro che la vogliono vedere, s’intende – da ormai quattro anni. Una realtà evidentissima alla Rai e in tutte le società partecipate, ancora più evidente nei tentativi di cambiare la Costituzione a maggioranza, addirittura spudorata nel modo in cui il governo ha deciso di cambiare la legge elettorale: siccome il centrosinistra rischiava di andare meglio nei collegi ha tolto i collegi, siccome il centrosinistra ha difficoltà a individuare un leader della coalizione ha inserito l’obbligo di indicare il leader della coalizione nel programma. Ma tutto questo, come ormai avrete capito, non lo ha fatto per il suo interesse: lo ha fatto per l’interesse nazionale.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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