Università, quei contratti “provvisori” dal ’98

Mentre si discute di riforma universitaria, di professori ordinari, associati e ricercatori, si dimentica che più della metà dei docenti italiani riceve salari da fame, deve provvedere in proprio alla copertura assistenziale e previdenziale, a volte lavora addirittura gratis, per la sola speranza...

Einstein100th
5 Aprile Apr 2011 0926 05 aprile 2011 5 Aprile 2011 - 09:26
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Cercasi docente precario, disposto a lavorare tanto, in cambio di uno stipendio misero. Le università dovrebbero scrivere queste righe nei bandi per i professori a contratto. Una figura nata da un decreto del 1998, firmato dall’allora ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer. Il Regolamento n. 242 prevedeva la possibilità per gli atenei di stipulare un contratto di diritto privato, annuale e rinnovabile per non più di sei anni, con “studiosi od esperti di comprovata qualificazione professionale e scientifica”. Secondo il regolamento berlingueriano, questo tipo di docente avrebbe potuto assumere le stesse mansioni didattiche di un professore ordinario o di uno associato, pur rimanendo estraneo alla vita democratica dell’istituto (“i professori a contratto non partecipano alle deliberazioni degli organi accademici relative ai posti di ruolo e alla stipula dei contratti d'insegnamento”). In sostanza, avrebbero avuto doveri ma non diritti (“I contratti non danno luogo a diritti in ordine all'accesso nei ruoli delle università e degli istituti di istruzione universitaria statali”).

Questa figura, precaria per definizione, avrebbe dovuto rappresentare l’eccezione, consentendo alle università di integrare i propri corsi o di avvalersi della collaborazione di esperti in determinati settori. Invece, come spesso accade, divenne la regola, gli atenei se ne servirono per colmare i loro buchi strutturali e abusarono della possibilità di avere docenti a basso costo, autonomi quanto a copertura previdenziale ed assistenziale. Nel 2005 la legge 230, voluta dal ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, prescrisse che gli incarichi potessero essere anche gratuiti. In questi anni i contrattisti si sono moltiplicati: nel 2005-2006 erano quasi 50 mila. Nel 2007 il ministro dell’università Fabio Mussi emanò un decreto che poneva un tetto del 50 per cento agli insegnamenti affidati a contratto. Una norma in gran parte inapplicata.
Le situazioni sono differenziate perché i salari vengono “determinati da ciascuna università nei limiti delle compatibilità di bilancio”. I compensi non sono mai elevati, ma molti atenei hanno costretto i contrattisti a lavorare per cifre bassissime, intorno ai 4 euro l’ora, o addirittura gratis. Da Trento a Messina, da Pisa a Torino, dalla Sapienza di Roma al Politecnico di Milano, i bandi a titoli gratuito si sono diffusi a macchia d’olio. Più si sono ridotti i fondi, più è cresciuto il fenomeno dei professori a zero euro. Alcuni bandi sanno di beffa.

L’università di Messina, in un recente annuncio, ha precisato che gli insegnamenti sono “a titolo gratuito, in quanto volti all’arricchimento delle competenze professionali degli aspiranti”. In fondo, a un giovane dottore di ricerca o un ricercatore precario si offre pur sempre la possibilità di tenere un corso universitario, fare esperienza e soprattutto, come dicono in molti, “tenere un piede dentro l’università”. Marco Mondini, ricercatore della Normale di Pisa, professore non retribuito all’Università di Padova, è chiaro: “Esistono alcune regole non scritte in questo mondo. Se io mi presentassi a un concorso senza avere mantenuto il mio piede dentro, non avrei alcuna speranza di poterlo vincere. Lo stesso se ci si vuole presentare alle selezioni che si svolgono all’estero. Lì non ha alcun peso che io abbia percepito dei soldi oppure no per il mio insegnamento: conta il titolo”. Questo sottile ricatto fa sì che questi siano docenti con mansioni e obblighi identici ai professori ordinari e agli associati, dal numero di ore in cattedra alle “attività connesse alla didattica”, ma con una condizione economica e lavorativa radicalmente diversa. Vengono pagati unicamente per le ore di lezione frontale, ma spesso sono tenuti a seguire le tesi di laurea, presenziare alle discussioni, partecipare ai consigli di classe e ovviamente assistere alle sessioni d’esame. Tutti obblighi assolti gratuitamente. In alcuni casi, come a Macerata, il pagamento dei contrattisti viene erogato in un unica soluzione, alla fine di tutte le sessioni (5 estive, 3 autunnali, 3 invernali e una in primavera per i fuori corso). Questo significa che un contrattista titolare di un insegnamento per l’anno accademico 2009-2010 verrà pagato (poco) nella primavera/estate 2011.

Il caso di Macerata è particolarmente interessante, perché i corsi di laurea in “Mediazione Linguistica” e “Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale” di questa università, nella sede di Civitanova Marche, non potrebbero esistere senza i contrattisti, circa il settanta per cento dei docenti. Lo sfruttamento è arrivato a un punto di non ritorno, che ha spinto i giovani professori i a dire basta. Di fronte a un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro, i docenti a contratto per il 2009-2010 hanno deciso di disertare il bando emanato per l’anno accademico successivo. Hanno creato un blog per far conoscere a tutti le loro ragioni e hanno scritto una duplice lettera, al rettore e agli studenti dei loro corsi, per giustificare la loro protesta. I motivi sono quelli già elencati: stipendi bassi, pagamenti effettuati a distanza di mesi dall’inizio del rapporto di lavoro, retribuzioni per un numero di ore inferiore a quello effettivo, condizioni insomma lesive della dignità professionale. A rendere ancora più stridente il contrasto tra servizi resi e salari ricevuti è il fatto che si tratta di corsi innovativi e in continua crescita. La lettera dei contrattisti di Macerata è esemplare: “I docenti delle Classi di Laurea in Mediazione linguistica offrono un servizio che ha la peculiarità di rendere più stretto il legame tra mondo dell’università e mondo del lavoro, come dimostra la risposta ricevuta dagli studenti, in termini di immatricolazioni e di rapporti di lavoro ottenuti durante o successivamente al percorso accademico”. Vengono affrontate tutte le questioni, salariali e strutturali: “La progressiva diminuzione dei compensi, passati da 80,00 a 30,00 euro lordi per ora di insegnamento frontale, in certi casi non garantisce nemmeno la copertura delle spese effettive sostenute dai docenti. Infine, non è necessario ricordare che, a fronte di un monte ore che cresce con l’aumentare degli studenti, all’interno dei bandi di concorso c’è l’esplicito obbligo di offrire prestazioni lavorative non retribuite, come seguire tesi di laurea, partecipare alle relative discussioni e altro, senza tener conto del fatto che la preparazione delle lezioni, gli esami sono attività tanto necessarie quanto non considerate nei compensi: tutto questo rende ogni compenso per ora di insegnamento frontale assai minore rispetto agli importi segnalati nei bandi”. Inizialmente il rettore ha risposto picche, poi sono stati ripristinati i contratti precedenti. Ma si tratta pur sempre di cifre irrisorie, svilenti per chi sceglie una professione intellettuale.

Nel dibattito sull’ultima riforma Gelmini, la 240 del 2010, i professori a contratto sono rimasti ai margini, eppure sono più della metà dei docenti italiani. Nel 2007 i professori ordinari erano 19.625, gli associati 18.733, i contrattisti ben 52.051. Una divisione generazionale tra docenti di serie A e di serie B, tra insider e outsider, rappresentata crudamente da alcuni casi: al Politecnico di Torino, università d’avanguardia, si spendono 53.845.276 euro per 875 tra professori ordinari, associati e ricercatori, e solo 2.623.394 euro per ben 1341 contrattisti.
La legge Gelmini dedica ai contrattisti l’articolo 23, distinguendo due categorie: gli “esperti di alta qualificazione, che siano dipendenti da altre amministrazioni, enti o imprese, ovvero titolari di pensione, ovvero lavoratori autonomi in possesso di un reddito annuo non inferiore a 40.000 euro lordi”, ed altri “soggetti in possesso di adeguati requisiti scientifici e professionali”, con una corsia preferenziale per chi possiede “un titolo di dottore di ricerca, la specializzazione medica e l’abilitazione”.
Con i primi, lavoratori autonomi, dipendenti e pensionati, le università possono stipulare “contratti della durata di un anno accademico e rinnovabili annualmente, per un periodo massimo di cinque anni, a titolo gratuito o oneroso”. Ad essi, in sostanza, può essere chiesto di insegnare gratis. Ma la normativa prevede dei vincoli. Anzitutto, gli accordi privi di compenso non possono superare “il cinque per cento dell’organico dei professori e ricercatori di ruolo in servizio presso l’ateneo”. Inoltre, la soglia dei 40.000 euro, spiegano al ministero, serve a far sì che gli incarichi gratuiti vengano affidati solo a chi è già titolare di un altro reddito.

Ai precari dell’università, in particolare ai dottori di ricerca, è rivolto invece il secondo comma dell’articolo 23. I contratti destinati a loro devono essere necessariamente “a titolo oneroso”. Così gli atenei hanno fatto a gara per approvare le delibere dei bandi prima che la legge entrasse in vigore, il 29 gennaio. Come a Sassari, dove il Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia si è riunito solo tre giorni prima. A restare aperta, però, è la questione dei compensi. Perché la riforma prevede che il trattamento economico venga determinato da uno dei tanti decreti attuativi della legge. Decreto che non ha ancora visto la luce. E i tagli operati dal Ministero non autorizzano grandi aspettative per i contrattisti. La logica degli atenei è stata spiegata in maniera esemplare da Lorenzo Massobrio, preside di Lettere dell’Università di Torino, durante una riunione con i 50 professori a contratto della facoltà: “La crisi rende necessario tagliare le spese. I professori di ruolo non possono avere riduzioni di stipendio, ricercatori e associati nemmeno. Quindi tocca a voi”.    

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