
Le notizie degli ultimi giorni non depongono a favore della mia previsione sulla possibilità che Giuseppe Conte, pur di tornare a Palazzo Chigi, si sarebbe mostrato disponibile a correggere le sue posizioni sulla guerra in Ucraina. Al momento, anzi, si direbbe che lui e tutto il suo partito abbiano imboccato con decisione la strada opposta. Tuttavia, non mi persuade l’idea che il motivo sia la preoccupazione per la concorrenza di un’eventuale rifondazione grillina guidata da Alessandro Di Battista, e ancor meno mi convincono le analogie con quanto sta accadendo a destra con il partito di Roberto Vannacci.
Per la semplice ragione che Di Battista non è Vanacci, non ha venduto neppure un decimo delle sue copie, è entrato in parlamento nel 2013 e da quando ne è uscito, nel 2018, ha annunciato o fatto annunciare progetti di ogni tipo, di cui si sono presto perse le tracce (come l’indimenticabile collana editoriale che avrebbe dovuto esordire con un libro su Bibbiano, per fortuna dell’editore mai partita). La differenza fondamentale, però, è che l’Italia non è piena di nostalgici di Beppe Grillo. Insomma, un partito guidato da Di Battista, ammesso e non concesso che veda mai la luce, e che Di Battista non si stufi di occuparsene dopo le prime due settimane, non penso potrebbe seriamente impensierire il leader del Movimento 5 stelle.
Mi sembra più verosimile che l’irrigidimento di Conte in politica estera, simboleggiato da quell’incredibile dichiarazione pronunciata a Napoli sull’inesistente minaccia russa inventata per giustificare il riarmo europeo, sia semplicemente un modo per alzare il prezzo al tavolo della coalizione, in vista delle future trattative su programma, leadership, candidature. In ogni caso, è senza dubbio una dimostrazione di forza, perché alla fine anche quest’ultima polemica ha messo in evidenza come non solo Alleanza Verdi-Sinistra (vedi l’intervista di Angelo Bonelli al Foglio di oggi) ma anche un pezzo dello stesso Partito democratico (vedi l’intervista di Goffredo Bettini al Manifesto di sabato) sia sulle sue posizioni, e a essere isolata sia semmai la leadership del Pd.
Cioè Elly Schlein, che come ho già scritto qui pochi giorni fa sta commettendo lo stesso errore di Enrico Letta e prima ancora di Nicola Zingaretti: in pratica, è dal 2019 che il Pd non parla più di politica, ma solo di alchimie di coalizione, rifiutandosi di porre la questione dell’accordo con i cinquestelle sul piano dei principi e delle scelte di governo, perché decidere su cosa cedere e su cosa impuntarsi avrebbe esposto tutte le contraddizioni tanto della sinistra filogrillina quanto dei cosiddetti riformisti. Il risultato è il deserto politico e programmatico del campo largo, in cui il Movimento 5 stelle può fare sostanzialmente quel che vuole, costringendo tutti a ballare al ritmo della sua musica, non foss’altro perché è l’unico a suonare qualcosa.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema
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