Draghi e il dolore di Caffè per i giovani precari

Alla Sapienza il presidente della Bce, allievo del professore scomparso 25 anni fa, ricorda le battaglie del relatore della sua tesi. Ma ne prende anche le distanze ricordando le debolezze del paradigma keynesiano, che “sminuisce il ruolo della moneta ed esclude l’ipotesi del default”.

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24 Maggio Mag 2012 1916 24 maggio 2012 24 Maggio 2012 - 19:16
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Mario Draghi rivendica la validità della strategia monetaria adottata dalla Banca centrale europea fino a oggi, e ne difende il ruolo di stabilizzazione finanziaria e la missione statutaria di controllo dell’inflazione. A suo giudizio è questa l’unica cornice possibile ed efficace per costruire un’iniziativa politica a livello comunitario di promozione della crescita attraverso un programma di investimenti contestuale alla riduzione della spesa corrente e compatibile con il rigore dei conti pubblici.

Il ragionamento del presidente della Bce prende corpo nella giornata di ricordo che la Facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” dedica a Federico Caffè, intellettuale ed economista fra i più prestigiosi e originali, maestro di personalità come lo stesso Draghi, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Un uomo su cui aleggia il mistero della sua scomparsa, avvenuta alle prime luci dell’alba tra il 14 e il 15 aprile del 1987. E che i suoi allievi e colleghi interpretano come una decisione maturata in assoluta autonomia, affinché il suo silenzio e la sua assenza fossero straordinariamente pervasivi e le sue parole potessero incidere nelle menti e nella discussione civile: molto più in profondità rispetto agli anni in cui era presente e attivo sulla scena pubblica. Era ciò che voleva, ed è questo l’effetto della sua scomparsa. Una figura di studioso affascinante e acuto, rigorosissimo nella sua analisi scientifica e imbevuto di tensione umanistica nel legare la riflessione accademica alla passione per la realtà. A cominciare dall’attenzione per le ragioni della giustizia, rappresentate dai bisogni dei più poveri e dalla loro richiesta di lavoro e di dignità.

Ricordando con commozione Caffè, che nel 1970 fu relatore della sua tesi di laurea molto critica sul processo di integrazione economica europea, Draghi mette in luce il motivo profondo del suo legame con il proprio maestro e con “il mondo universitario che costituisce la parte più personale della propria vita”. Federico Caffè “fu un professore autentico, poiché pur avendo maturato convinzioni forti e una visione coerente, non volle mai trasmettere un credo, ma agì per aiutare gli studenti a pensare con la propria mente e a divenire cittadini consapevoli”. Ma l’attualità del pensiero e dell’opera di Caffè va ben oltre il metodo di insegnamento e di ricerca.

L’ex governatore di Bankitalia rileva che “nulla nel suo patrimonio di idee è più vivo della dolente protesta contro il destino di precarietà che un’intera generazione appare condannata a subire”. Il pieno impiego, spiegava il professore di Politica economica, deve essere considerato un fine in sé, un’opportunità di emancipazione personale da uno stato servile. È un tema che tocca la dignità umana, non solo la produttività. Ed è dovere della politica economica avvicinarsi il più possibile a un simile obiettivo, “incompatibile con i privilegi inaccettabili di uno Stato sociale che presenta tratti di iniquità”.

Lo studioso e divulgatore del pensiero di John Maynard Keynes, l’appassionato difensore delle conquiste del Welfare, il “riformista rivoluzionario” che in dissenso da Luigi Einaudi e Paolo Baffi rivendicava le ragioni dell’intervento pubblico in un mercato storicamente imperfetto e distorto, era pienamente consapevole dei limiti e delle carenze dello Stato sociale italiano. Tema che viene ripreso da Draghi, per il quale “il Welfare ha garantito la protezione e l’inclusione sociale, soprattutto nella realtà europea. Tuttavia, mentre nel nostro paese è stato privilegiata la spesa previdenziale e la tutela dei posti di lavoro, nei paesi del Nord Europa si è puntato sulla difesa e sulla promozione del lavoratore, investendo su una rete avanzata di strumenti essenziali nelle fasi di disoccupazione”. È per questa ragione, osserva il presidente della Bce, che senza un’effettiva e profonda riforma del mercato del lavoro e dello Stato sociale “i giovani continueranno a rappresentare la componente su cui ricade l’eterna flessibilità priva della speranza di stabilità, e saranno sempre più colpiti dai fenomeni di dequalificazione e di impoverimento del capitale umano. Uno spreco che non possiamo permetterci”.

Ma l’indispensabile rinnovamento del Welfare, puntualizza Draghi, non basta per rimettere in moto il tessuto produttivo del Vecchio Continente. Indicando le iniziative funzionali a stimolare la crescita, il massimo responsabile della strategia monetaria europea ricorre a un aggettivo dall’alta valenza politica, prefigurando i contorni di una governance nuova e più strutturata. “È più che mai necessario un patto federale finalizzato allo sviluppo, un’evoluzione dell’unione monetaria creata con il Trattato di Maastricht, quando era possibile mettere in atto misure espansive e nulla fu realizzato. Abbandonando l’inerzia e l’impotenza dimostrate fino a oggi, i governi della Ue devono maturare una visione economica comune ben precisa”. Un obiettivo che richiede scelte politiche, aperte a sbocchi differenti. L’alternativa è “la chiusura nazionale in una solidarietà sociale stupida, ristretta e miope”.

Per allontanare tale deriva, Mario Draghi vede lo spazio per una ampia strategia di investimenti mirati, per incoraggiare la crescita sostenibile di cui parla il Trattato di Lisbona. “Una politica pienamente compatibile con i contenuti del Fiscal compact e con il rigore, e che può essere accompagnata da una riduzione rilevante della spesa corrente”. Davanti alla platea che lo ascolta proprio nel giorno del ricordo di Federico Caffè, pioniere della divulgazione del pensiero di Keynes, il presidente della Banca centrale europea ricorda le debolezze del paradigma keynesiano, che “sminuisce il ruolo della moneta ed esclude l’ipotesi del default”. A coloro che per superare la crisi finanziaria invocano una forte immissione di liquidità da parte dell’istituto monetario di Francoforte, e chiedono di adottare una strategia di investimenti in deficit per alimentare la domanda interna, Draghi risponde illustrando le conseguenze di una simile politica: “Indebitamento esponenziale degli Stati e perdita della loro credibilità agli occhi di investitori e creditori, drastica diminuzione del valore della nostra moneta, aumento della spirale inflazionistica che nel medio periodo provoca una ricaduta negativa sul piano occupazionale e sociale. È la storia degli anni Settanta, che all’inizio del decennio seguente ha determinato la spinta a cambiare strada”.

Parole che preludono all’orgogliosa rivendicazione delle scelte compiute dalla Bce negli ultimi mesi. “La politica monetaria che abbiamo intrapreso, in piena coerenza con il mandato statutario della Banca, è orientata alla stabilizzazione dei prezzi e al contenimento del tasso di inflazione a una soglia di poco più bassa del 2 per cento. Attraverso il governo europeo della moneta e del credito, che renda compatibile la sua espansione con le potenzialità di sviluppo dell’economia reale, possiamo riequilibrare le disparità macroeconomiche e finanziarie più profonde, e creare il terreno fertile per una crescita sana e durevole”.

Ma l’importante azione preventiva di monitoraggio e di vigilanza “che ha il merito di avere difeso il valore dei redditi”, non basta più. Per questo, quando il mercato del credito privato era immerso in una condizione di chiusura e si avvicinava il rischio di un’estinzione dei finanziamenti per l’economia reale, la Bce ha deciso di allargare le regole di accesso ai prestiti e di stanziare risorse notevoli a favore delle più importanti banche dei paesi europei. Un’iniziativa che ha provocato le dure critiche di chi paventa l’incremento dell’inflazione e il rafforzamento del legame perverso tra istituti di credito e Stati debitori, e nega effetti positivi per l’economia reale. Accuse alle quali Draghi risponde sottolineando che quel flusso di liquidità costituisce per molte banche una “scorta precauzionale” in vista di richieste di credito di medio termine, che il controllo del rischio resta saldamente nelle mani dell’Euro Tower, e che adesso i mercati obbligazionari privati si sono riattivati. Le prospettive di ripresa economica però ancora non sono aperte e sembra lontana l’aspirazione manifestata da Caffè verso un sistema creditizio in grado di sostenere la dinamica produttiva anziché le operazioni speculative. La ragione di tale ritardo, afferma Draghi, è che si è intervenuti solo sulla disponibilità di risorse degli istituti di credito: “È indispensabile ora agire per assicurare l’affidabilità dei debitori, e per tale obiettivo servono tempo e riforme”. 

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