Né liberista né socialista: è la Svezia la vera terza via

Ma la Svezia come fa ad essere allo stesso tempo un modello socialista che piace alla sinistra e un modello liberista elogiato dal Financial Times? Semplice non è né l'uno né l'altro, ma una sintesi funzionante di entrambe. Prima che Tony Blair rubasse il termine, era infatti questo il vero model...

Sweden Stockholm
30 Settembre Set 2012 1345 30 settembre 2012 30 Settembre 2012 - 13:45
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L’economia svedese funziona. I primi a riconoscerlo sono i mercati: lo spread tra i titoli di Stato decennali svedesi e quelli tedeschi è pari a zero. La situazione finanziaria della Svezia è così solida che il primo ministro, Fredrik Reinfeldt, può permettersi di tagliare le imposte alle aziende, e destinare più fondi a infrastrutture, giovani, giustizia e ricerca. Mentre il resto d’Europa smantella il welfare e impone duri sacrifici alla popolazione, a Stoccolma il governo (di centrodestra) fa angelicamente sapere che “bisogna investire per uscire dalla crisi”. Nella speranza, per nulla segreta, di vincere le elezioni del 2014.

«Attualmente la Svezia è in una situazione economica favorevole se paragonata a diversi (o perfino alla maggioranza) degli altri Paesi europei – . conferma a Linkiesta l’economista svedese Olof Åslund, direttore del centro di ricerca Ifau nonché docente all’università di Uppsala – . Naturalmente lo stato dell’economia mondiale pone delle sfide pure alla Svezia». Positivo anche il commento di Markus Uvell, presidente del think tank liberista Timbro, con sede a Stoccolma. «L’economia svedese sta andando davvero bene. Questo è il risultato di politiche capaci di affrontare con successo la crisi finanziaria internazionale, ma anche di una lunga tradizione di prudenza fiscale e spesa pubblica responsabile. Nel primo caso il merito va al governo attuale, nel secondo pure ai passati governi socialdemocratici».

Per il World Economic Forum, la Svezia è la quarta nazione più competitiva al mondo: soltanto Svizzera, Singapore e Finlandia fanno meglio. Secondo l’Ocse, poi, “la Svezia fa eccezionalmente bene quanto a benessere generale [dei cittadini]”. Nell’indice di sviluppo umano, la Svezia è decima. Nella classifica internazionale dei Paesi meno corrotti, quarta. Per libertà economica è “solo” ventunesima, ma precede Giappone, Germania e Austria (e Italia, al novantaduesimo posto). Nell’indice di creatività economica è quinta, in quello di capacità tecnologica prima. Quarta nella classifica delle nazioni dove il reddito familiare è distribuito più equamente, come pure nel Global Gender Gap Index 2011, che misura quanto un Paese è amico del sesso femminile. Come ha dichiarato il Nobel per l’economia Eric S. Maskin a Linkiesta, che lo ha incontrato lo scorso dicembre ai Nobels Colloquia a Venezia, «la Svezia mette al primo posto la sua gente».

«Nel corso della sua storia la Svezia si è saputa adattare ai cambiamenti socio-economici mondiali. Gli adattamenti strutturali e l’innovazione sono divenuti i suoi punti di forza», dichiara l’ambasciatore italiano a Stoccolma Angelo Persiani. Basta dare un’occhiata alle cifre per capire che il diplomatico ha ragione. Per esempio, nel 2009 la Svezia ha destinato alla ricerca e allo sviluppo il 3,6% del suo Pil: in Europa soltanto la confinante Finlandia, superpotenza dell’istruzione, ha investito di più. Ancora: in rapporto agli abitanti, il numero di brevetti in vigore in Svezia quattro anni fa era superiore a quello di Giappone, Francia, Regno Unito, Germania o Stati Uniti. Non stupisce troppo, dunque, scoprire che tra il 2004 e il 2009 la crescita media annua del suo Pil è stata pari allo 0,9%. Più del Regno Unito (0,5%). Più della Germania (0,6%). Più della Francia (0,8%). E, naturalmente, più dell’Italia (-0,5%).

Ecco perché forse ha senso parlare di un “modello economico svedese”. O almeno cercare di capire il segreto del successo di una nazione che sembra riuscire a combinare eguaglianza e libertà. Pari opportunità e meritocrazia. Solidarietà e competizione. Idealismo socialista e pragmatismo liberista. Per usare una suggestiva (e nota) metafora dell’ex primo ministro socialdemocratico Göran Persson, la Svezia è paradossale quanto un calabrone. “Con il suo corpo troppo pesante e le sue piccole alette, il calabrone non dovrebbe essere in grado di volare. E invece vola”.

La Svezia piace a destra come a sinistra, seppure per motivi diversi. Il primo ministro tory David Cameron, per esempio, è un grande ammiratore del suo omologo Reinfeldt. Ad agosto, su quella Bibbia del capitalismo a stelle e strisce che è Forbes, il commentatore statunitense Matt Kibbe, coautore del bestseller Give us liberty: a Tea Party manifesto, ha tessuto le lodi dell’economia svedese. E nel suo splendido saggio Guasto il mondo (Laterza) lo storico socialdemocratico Tony Judt, oggi scomparso, indica la Svezia come un esempio positivo di Paese molto ricco, ma anche molto egualitario.

Certo, l’egualitarismo può portare al conformismo. «Quella svedese è una società dove alle persone generalmente piace fare ciò fanno tutti gli altri – spiega a Linkiesta l’americano David Landes, editor di The Local, quotidiano sulla Svezia in lingua inglese – . Allo stesso tempo, però, gli svedesi hanno creato molte innovazioni e aziende innovative. A volte c’è un senso di eccezionalismo, come se in Svezia le cose fossero un po’ migliori che altrove».

In realtà l’egualitarismo svedese non ha generato una corsa verso il basso. Anzi: in proporzione al numero di abitanti (9,2 milioni), ci sono più miliardari in Svezia che in nazioni ritenute intrise di individualismo come l’Italia o la Francia. D’altra parte era lo stesso Friedrich Hayek, nella prefazione all’edizione del 1976 di The Road to Serfdom, a scrivere che “la Svezia, per esempio, è oggi organizzata molto meno socialisticamente della Gran Bretagna o dell’Austria, benché sia comunemente vista come molto più socialista”. Se questo era vero nell’ormai lontano 1976, quando al potere c’era il leggendario primo ministro socialdemocratico Olof Palme, è ancora più vero oggi, dopo quasi sei anni di governo di centrodestra. La citazione di Hayek è contenuta in un saggio che getta una luce nuova e interessante sul sistema economico svedese: The Evolution of Modern States: Sweden, Japan and the United States (Cambridge University Press). Il suo autore, il professor Sven Steinmo, vive attualmente a Fiesole, dove insegna politiche pubbliche ed economia politica all’Istituto Universitario Europeo. Cittadino norvegese e americano, nel suo libro definisce l’economia svedese come “social-liberista”.

«La Svezia non è un Paese socialista o comunista. Ci sono molte incomprensioni sui sistemi scandinavi, e specialmente su quello svedese. Per certi versi penso che il sistema svedese sia quello più interessante. – racconta – La Svezia è sempre stata leader in quello che io chiamo social-liberismo. È una società progressista: il governo gioca un ruolo attivo nel promuovere un capitalismo di successo, ma in realtà c’è poca attività di regolamentazione da parte del governo. Ci sono tasse alte, però sono usate per pagare un welfare che beneficia tutti, e non per ridistribuire benessere dai ricchi ai poveri». Steinmo fa persino un paragone con il nostro Paese. «In Italia è molto comune, a sinistra, credere che il modo per creare una società giusta sia tassare i ricchi assai pesantemente, e dare i soldi direttamente ai più indigenti. Questo non è ciò che hanno fatto gli svedesi. Loro infatti tassano la classe media e perfino i poveri, e con tasse alte. Poi però investono il gettito in infrastrutture, istruzione, nel futuro delle nuove generazioni…».

In effetti le statistiche confermano quanto dice Steinmo. A livello di infrastrutture la Svezia è seconda soltanto agli Stati Uniti. Si pensi, a titolo di esempio, alla straordinaria opera ingegneristica che collega le città di Malmö (Svezia) e Copenhagen (Danimarca), per secoli separate dalle acque gelide dello stretto di Öresund. Stoccolma, poi, investe in istruzione il 6,6% del suo Pil: più di Germania (4,5%), Francia (5,6%) e persino Finlandia (5,9%). E anche se gli studenti svedesi non sembrano essere bravi come molti dei loro coetanei nordeuropei (almeno in base ai test Pisa dell’Ocse), le università svedesi sono le migliori di tutta la Scandinavia.«Un approccio illuminato spinge da tempo la Svezia a investire seriamente nelle generazioni future, ovvero in asili, scuole, università, che vengono forniti gratuitamente», conferma a Linkiesta l’ambasciatore Persiani. 

Come Steinmo sottolinea più volte nel corso dell’intervista, le tasse svedesi sono alte. Effettivamente nel 2009 le entrate fiscali erano pari al 46,4% del Pil. Nel mondo solo la Danimarca riusciva a fare di meglio (o peggio, dipende dai punti di vista) con il 48,2 per cento. Tuttavia gli svedesi non odiano la Skatteverket, l’agenzia delle entrate. «Il fatto è che le tasse in Svezia sono molto alte, ma la pubblica amministrazione italiana è assai più cospicua – spiega Steinmo – . Lo Stato italiano consuma più ricchezza nazionale di quello svedese, perché gran parte delle tasse pagate dai cittadini svedesi tornano direttamente nelle loro tasche, sotto forma di servizi e prestazioni sociali». Inoltre gli svedesi «non spremono i cittadini molto ricchi. E le aziende pagano tasse molto basse, perché in Svezia persino i socialdemocratici ritengono che una società che funziona abbia bisogno di capitalisti di successo».

Interessante a riguardo è il punto di vista di Uvell: «Per le grandi aziende internazionalizzate la situazione è abbastanza buona. In Svezia, tradizionalmente, provvediamo alle necessità dei grandi datori di lavoro, mentre spesso è assai scarsa la comprensione di ciò che vogliono i piccoli imprenditori per crescere. E la principale sfida per il futuro è proprio dare alle piccole e medie imprese la possibilità di crescere». Pur avendo una popolazione meno numerosa di quella della Lombardia, la Svezia è la patria di molti grandi brand globali: da Ikea a Scania, da Ericsson a Electrolux, da Volvo a H&M. È un’economia fortemente internazionalizzata, che vende in tutto il mondo prodotti ad alto valore aggiunto, e non teme la concorrenza straniera. E infatti l’export vale quasi la metà del Pil. «Il modello economico svedese ha sempre cercato di rendere i lavoratori e le aziende svedesi molto competitivi sul piano internazionale – dice Steinmo – . Le forze politiche non hanno mai fatto molto per proteggere le aziende e i posti di lavoro esistenti. Gli svedesi pensano che se un’impresa è debole e non può permettersi di pagare buoni salari, è meglio che fallisca, e liberi risorse (capitali e forza-lavoro) che possano essere usate in modo più efficiente da capitalisti che hanno maggior successo nell’economia internazionale».

In Svezia non si pratica l’accanimento terapeutico industriale. Se un'azienda è agonizzante non viene artificialmente tenuta in vita, magari con la scusa della “svedesità”. «Quando la Saab è fallita, l’impresa è stata venduta – osserva Steinmo – . Negli Stati Uniti, la terra del libero mercato, quando la General Motors e la Chrysler sono andate in bancarotta, il governo federale è intervenuto con miliardi e miliardi di dollari. Gli svedesi sono convinti che se si danno soldi alle aziende per tenerle in piedi, queste diventeranno dipendenti dallo Stato, e non avranno mai successo». Analogamente, in Svezia non si mira a garantire la sicurezza del posto di lavoro, ma quella di poter lavorare (o di vivere dignitosamente, in caso di malattia, infortunio o vecchiaia). Un welfare generoso, almeno se paragonato a quello italiano, tempera così le asprezze di un mercato del lavoro alquanto flessibile.

«L’opinione comune è che il nostro mercato del lavoro funzioni relativamente bene per gran parte dei lavoratori, meno bene per alcuni gruppi, principalmente i giovani e gli immigrati», dichiara Olof Åslund. L’economista ha ragione: secondo Eurostat, a luglio la disoccupazione giovanile svedese era pari al 22,6 per cento. Un dato superiore a quello di tutti gli altri Paesi scandinavi, nonché di altre ricche economie dell’Europa settentrionale come l’Olanda (9,2%) o la Germania (8%).

In un discount della periferia di Oslo incontriamo Oskar. Ventidue anni, svedese, diplomato ma senza laurea, lavora come commesso. «Sono venuto qui in Norvegia perché si guadagna bene, mentre in Svezia è difficile trovare un posto di lavoro – racconta in un eccellente inglese – . Purtroppo il costo della vita norvegese è molto alto. Io vivo in un mini con la mia ragazza e mangio roba scontata. Però risparmio un po’, e quando tornerò in Svezia potrò prendermi delle lunghe vacanze». Secondo Åslund, uno dei grandi punti di forza dei lavoratori svedesi è l’alto livello di istruzione. Nel caso degli svedesi più giovani, però, questo non è sempre vero. «Un fattore all’apparenza incontestato [nel dibattito sulla disoccupazione giovanile, ndr] è la frazione sostanziale di studenti che lasciano la scuola superiore. Una grossa fetta dei giovani con problemi a lungo termine nel mercato del lavoro non ha completato la scuola superiore».

Naturalmente ci sono tantissimi giovani svedesi in gamba. Uno di questi è Arvid Morin. Ventiquattro anni, originario della municipalità di Järfälla (vicino alla capitale), Morin si è laureato alla prestigiosa Stockholm School of Economics. Insieme a due amici è uno dei tre fondatori di Ung Omsorg, impresa che mira «a risolvere due problemi sociali. Il primo è offrire ai nostri anziani un po’ più di cura, grazie a dei giovani che gli siedono accanto leggendogli il giornale, guardando vecchie foto e discutendo con loro di fronte a una tazza di caffè. Il secondo è offrire ai giovani un lavoro part-time e una prima esperienza lavorativa. Gran parte dei nostri dipendenti ha tra i 14 e i 16 anni».

Morin ha una gran buona opinione del welfare svedese. «Probabilmente è una delle migliori soluzioni al mondo. Combina l’idea tipicamente di sinistra della solidarietà con l’idea di libertà individuale propria della destra – spiega – . Il risultato è un settore semiprivato che gestisce alcuni servizi pubblici quali l’istruzione e la cura agli anziani. In gran parte dei casi il cittadino può scegliere la scuola o il centro di assistenza che preferisce, e a pagare è lo Stato. Ciò apre degli spazi a innovazioni e miglioramenti da parte dei privati, ma allo stesso tempo consente a ciascuno di usufruire di un servizio a prescindere dalla ricchezza personale».

Per questo giovane imprenditore, che ha iniziato la sua attività anche per offrire qualche sbocco lavorativo ai suoi coetanei, il problema della disoccupazione giovanile è sì grave, ma «non è di certo un problema esclusivamente svedese. Dopo la crisi finanziaria si tratta di un problema che riguarda gran parte delle nazioni. – spiega – . Essere un giovane svedese implica libertà e responsabilità. Puoi scegliere l’istruzione che preferisci, dalle piccole scuole elitarie alle grandi università, ed è tutto gratis. Hai l’opportunità di studiare se ti va, ma ciò richiede fatica». Disoccupazione giovanile a parte, il modello economico svedese è difficilmente attaccabile. Persino in quest’anno di crisi europea, il Pil dovrebbe crescere, secondo le stime del Fmi, dello 0,8 per cento. Più di Italia (-1,9%), Francia (0,5%) e Germania (0,6%).

Qualcuno potrebbe sostenere che la buona performance dell’economia svedese sia da imputarsi anche alla scelta di non aderire all’eurozona. «La Svezia è molto fortunata a non essere nell’euro. Come risultato hanno molto più flessibilità monetaria» – commenta Steinmo. In realtà il ministro delle finanze svedese, Anders Borg (un liberale di 44 anni con orecchino e coda di cavallo, nominato nel 2011 dal Financial Times miglior ministro delle finanze europeo), è favorevole all’adozione dell’euro in un non vicino futuro. Tuttavia ha pubblicamente riconosciuto che la mancata adesione alla valuta comune ha costretto la Svezia a imporsi una disciplina finanziaria sconosciuta a molte nazioni europee.
Naturalmente la crisi dell’euro ha rafforzato la corona svedese. Che infatti è una delle divise più sopravvalutate del pianeta, almeno secondo il Big Mac Index elaborato dall’Economist. I cittadini svedesi, peraltro, nutrono una profonda avversione verso l’euro, come hanno dimostrato nel referendum del 2003 che impedì l’adesione all’eurozona.

Questo non significa che la nazione scandinava sia poco europeista. «La Svezia è pro-Europa, nel senso che vuole essere parte del club, e che apprezza il fatto di poter esercitare una maggiore influenza [globale] attraverso la sua appartenenza all’Unione europea. – osserva Landes – Comunque, penso che la Svezia porti un po’ del suo atteggiamento eccezionalista al tavolo europeo, e che nutra qualche diffidenza verso il modo in cui l’Europa opera (non è la sola, immagino…). Gli svedesi ritengono importante continuare a fare a modo loro sulle cose che contano, si guardi solo alle modalità usate per decidere se partecipare all’eurozona o meno... Non penso che aderiranno presto all’euro. Molti di loro pensano che sia una buona cosa far parte dell’Unione europea, ma è ancora diffusa la sensazione che l’Europa sia “là sotto”, e che la Svezia abbia una serie di interessi e necessità che potrebbero non sempre essere in linea con quanto si decide a Bruxelles». Difficile dare torto agli svedesi, considerando quanto sia complesso e particolare il loro modello economico. Anche solo descriverlo è un’impresa ardua. 

«Esistono molte definizioni del modello svedese – spiega a Linkiesta il professor Lennart Erixon, autorevole economista dell’università di Stoccolma – . Alcune di queste definizioni rendono difficile distinguere la Svezia da altri Paesi nordici, così come da altre piccole economie aperte dell’Europa occidentale. Un’ampia definizione sociologica del modello svedese attribuisce particolare enfasi ai programmi universalistici di welfare nazionali finanziati dalle tasse, ai trasferimenti pubblici e alle assicurazioni sociali collegate al reddito. Questa definizione generale dà peso anche alla politica fiscale egualitaria della Svezia e alla sua attiva politica di occupazione finalizzata al pieno impiego».

Secondo Erixon, «alcune versioni di questa definizione gettano luce sul forte consenso che domina la politica e il mercato del lavoro svedesi, la centralizzazione del mercato del lavoro stesso e la posizione eccezionalmente forte che hanno avuto nel corso della storia il partito socialdemocratico e i sindacati, in particolare la Landsorganisationen (Lo), la federazione centrale dei collari blu». Una definizione abbastanza simile del modello svedese, o nordico, enfatizza «l’apertura alla globalizzazione, alle nuove tecnologie e ai meccanismi collettivi di “condivisione dei rischi” che proteggono i cittadini contro le conseguenze negative della concorrenza straniera e della nuova tecnologia. La rete di sicurezza è costituita da forti sindacati, generosi sussidi di disoccupazione, politiche del lavoro fatte per incrementare la mobilità occupazionale ed estesi programmi di formazione».

Per Erixon c’è una specifica versione del modello svedese che rende il suo Paese diverso dal resto della Scandinavia: è il modello Rehn-Meidner, elaborato negli anni Cinquanta da due economisti del sindacato LO. «Questo modello invoca politiche economiche anticicliche keynesiane affiancandole a una politica fiscale e monetaria restrittiva nel medio periodo. – spiega l’economista – . Politiche attive del lavoro e una politica di solidarietà salariale sono gli altri pilastri del modello. Lo scopo è raggiungere i quattro obiettivi della politica economica del secondo dopoguerra: pieno impiego, bassa inflazione, alta crescita e giustizia, ossia paghe simili per mansioni simili, a prescindere dalla redditività delle singole aziende». 

La principale differenza tra il modello keynesiano e quello Rehn-Meidner è che il primo può comportare una politica monetaria e fiscale espansiva per garantire la piena occupazione, così come misure di contenimento salariale e interventi fiscali straordinari per contrastare l’inflazione. Al contrario il modello Rehn-Meidner cerca di frenare l’inflazione attraverso politiche economiche restrittive nel medio periodo, e di realizzare la piena occupazione attraverso politiche attive del lavoro da combinarsi con misure keynesiane nei momenti di profonda recessione.

«Il modello Rehn-Meidner fu applicato soprattutto negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Nel periodo seguente, sino ai primi anni Novanta, i politici svedesi furono incapaci di attuare le politiche economiche restrittive del modello, provocando un’alta inflazione – continua Erixon – . Tuttavia ci sono reminescenze del modello persino oggi. Perfino i governi non-socialdemocratici hanno varato estese misure a favore del mercato del lavoro».

Il modello Rehn-Meidner non gode di grande fama fuori dalla Scandinavia. Più fortuna ha avuto un concetto coniato dal giornalista americano Marquis Childs negli anni Trenta, «per distinguere la Svezia, con i suoi allora embrionici programmi di welfare, dal comunismo e dal capitalismo»: si tratta della nozione di "terza via", «usata per descrivere nel dopoguerra, in diversi contesti, il modello svedese. Per esempio il modello Rehn-Meidner fu visto come un programma politico-economico a metà strada tra il keynesianesimo e il monetarismo. I socialdemocratici usarono tale nozione negli anni Ottanta per descrivere una politica economica che di fatto si allontanava dal modello Rehn-Meidner – spiega Erixon – . La terza via fu poi utilizzata da Tony Blair per descrivere un programma socialdemocratico che era solo parzialmente in accordo con la terza via svedese. Il risultato di tutti questi usi [inappropriati] è che il concetto di terza via non è invocato spesso nella Svezia odierna».

Terza via o meno, la Svezia sembra aver faticosamente elaborato, nel corso degli anni, un modello economico promettente. Che cerca di superare sia il dogmatismo liberista, sia l’assistenzialismo della sinistra tradizionale. Supportando un capitalismo di successo, e al contempo una società egualitaria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
 

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