
Va in scena Pandora, nuovo appuntamento firmato dalla compagnia I Gordi con l’ideazione e la regia di Riccardo Pippa. Lo spettacolo, selezionato alla Biennale Teatro di Venezia 2020, conferma la ricerca artistica del gruppo, che da anni sviluppa un linguaggio scenico basato sulla potenza del gesto, sulla presenza fisica degli attori, sull’uso delle maschere e su una parola ridotta all’essenziale, capace di oltrepassare ogni barriera linguistica.
L’ambientazione è tanto ordinaria quanto insolita: lo spettacolo si sviluppa interamente in un bagno pubblico. Uno spazio attraversato ogni giorno da persone diverse, luogo di passaggio, di attesa e di fugaci incontri. Ma nel lavoro dei Gordi questo ambiente quotidiano diventa una soglia, un territorio sospeso nel quale le convenzioni sociali si incrinano. Se all’esterno ognuno è chiamato a rispettare ruoli e regole, dentro questo spazio chiuso qualcosa si allenta: emergono pulsioni, paure, desideri, violenze, momenti di intimità e fragilità che difficilmente troverebbero spazio altrove.
Il bagno pubblico diventa così una metafora dell’interiorità. Un luogo dove il corpo si manifesta nella sua dimensione più concreta e inevitabile, liberato dalle rappresentazioni sociali ma anche esposto al giudizio dell’altro. È proprio la vicinanza fisica, resa inevitabile dall’ambiente condiviso, a mettere in evidenza il disagio, la diffidenza reciproca, la paura di invadere o di essere invasi, il timore di risultare fuori posto o addirittura di risultare una minaccia.
Senza riferimenti espliciti all’attualità, Pandora costruisce un racconto che conserva una forte capacità di parlare al presente. Le tensioni che attraversano la società contemporanea diventano materia teatrale senza bisogno di cronache o slogan, ma attraverso immagini, situazioni e comportamenti che appartengono all’esperienza comune.
In scena Claudia Caldarano, Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza affrontano un continuo cambio di ruoli, costumi e identità. I sei interpreti danno vita a un campionario umano vastissimo, passando da un personaggio all’altro con una precisione quasi coreografica. Le partiture fisiche sostituiscono spesso il dialogo, mentre il ritmo scenico alterna accelerazioni improvvise e momenti di sospensione.
Sfilano così figure al contempo riconoscibili e paradossali: l’ossessionato dall’igiene, il rozzo operaio, la donna che si lava nel lavandino, un uomo sui trampoli, un’atleta che si rifugia nel bagno per mangiare di nascosto cioccolato, una coppia gay in crisi, manifestanti, ballerini consumati dall’ansia della prestazione, un anziano dispettoso che trasforma ogni spazio nel proprio territorio, un improbabile coro di ciclisti seminudi e perfino un matrimonio celebrato su un tappeto di carta igienica, disturbato dalla curiosità di un turista invadente.
Ne nasce una successione di episodi autonomi ma legati da una stessa atmosfera, dove il confine tra comicità e malinconia rimane costantemente sfumato. Le situazioni più assurde si intrecciano a momenti di autentica vulnerabilità, mentre il sorriso lascia spesso spazio a una riflessione sul rapporto con il proprio corpo e con quello degli altri.
La cifra stilistica dei Gordi emerge proprio da questo equilibrio. L’assenza quasi totale della parola non impoverisce il racconto, ma ne amplia le possibilità espressive. Il gesto, il movimento, il ritmo, le maschere, il suono e la composizione visiva costruiscono una narrazione accessibile anche a pubblici di lingue e culture diverse, facendo del teatro un linguaggio universale.
A sostenere questo universo contribuiscono le maschere e i costumi di Ilaria Ariemme, le scene di Anna Maddalena Cingi, il disegno luci di Paolo Casati, la cura del suono di Luca De Marinis, la vocal coach Susanna Colorni e la drammaturga Giulia Tollis, in una produzione del Teatro Franco Parenti.