Assolvere i generali croati è un’ingiustizia che fa un favore a Usa e Ue

L’annullamento della sentenza in primo grado che condanna i croati per l’Operazione Tempesta,  solleva alcuni interrogativi. La sentenza ha spaccato la corte e le motivazioni usate sono molto dubbie. Fa comodo alla Ue e agli Usa ma sembra che l’intenzione sia di addossare alla Serbia l'intera res...

Korenica
19 Novembre Nov 2012 1520 19 novembre 2012 19 Novembre 2012 - 15:20
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La camera d’appello del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia – un organo delle Nazioni Unite, che siede all’Aja – ha appena assolto due imputati croati che in primo grado erano stati ritenuti responsabili di crimini di guerra commessi durante la cosiddetta “Operazione Tempesta” dell’estate del 1995.

I commenti che ho letto parlano soprattutto degli effetti di questa decisione sulla complicata situazione politica dei Balcani o dello scollamento tra verità giudiziaria e ricostruzione storica. Io parlerò invece della sentenza.

L’Operazione Tempesta fu la fulminea manovra mediante la quale l’esercito croato riprese il controllo di un’ampia porzione di territorio croato popolata da cittadini croati di etnia serba: la Krajina, una regione strategica situata alle spalle della Dalmazia centrale, che taglia in due la Croazia. Nel 1991, all’inizio delle guerre jugoslave, la popolazione di questa regione disconobbe la giurisdizione delle autorità croate – le quali si stavano separando dalla Jugoslavia federale per rendersi indipendenti – e sotto la guida di un gruppo di armati organizzò la sedicente Repubblica Serba di Krajina, che fu sostenuta dal regime di Miloševic e contribuì alle sue criminali avventure in Croazia e in Bosnia.

Nello spazio di pochi giorni, tra il 4 e il 9 Agosto 1995, l’esercito croato travolse la Krajina e circa duecentomila serbi – quasi tutti, ripeto, cittadini croati – fuggirono in Serbia o nella porzione serba della Bosnia: l’esodo più grande dalla fine sella seconda guerra mondiale, che svuotò la Krajina quasi completamente.

Pochi sono tornati. Ho attraversato alcune valli della Krajina nell’estate del 2007, e ho visto paesi deserti e pieni di case bruciate, senza più il tetto ma coi muri integri e privi di fori di proiettili o di altre tracce di combattimenti. Erano probabilmente state incendiate una per una, perché nei loro orti ho visto alberi da frutta alti e verdissimi: una tecnica di pulizia etnica usata diffusamente nelle guerre jugoslave, e in particolare dai serbi di Bosnia.

La questione principale di fronte al Tribunale era se quell’esodo fu deliberatamente provocato dalla dirigenza croata. I giudici di primo grado osservarono che le quattro città della Krajina furono pesantemente e ininterrottamente bombardate per trentasei ore, tra il 4 e 5 Agosto, nonostante non opponessero alcuna resistenza. Notarono che la fuga della popolazione che seguì al bombardamento fu accompagnata da omicidi, violenze, incendi, saccheggi e devastazioni commessi dalle forze croate.

E considerarono sia il resoconto della riunione della dirigenza croata che decise l’Operazione Tempesta, nel quale si parla esplicitamente della rimozione della popolazione della Krajina, sia le politiche discriminatorie del governo croato, le quali resero difficile agli sfollati tornare alle proprie case o farsene riconoscere la proprietà, sia le dichiarazioni del presidente Tuđman e del suo governo sulla riconquista della Krajina alla nazione croata e la necessità di ripopolarla.

Per queste e altre ragioni, illustrate in 1.300 pagine di motivazione, i giudici conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la gran parte dei suoi abitanti, e ascrissero questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) a un gruppo che includeva il presidente croato Tuđman, il ministro della difesa e il capo di stato maggiore dell’esercito – tutti morti prima dell’inizio del giudizio – e i due imputati: il generale che guidò l’Operazione Tempesta (Ante Gotovina) e il comandante delle forze speciali di polizia che affiancarono i soldati.

Il bombardamento delle quattro città, in particolare, fu ritenuto illegittimo perché moltissimi proiettili caddero a più di 200 metri di distanza da ogni plausibile legittimo obiettivo militare. Bombardare indiscriminatamente una zona abitata è infatti un crimine: se n’è discusso a lungo in relazione alle recenti guerre di Gaza e del Libano, e se ne discuterà di nuovo per le bombe di questi giorni.

Secondo la corte d’appello la sentenza di primo grado non spiega in modo adeguato perché fu scelto un margine d’errore di duecento metri (per valutare, appunto, se i proiettili fossero stati indirizzati su bersagli legittimi o fossero invece stati sparati indiscriminatamente sulla città). Questo è l’unico punto sul quale i cinque giudici concordano. Il resto della sentenza è opera di tre soli di essi, i quali hanno scritto che, venuto a mancare il margine d’errore per valutare i presumibili bersagli dei tiri d’artiglieria, “non si può escludere” che “tutti” i proiettili fossero stati indirizzati su obiettivi legittimi e quindi non si può giudicare illegittimo il bombardamento: questa è la ragione principale dell’assoluzione.

Ma se non si dispone di un margine d’errore nessun bombardamento potrà mai essere considerato indiscriminato: neppure quelli di Dresda e Tokyo del 1945, perché non si può escludere che tutte quelle bombe mirassero a bersagli legittimi – che da qualche parte saranno pure esistiti – e siano invece cadute su case, scuole, ospedali a causa di una raffica di vento o di altre ragioni indipendenti dalla volontà del bombardatore. Proprio per questa ragione i giudici di appello non potevano accontentarsi di dire che la motivazione del criterio dei 200 metri è carente: essi avevano invece il dovere – così scrivono gli altri due giudici nelle loro dissenting opinions – di stabilire un margine d’errore e poi applicarlo alle moltissime prove raccolte in giudizio quanto ai luoghi d’impatto dei proiettili, oppure di rinviare la causa ai giudici di primo grado perché fossero loro a compiere queste due operazioni.

Violando quest’obbligo la corte ha concesso un credito illimitato alle parole degli imputati, che naturalmente negavano di aver ordinato un bombardamento indiscriminato: l’argomento del “non si può escludere” ha coperto, in particolare, tutti i 900 proiettili caduti sulle case della piccola città di Knin i cui punti d’impatto sono stati ricostruiti dalla sentenza di primo grado, molti dei quali si trovano a oltre 400 o addirittura 800 metri di distanza dal più vicino obiettivo legittimo.

Si aggiunga che un testimone intrinsecamente credibile – l’ufficiale che comandò l’artiglieria croata durante l’Operazione Tempesta, agli ordini dell’imputato Gotovina – aveva suggerito ai giudici di primo grado un margine d’errore inferiore a 200 metri: questo margine pertanto era garantista, come si usa dire, e infatti la corte d’appello non dice che è sbagliato ma solo che non è stato ben motivato. Di fronte a queste prove, un’assoluzione senza rinvio è un palese diniego di giustizia.

Ma violare quell’obbligo non bastava per assolvere gli imputati: i giudici hanno dovuto anche sostenere che la condanna si reggeva principalmente sull’illegittimità del bombardamento e che questa si fondava principalmente sul criterio dei duecento metri. Le due dissenting opinion dimostrano molto persuasivamente il contrario. Ma più che illustrare i loro argomenti, preferisco dare un’idea di quanto drastica e radicale sia la loro critica.

Una dissenting opinion qualifica i ragionamenti della corte come “artificial”, “defective”, “confusing”, “confused”, “disturbing”, “staggering”, “extraordinary”, “unacceptably speculative”, “fundamentally flawed”, “completely unjustified”, “untenable”. L’altra si chiude con queste parole: «I fundamentally dissent from the entire Appeal Judgement, which contradicts any sense of justice». La prima dissenting opinion è dovuta a un giurista sicuramente rispettabile ma poco noto. La seconda invece è opera di uno dei più eminenti studiosi di diritto internazionale, Fausto Pocar, che siede nel tribunale da un decennio e lo ha presieduto per diversi anni (per trasparenza, devo aggiungere che egli fu relatore della mia tesi di laurea e di dottorato, e che non ho discusso con lui di questa sentenza).

L’autorevolezza e l’inaudita durezza di queste critiche suscitano la domanda se gli errori della corte, così gravi e numerosi, siano stati consapevoli. Quelle critiche, infatti, sono sicuramente state discusse nella camera di consiglio: eppure, nonostante siano così evidentemente fondate – penso soprattutto alla questione principale, che è di una semplicità solare – i tre giudici della maggioranza le hanno scartate. Se lo hanno fatto per negligenza bisogna rivedere il modo in cui i giudici sono nominati, perché simili errori sono inaccettabili. Se invece i tre giudici hanno consapevolmente trasgredito alla propria funzione bisogna chiedersi perché. Posso immaginare tre ipotetici motivi.

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Una responsabilità resa ancor più intensa, visibile e fastidiosa dal fatto che in Croazia l’assolto Gotovina è sempre stato considerato un eroe di guerra proprio per come ha riconquistato la Krajina: l’Operazione Tempesta è un mito fondante della nuova identità nazionale croata. La dissenting opinion del giudice Pocar indirettamente solleva questo tema quando osserva che la corte non si è limitata a negare la partecipazione degli imputati al disegno criminale di cui l’Operazione Tempesta avrebbe fatto parte, ma ne ha – tanto deliberatamente quanto implausibilmente – escluso l’esistenza: ciò riabilita sia la memoria di Tuđman sia lo stato che lui ha fondato.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.

Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

Queste sono congetture. Quel che è certo è che questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado, i quali non rientrano nella giurisdizione del Tribunale e avrebbero invece dovuto essere perseguiti dalle autorità croate. Si tratta spesso di crimini commessi dopo la fine delle operazioni militari ai danni dei pochi serbi – per lo più vecchi o malati – che non si erano uniti all’esodo.

Questo è un esempio: «one witness testified that on 7 August 1995, he heard the sound of shooting and saw Croatian soldiers just outside his house in Mokro Polje in Ervenik municipality. He overheard their conversation about “killing another one” whereupon he went downstairs and found his elderly mother and his mentally-ill brother who had both been shot» (il fratello era già morto mentre la madre ha avuto ancora la forza di far segno al figlio di fuggire, ed è spirata). Poco prima, la casa di questa famiglia era stata razziata: oltre ad aver rotto le finestre e bruciato tre stalle e venti covoni di fieno, i soldati croati si erano portati via la chitarra del testimone e «several kilograms of honey». 

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