I diritti tv spiegano il declino del nostro calcio

La battaglia in Lega Calcio

Dirittitv
18 Settembre Set 2013 1000 18 settembre 2013 18 Settembre 2013 - 10:00

«La legge Melandri? Un aborto». L’ennesima palata in faccia al sitema calcio italiano di Aurelio De Laurentiis è arrivata venerdì 13 settembre, sferrata all’ingresso della Lega Calcio. Da una semplice (per così dire) frase si può estrapolare l’intero status dei diritti tv della Serie A italiana. Una situazione che vede protagonisti due blocchi di squadre pronti a scontrarsi e in mezzo, come oggetto del contendere, un advisor che avrebbe a libro paga la consulenza di un’”Ape regina” (al secolo Sabina Began) e che sarebbe espressione dei poteri forti di metà Lega. Il tutto condito da una non chiarissima gestione della vendita di tali diritti al mercato estero.

Cerchiamo di fare ordine nella vicenda. Venerdì 13 settemnbre il meteo prevedeva tuoni e fulmini su via Rosellini, zona viale Zara, Milano. Qui sta la sede della Lega Calcio, dove i presidenti della massima serie si sono dati appuntamento per parlare della commercializzazione dei diritti tv nel triennio 2015/18. Un terreno favorevole alla guerra, di solito. E invece, per quanto l’accordo sia ancora lontano, su un aspetto si sono trovati tutti d’accordo: valorizzare al meglio il prodotto calcio visto in tv, cosa che in Italia vale ancora tra il 60 e il 70% degli introiti di una squadra di serie A. È un inizio, certo, ma sono diversi i nodi da sciogliere. Perchè resta ancora sul tavolo della Lega la lettera scritta da sette squadre (Inter, Juventus, Fiorentina, Roma, Verona, Sampdoria e Sassuolo) al presidente Maurizio Beretta, al quale hanno chiesto di rivedere il sistema di vendita attualmente affidato all’advisor Infront, il cui contratto è in scadenza proprio nel 2015. Le strade sono tre: prolungargli il contratto, cambiare advisor o passare alla gestione diretta del diritti tv da parte della Lega attraverso un proprio canale da hoc. 

Beretta

Ed è quest’ultima possibilità ad ingolosire i club, che dipendendo troppo dai soldi versati dai vari broadcaster televisivi vorrebbero la gestione diretta. Così Infront diventa advisor scomodo. Un advisor al quale la Lega ha staccato, nel triennio passato, un assegno da 30 milioni di euro di commissione. E che ne verserebbe a sua volta 370mila all’anno di consulenza a Sabina Began, passata da “Ape regina” delle olgettine a dipendente della società di marketing sportivo aperta nel 2006 da Marco Bogarelli. La società ha smentito di aver assunto la Began, ma vuoi o non vuoi, tutto ruota ancora una volta a Silvio Berlusconi, via Milan.

Bogarelli è legato da tempo alla Fininvest, nonché ai rossoneri: assieme a Riccardo Silva ha fondato Milan Channel, canale tematico del club. Come riportato dalla ricostruzione fatta nel 2008 dal Corriere della Sera, inoltre, Bogarelli si è già occupato della gestione dei diritti tv internazionale sia per il Milan che per la Juve e il suo vice, Andrea Locatelli, ha lavorato 8 anni per Fininvest proprio nel settore dei diritti sportivi. Tutte coincidenze che hanno fatto alzare il sopracciglio a qualcuno, quando Infront divenne advisor della Lega Calcio sbaragliando la concorrenza di corazzate come Mediobanca e Sportifive. 

Infront è dunque rappresentante di una delle due metà del cielo in Lega. La società è al servizio di altre squadre di serie A: oltre al Milan, si occupa del marketing di Cagliari, Lazio, Palermo e Genoa. I cui massimi dirigenti sono stati sostenitori di Beretta durante le elezioni di Lega dello scorso gennaio. Con i battuti, che spalleggiavano Abodi, esclusi dal Consiglio del consorzio dei club. Va da sé che tra questi ci sono le grandi firmatarie della lettera anti–Infront, in particolare Juve e Fiorentina, ovvero Agnelli–Della Valle, che con l’ad del Milan Adriano Galliani non è che si vogliano proprio bene, per alcuni trascorsi sul campo che vanno dal gol fantasma di Muntari contro i bianconeri agli screzi in zona Champions con i Viola. Dopo il “volemose bene” dell’ultima riunione, ora resta da capire come mettere d’accordo tutti, vista la disponibilità di Beretta al dialogo. D’altronde ci sono in ballo 1 miliardo di euro: tanto sono valsi i diritti tv in totale nell’ultimo triennio. Un gruzzolo sul quale si starebbe muovendo, come possibile nuovo advisor, la Img. E questa sarebbe la terza via da praticare.

Ma c’è un altro nodo da sciogliere: quello dei diritti tv all’estero. Riavvolgiamo il nastro e torniamo a un nome associato a quello di Bogarelli: Riccardo Silva. Che con la sua MpSilva, società con sede in Irlanda per motivi fiscali, si occupa della vendita delle immagini del nostro calcio all’estero. Un’attività sulla carta non particolarmente redditizia, dato che la Lega ha incassato quest’anno 120 milioni dalla cessione delle partite della serie A fuori dall’Italia sugli oltre 900 guadagnati. Eppure Silva nel bilancio 2012, alla voce vendita diritti, ha dichiarato di averne incamerati 213: peccato che nella stagione 2011/12, alla Lega ne abbia girati solo 90.

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Ecco spiegato perchè molti club vogliono vederci chiaro. Hanno paura di vedersi sfilare i soldi da sotto il naso. E di soldi il calcio italiano ne ha bisogno come il pane, incapace com’è di produrne altri che non siano quelli dei diritti televisivi. Così, per salvaguardare i bilanci, ecco che si cerca di capire come sopravvivere. Per il momento, lo si fa con la legge Melandri–Gentiloni, un apparato normativo che crea evidenti squilibri tra le grandi e il resto del gruppo. La legge prevede infatti che gli introiti incassati dalla Lega debbano essere suddivisi solo per il 40% in parti uguali. Un 30% viene distribuito alle squadre sulla base dei loro tifosi e dei residenti delle loro città, mentre un altro 30% in base ai risultati dell’ultima stagione, delle ultime 5 e di quelli compresi tra la sestultima stagione fino a quella del 1946. Un dato, l’ultimo, che fa capire più di ogni altro quanto sia vecchio il nostro pallone. 

Twitter @aleoliva_84

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