
La domanda non è se Andrea Pirlo possa o meno diventare commissario tecnico della Nazionale. La domanda è perché un contratto commerciale con un bookmaker russo sia riuscito a trasformarsi in un caso politico italiano. Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante. Perché racconta perfettamente il modo in cui funziona oggi l’influenza russa: molto meno attraverso grandi operazioni clandestine, molto più sfruttando le nostre divisioni, le nostre ingenuità, le nostre polemiche.
Sia chiaro: non c’è alcun elemento che faccia pensare a una regia del Cremlino dietro la candidatura di Pirlo. Anzi, è assai più probabile che ci siano soltanto soldi, un contratto di sponsorizzazione firmato mesi fa con Fonbet e una scelta calcistica compiuta da chi ha proposto il suo nome per la panchina azzurra.
Ma è proprio questo il punto. La forza dell’asimmetria non sta nel controllare ogni mossa dell’avversario. Sta nel saper trasformare qualsiasi sua mossa in un vantaggio.
Se Pirlo viene considerato inadatto perché ambassador di un bookmaker russo, Mosca può raccontare l’ennesima storia dell’Occidente che discrimina tutto ciò che è russo. Se invece diventa commissario tecnico senza che quel rapporto susciti particolari conseguenze, la narrazione opposta è già pronta: l’isolamento internazionale della Russia si sta sgretolando, perfino il volto della Nazionale italiana collabora con un’azienda russa.
È un gioco in cui, qualunque sia l’esito, qualcuno a Mosca troverà materiale utile per alimentare la propria narrativa.
Non è un complotto. È una dinamica.
Lo abbiamo già visto decine di volte. Le democrazie discutono, litigano, si dividono. I regimi osservano e utilizzano quei conflitti come materia prima della propria propaganda. Non hanno bisogno di inventarli: basta amplificarli.
Per questo il problema non è Pirlo. E non è nemmeno il calcio.
Il problema è prestarsi, spesso inconsapevolmente, a operazioni che hanno un valore simbolico enorme. Fonbet non ha scelto Andrea Pirlo perché fosse un ex regista elegante. Lo ha scelto perché è un campione del mondo italiano, una figura riconoscibile ovunque. Quando, nell’ottobre 2025, annunciò il suo ingaggio, il bookmaker lo disse apertamente: la collaborazione dimostrava che, nonostante l’isolamento internazionale, una star mondiale era pronta a lavorare con un’azienda russa. Era un messaggio politico molto prima che pubblicitario.
Che poi si tratti di un bookmaker rende la vicenda ancora più delicata. Le piattaforme di scommesse operano in un settore che richiede la massima attenzione in termini di trasparenza, reputazione e controlli. Non è un caso che, dopo l’invasione dell’Ucraina, molti grandi marchi sportivi abbiano interrotto i rapporti con sponsor russi. E non è un caso che una Nazionale, simbolo del fair play e dell’interesse pubblico, dovrebbe mantenere standard reputazionali persino superiori a quelli di un club.
Lo sport, del resto, non è mai stato neutrale. Dai Giochi olimpici di Mosca del 1980 al boicottaggio occidentale, fino ai Mondiali in Qatar o alle grandi competizioni utilizzate dalle potenze come strumenti di prestigio internazionale, ogni evento sportivo porta con sé una dimensione geopolitica. Non è una novità. La novità è quanto sia diventato semplice sfruttarla.
Basta un contratto commerciale. Basta una foto. Basta una nomina.
Il resto lo fanno i social network, gli algoritmi, le tifoserie politiche. Da una parte chi grida alla censura, dall’altra chi parla di tradimento. Nel mezzo scompare quasi sempre la domanda più importante: era davvero necessario?
Pirlo avrebbe replicato alle critiche, racconta il Corriere della Sera, parlando di «polemiche strumentali» e di «ipocrisia», ricordando che il Mondiale si è disputato negli Stati Uniti mentre Washington era impegnata nel conflitto con l’Iran. È un argomento che intercetta un tema reale, quello dei doppi standard nell’uso politico dello sport. Ma è proprio qui che emerge il paradosso delle guerre ibride: il dibattito sul merito rischia di diventare irrilevante rispetto all’effetto prodotto. La discussione si polarizza, le contrapposizioni si irrigidiscono, e una vicenda nata da una scelta commerciale finisce per alimentare esattamente quel tipo di frattura che gli attori ostili cercano di sfruttare.
Perché il principio dovrebbe essere semplice: chi rappresenta un Paese dovrebbe evitare rapporti che possano trasformarlo, anche involontariamente, in uno strumento di legittimazione di regimi impegnati in guerre di aggressione.
Non perché ogni contratto con una società russa sia automaticamente propaganda del Cremlino. E nemmeno perché dietro ogni vicenda ci sia una regia di Mosca.
Ma perché oggi la propaganda funziona proprio così: sfruttando gli spazi grigi, le ambiguità, le leggerezze. Gli “utili idioti”, per usare la brutale espressione attribuita alla tradizione sovietica, spesso non servono nemmeno. Le polemiche si costruiscono da sole. Basta che qualcuno offra l’occasione.
Ed è questa, forse, la lezione più amara del caso Pirlo. Non che la Russia sia diventata improvvisamente più forte. Ma che noi continuiamo a regalarle vittorie comunicative senza che debba nemmeno conquistarle.