Nel Paese delle città fantasma

L’Istat ne ha censite 6mila. Sono posti dove non abita più nessuno e che rischiano di morire ancora

Paesi Fantasma In Italia
4 Aprile Apr 2015 0845 04 aprile 2015 4 Aprile 2015 - 08:45

Quando il 15 ottobre del 2000 il cuore di Teodora Lorenzo, detta zia Dorina, cessò di battere, il borgo di Roscigno vecchia, nell’entroterra salernitano, concluse la sua storia secolare. Con zia Dorina se ne andava l’ultima presenza umana del posto. Roscigno diventava un paese fantasma.

Ignorata dai navigatori satellitari e dalla reti dei cellulari, c’è un’Italia fatta di città, paesi e contrade come Roscigno. Senza più abitanti, da Nord a Sud restano gli scheletri di un passato perduto tra bassa natalità, emigrazione e spostamenti verso luoghi dove c’era più lavoro. Frane, terremoti e alluvioni hanno fatto tutto il resto, lasciando qua e là mucchi di case vuote. Solo d’estate si vede qualche proprietario che torna dalle città per prendere aria pura e togliere le ragnatele.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, i paesi fantasma in Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a 6mila. In Spagna ce ne sono circa 4.500. Negli Stati Uniti se ne contano fino a 15mila. «Il termine ghost town è stato coniato dal giornalista svedese Jan-Olof Bengtsson durante una visita alla città di Varosha a Cipro», spiega Fabio Di Bitonto, geologo e fondatore del sito “Paesi fantasma”. «Sono posti che agli occhi del visitatore appaiono come fantasmi, figure sfocate di quello che erano prima». Tutto in queste cittadine è rimasto fermo, non si sente nessuna voce e non si incontra più nessuno.

Roscigno 0

(Roscigno)

Il giornalista napoletano Antonio Mocciola nel suo ultimo libro Le belle addormentate ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli.

Ogni paese nasconde la propria storia, ma ogni zona d’Italia ha i suoi motivi di spopolamento. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra preferendo condizioni di vita migliori e più comode. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni; altri ancora spopolati dopo la morte di tutti gli abitanti. Come Galeria, alle porte di Roma, falcidiata da un’epidemia di malaria. Ci sono anche ragioni economiche, però: è il caso dei villaggi minerari in Sardegna, abbandonati dopo la chiusura delle attività estrattive, o della singolare storia di Consonno, ex borgo medievale raso al suolo per farne una Walt Disney della Brianza e poi di nuovo abbandonato a sé stesso.

«La causa principale dell’abbandono sono i disastri climatici e gli eventi naturali», racconta Antonio Mocciola. «Molti paesi sono stati abbandonati perché diventavano scomodi da vivere». Frane, smottamenti, terremoti rendevano il territorio inospitale e pericoloso. Lungo l’Appennino, che è «l’osso dell’Italia», in particolare tra Basilicata, Campania e Calabria, il terreno friabile ha isolato e continua a isolare intere comunità. «Fino agli anni Cinquanta le popolazioni hanno resistito», spiega Mocciola, «poi le tentazioni delle valli, le maggiori offerte di lavoro e gli scali ferroviari hanno portato le persone a spostarsi». Finché non è rimasto più nessuno. E in molti di questi paesi oggi non potrebbe vivere più nessuno perché pericolanti o isolati dalle frane di un territorio in grave dissesto idrogeologico. È il caso di Cavallerizzo di Cerzeto, o di Oriolo, al confine tra Calabria e Basilicata, che ancora oggi continuano a venire giù come castelli di sabbia. Altri paesi sono difficilmente raggiungibili, costruiti in cima a una rupe o in fondo a un precipizio per non essere attaccati dai nemici. E che sono ancora inaccessibili ai più, mantenendo fede all’obiettivo iniziale.

L’emblema delle città abbandonate italiane è Civita di Bagnoregio, appoggiata da secoli su un colle di tufo, chiamata “la città che muore”. Per ogni frana (frequente), Civita perde un pezzo, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese.

Sono luoghi che appartengono a un’altra geografia. Come Castiglioncello di Firenzuola, un paese abbandonato da tutti tanto da non essere collocato in nessuna regione, né in Emilia Romagna né in Toscana. Spesso non si trovano neanche sulle cartine geografiche, come Buonanotte, che pure Benedetto Croce aveva descritto come uno dei luoghi più nascosti d’Abruzzo. Qualcuno di questi paesi è anche in vendita, come l’isola di Poveglia, nella laguna di Venezia, adibita prima a lazzaretto per gli appestati e poi a manicomio durante il fascismo.

Castiglioncello Firenzuola

(Castiglioncello di Firenzuola)

Molto hanno fatto anche i collegamenti mancanti. Strade statali asfaltate che aggirano i paesi anziché collegarli, linee ferroviarie minori tagliate a favore di investimenti sulle linee principali e più remunerative «hanno causato trasferimenti forzati», dice Mocciola. Per raggiungere le città fantasma bisogna percorrere strade di ciottoli e sassi appuntiti, superare ponti stretti a picco nel vuoto o arrancare lungo scale ripidissime. Come i “2.886 gradini verso il cielo” che separano da Savogno, in Valtellina, dove ormai da decenni non vive più nessuno. «Chi abitava lì era abituato a percorrere tutti questi gradini», dice Mocciola, «oggi non lo siamo più».

E a volte anziché risanare i vecchi centri storici si è preferito costruire nuove città non troppo distante, spesso generando veri e propri scempi. «È quello che è successo a Matera, prima della riscoperta dei sassi, dove le amministrazioni locali hanno costruito una “finta Matera” a pochi chilometri dal centro, addirittura cercando di ricreare i sassi, senza tuttavia riuscirci». O nei paesi terremotati dell’Irpinia, dove anziché recuperare si è preferito radere al suolo per poi ricostruire. Lasciando in vita solo qualche chiesa, come ruderi inventati da tenere a distanza.

Molti dei paesi fantasma vivono spesso accanto alle proprie new town, come sorelle maggiori più brutte con le quali da anni non si rivolgono la parola. Frattura, in Abruzzo, che già nel nome porta la divisione tra vecchio e nuovo. Sotto, gli abusi edilizi degli anni Settanta e qualche pacchiano ristorante di pesce, sopra, in alto, il borgo abbandonato dopo il terremoto che devastò la Marsica nel 1915.

Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “albergo diffuso” nelle case prima abbandonate. E lo stesso progetto è in corso nella vicina Buonanotte, dove un re di passaggio con corte e scudieri trovò rifugio in una notte di vento e bufera chiamandola Malanoctem, salvo poi cambiare umore il giorno dopo. E anche il nome.

«Un’altra soluzione per far rivivere questi borghi potrebbe essere quella di aprirli agli immigrati che hanno bisogno di un posto in cui stare», dice Antonio Mocciola. E qualche esempio già esiste in Calabria, dove i profughi di ogni parte del mondo stanno facendo rivivere borghi poco abitati come Riace, Acquaformosa e Caulonia, da cui i giovani fuggono verso il Nord Italia alla ricerca di un lavoro. «È già accaduto nel Cinquecento, quando le popolazioni arbëreshë hanno fatto rifiorire paesi morti, che tutt’oggi mantengono le tradizioni albanesi».

Santo Stefano Di Sessanio

(Santo Stefano di Sessanio)

Alcuni posti, come Galeria, alle porte di Roma, sono diventati la location per giochi di ruolo in costumi medievali. Altri, come Casacca, sono centri di ritrovo ideale per messe nere e riti satanici. La leggenda vuole che a Casacca un bambino venne murato vivo perché frutto di un’unione proibita tra un prete e una suora. Una maledizione che ha perseguitato i suoi abitanti tanto da accelerare l’abbandono del paese, fomentando così la fama di paese nero e maledetto.

Molti di questi paesi hanno storie romantiche e crudeli che sembrano uscite dalle pagine di un libro di fantasia. A Reneuzzi, ad esempio, il giovane Davide Bellomo non sopportava l’idea di perdere la ragazza che amava. Pazzo d’amore, di rabbia e di solitudine, portò la sua amata nel bosco e la uccise a colpi di roncola e poi si suicidò con la stessa arma. Il borgo era troppo piccolo e debole per sopportare quel dolore. I fantasmi dei due giovani convinsero gli ultimi pochi abitanti a scendere a valle, lasciando Reneuzzi al suo destino. Era il 1961, l’Italia era in pieno boom economico mentre un paese di spegneva. Qualche anno dopo Dario Argento avrebbe girato lì una scena di Profondo Rosso.

Tra le pieghe delle Alpi, invece, a Moggessa di qua e Moggessa di là, che non è una filastrocca ma il nome di un paesino friulano, si nasconde il segreto dei santuari à repit, del respiro, dove le madri portavano i neonati morti subito dopo il parto per cercare di salvarli. A Triora, in Liguria, torturavano le streghe accusate della morìa del bestiame. Ca’ Scapini, nell’appennino parmense, nasconde invece la vergogna di sette bambini forse malati lasciati a morire nel secondo dopoguerra tra le case abbandonate.

«Sono posti pieni di vita», dice Antonio Mocciola, «perché c’è la storia, che si sente mentre si passeggia nelle loro strade». Strade dove i navigatori satellitari non potranno guidarci. «Per trovarli bisogna usare ancora la parola, fermandosi a chiedere a qualcuno, una mappa o anche solo l’intuito. Al massimo ti perdi». Le intemperie del tempo e l’incuria, però, rischiano di risucchiarli per sempre nell’indifferenza generale. «Serve un piano di recupero e conservazione», dice Mocciola. «Un piano di riscoperta dell’Italia interna che oggi è solo l’ultima chance quando si decide dove passare un week end. Eppure le belle addormentate sono solo a poche curve da casa nostra».   

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