Perché gli italiani non parlano l’inglese?

La risposta in una infografica: la scuola insegna troppa grammatica. E siamo storicamente ostili alla diversità

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14 Aprile Apr 2015 1030 14 aprile 2015 14 Aprile 2015 - 10:30

Ci sono domande che la classe politica ha scelto di non farsi. E ci sono giovani che - scontrandosi con la realtà - a certe domande non possono fare a meno di cercare risposte.

Così fa Patricia Franciskovic, 26 anni, padre croato e madre italiana, una laurea in Interpretazione e traduzione, anni vissuti tra Belgio e Germania e ora un lavoro in Francia, a Parigi. La domanda è semplice: perché gli italiani non parlano l’inglese? Ma cercare una risposta, evidentemente, richiede molto coraggio. Il coraggio di ammettere che troppe cose vanno cambiate a livello istituzionale ma anche e soprattutto culturale.

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Patricia lavora da due mesi in una start-up parigina che ha lanciato un’applicazione per insegnare ai bambini l’inglese (Pili pop). Per lanciare l’app e per dare risposta a quella domanda che interroga la sua generazione girovaga e inquieta, ha costruito un’intera infografica.

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Raccogliendo dati da uffici statistici nazionali, Commissione Europea e Eurostat o la banca dati della Scuola di inglese EF, ha creato un parallelo tra la prima nazione in Europa per conoscenza della lingua Inglese, la Danimarca, e il Bel Paese, che nella stessa classifica si piazza al 22 posto (su 24 Paesi considerati).

Prima informazione utile. Italia e Danimarca vantano lo stesso numero di ore scolastiche dedicate all’insegnamento della lingua inglese: due. Ma il metodo pedagogico è decisamente diverso. Noi ci concentriamo su scrittura e grammatica. I danesi imparano soprattutto a parlare, applicando la lingua a situazioni reali. Accademia contro apprendimento spontaneo.

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Ma non è finita qui. La vera, netta differenza la fa l’atteggiamento culturale che i due Paesi hanno verso tutto ciò che è straniero. L’Italia, così come anche Francia e Spagna, porta con sé una storica chiusura alla diversità. «In Danimarca, commenta Patricia, c’è una accettazione delle lingue e culture straniere decisamente superiore rispetto alla nostra». Il che, tradotto in dati, significa che il 41% dei danesi usa l’inglese ogni giorno, contro il 9% degli italiani.

Il 93% dei danesi preferisce guardare film in lingua originale con i sottotitoli. Il 41% dei connazionali rifiuta - categoricamente - di guardare pellicole sottotitolate. Il 58% dei danesi consulta siti web in inglese contro il 26% italiano. L’84% dei danesi approfitta delle vacanze per parlare una lingua straniera contro il 47% nostrano.

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«Il fatto che la quotidianità dei Paesi nordici sia intrisa di inglese, motiva maggiormente i bambini allo studio e apprendimento della lingua», continua Patricia, che si sente parte di una nuova generazione, «più permeabile della precedente alla diversità, ma anche, aggiunge, persa e in cerca di referenze».

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L’applicazione a cui lavora come responsabile della comunicazione è nata dall’idea di suoi tre coetanei francesi: una programmatrice, Elsà, una designer grafica, Soyny, e un economista, Eugéne. «Durante gli anni universitari hanno viaggiato in Europa e si sono scontrati in prima persona con la difficoltà di non padroneggiare la lingua britannica». Cosa che i colleghi nordici facevano benissimo. La Francia, nella stessa classifica europea sulla conoscenza della lingua, figura al 23 posto, un gradino sotto l’Italia. Da qui l’idea di una app che aiutasse i bambini francesi e sud europei a imparare i suoni della lingua il prima possibile. «L’applicazione propone le storie di un gruppo di alieni che arrivano sulla terra e devono imparare la lingua del posto, racconta Patricia. In questo modo si immedesimano nei personaggi e imparano insieme a loro».

Pili Pop, questo il nome del progetto, ha 1500 famiglie iscritte, una produzione continua di aggiornamenti e l’idea di espandersi in nuove piattaforme che insegnino anche altre lingue oltre all’inglese.

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