Raccolta dei pomodori, anche quest’anno migliaia di schiavi dimenticati

In puglia

Raccolta Pomodori Immigrati Puglia
23 Luglio Lug 2015 1615 23 luglio 2015 23 Luglio 2015 - 16:15

Mohamed, 47 anni, sudanese, il 20 luglio è morto stroncato da un infarto sotto il sole del Salento mentre raccoglieva i pomodori in un campo di Nardò, in provincia di Lecce. Aveva chiesto l’asilo in Italia. E intanto era partito verso questo angolo della costa ionica, facendo lo stesso percorso dei vacanzieri diretti verso il mare cristallino di Puglia. Era senza regolare contratto di lavoro, come i due braccianti africani che lo hanno soccorso. La procura di Lecce ha ipotizzato il reato di omicidio colposo, e ha iscritto nel registro degli indagati tre persone: i titolari dell’azienda agricola Mariano, dove il fatto è accaduto, e il presunto caporale sudanese, che avrebbe fatto da intermediario tra i lavoratori stagionali e gli imprenditori. 

Funziona così qui, nel quadrato dell’“oro rosso”, tra Foggia, Taranto, Lecce e Brindisi. Ogni estate, tra luglio e settembre, migliaia di stranieri arrivano da tutta Italia per raccogliere i pomodori destinati per lo più alle aziende campane, che li trasformano a loro volta nella polpa, pelati e passate che troviamo al supermercato. Molti hanno i documenti in regola per stare in Italia, come Mohamed; tanti altri no. Vivono nei cosiddetti ghetti, baraccopoli senza acqua e in condizioni igienico sanitarie terribili, dove i caporali li vanno a prelevare. Ce ne sono tanti di ghetti in Puglia. Il più noto è quello di Rignano Garganico, in provincia di Foggia, da dove trasmette anche una radio (Radio Ghetto) che racconta le voci dei circa 1.500 braccianti che d’estate vivono nei container. Ma ci sono anche il “ghetto del Ghana” e quello “dei bulgari”, divisi per nazionalità di provenienza.

Vivono nei cosiddetti ghetti, senza acqua e in condizioni igienico sanitarie terribili, dove i caporali li vanno a prelevare. Da qui gli immigrati partono per lavorare per giornate intere per due o tre euro all’ora

Da qui gli immigrati partono per lavorare per giornate intere, chinati sotto il sole rovente, per due o tre euro all’ora. Il più delle volte in nero. «Il resto dei soldi se lo mettono in tasca i caporali», spiega Ettore Ronconi della Flai Cgil, il sindacato dei lavoratori dell’agroindustria. «Ci sono cosiddetti “caporali neri”, che spesso hanno la stessa provenienza dei lavoratori sfruttati, ma dietro di loro ci sono i “caporali bianchi”, che coordinano le attività». 

Tra il quadrato pugliese e l’area di Potenza, al confine tra Puglia e Basilicata, ogni anno sono impiegati nella raccolta dei pomodori tra i 18mila e i 19mila braccianti. «Nonostante gli imprenditori sostengano che la raccolta manuale sia diventata ormai marginale rispetto alla raccolta meccanizzata, sappiamo che non è così», dice Ronconi. «La raccolta manuale impiega ancora molte persone, e sono soprattutto immigrati».

Lo scorso anno sindacati e associazioni imprenditoriali avevano anche firmato un protocollo per la responsabilità sociale ed etica nella filiera delle conserve di pomodoro. «Ma a quanto pare in un anno nulla è cambiato», dice Ronconi. «Siamo ancora alla vigilia dell’apertura della vera e propria stagione di raccolta e c’è già un morto». L’azienda in cui è avvenuto l’incidente, del resto, già nel 2012 era finita nel mirino della Procura con l’arresto del titolare Giuseppe Mariano, coinvolto nell’operazione “Sabr” (dal nome di uno dei caporali) sullo sfruttamento dei braccianti nei campi, insieme a tutti i più grossi imprenditori della zona. Dalle indagini era emersa una organizzazione piramidale transnazionale, dedita proprio all’ingresso irregolare di migranti sul territorio italiano, destinati a essere sfruttati nella raccolta di angurie e pomodori.

“La Doria spa, Princes Industrie alimentari, Franzese spa, Giaguaro spa, La Rosina, Pancrazio spa, Conserve Italia, Mutti ecc. sono consapevoli di quanto sta avvenendo nei luoghi della raccolta del pomodoro?”

Il protocollo, firmato il 24 luglio 2014 dalle parti sociali, metteva in evidenza come nella coltivazione e raccolta del pomodoro emergessero fenomeni di caporalato e utilizzo illegale di manodopera, chiedendo di applicare salari giusti, diritti e tutele. I firmatari, compresa la Anicav, Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali della Confindustria, si erano impegnati ad avviare una serie di incontri nelle prefetture dei bacini di riferimento delle coltivazioni per intensificare i controlli e garantire la legalità lungo l’intera filiera. Ma tutto sembra rimasto sulla carta. «La Doria spa, Princes Industrie alimentari, Franzese spa, Giaguaro spa, La Rosina, Pancrazio spa, Conserve Italia, Mutti ecc. sono consapevoli di quanto sta avvenendo nei luoghi della raccolta del pomodoro?», si chiedono dal sindacato. «Il problema si risolve in maniera semplice, non accettate pomodoro raccolto con lo sfruttamento dei lavoratori, negate il mercato alle imprese agricole irregolari».

Ma un ruolo importante ce l’hanno anche le organizzazioni dei produttori (Op) che fanno da intermediari tra le aziende agricole e le industrie della trasformazione. «Agriverde, OP Mediterraneo, Apo Foggia, Assofruit, ecc. che fanno per debellare il fenomeno?», scrivono dalla Flai. «Nulla, tacciono, prendono ingenti finanziamenti dell’Europa, dallo Stato e dalle Regioni. Forse è arrivato il momento di affermare un principio: prendi i finanziamenti che competono se attui norme rigorose sul conferimento dei prodotti agricoli e del pomodoro da parte dei soci e se gli stessi dimostrano che la raccolta l’hanno effettuata con manodopera regolare e con tariffe salariali contrattuali».

La filiera, dice Ronconi, «si potrebbe controllare facilmente». Questa la sua soluzione: «Basta che le Op stabiliscano che per fare un tot di tonnellate di pomodoro serve un certo numero di lavoratori. E di questi lavoratori devono pretendere contratti e versamenti previdenziali, altrimenti non accettano il prodotto». In modo da sancire che i pomodori sono prodotti nel rispetto delle regole. «Se no tutti gli anni è la stessa storia». E la prospettiva, anche quest’anno, è che «la campagna del pomodoro sarà la campagna dello sfruttamento, dei rapporti irregolari, dello schiavismo». Soprattutto considerando che dall’inizio dell’anno abbiamo già superato oltre 55mila sbarchi di immigrati, un ulteriore bacino per la raccolta di manodopera irregolare.

Potrebbe interessarti anche