Amministrative in Francia

”Il Front National non è più di destra, per questo può vincere”

Parla Marco Tarchi, politiologo esperto di populismi, alla vigilia delle elezioni francesi: «Il bacino elettorale dei populisti sono i “perdenti della globalizzazione”: operai, disoccupati, piccoli commercianti. In Francia, ma anche in Italia e in Spagna...»

Lepen

(ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP)

3 Dicembre Dic 2015 2037 03 dicembre 2015 3 Dicembre 2015 - 20:37

Domenica si vota in Francia, per le elezioni regionali, a poche settimane dai fatti del tragico Tredici Novembre. Nei sondaggi svettano le due Le Pen, Marine e la nipote Marion. Linkiesta ne parla con il politologo Marco Tarchi, studioso di populismo, appena rientrato dalla Francia per alcune ricerche sul campo.

Professore, il parricidio politico di Jean Marie dunque non porta via consensi al FN, che potrebbe vincere in quattro regioni?
A quanto pare, no. La lite familiare – che in realtà ha un sottofondo politico/ideologico consistente – ha sottratto al Front national un certo numero di quadri intermedi e militanti, proseguendo ed ampliando una diaspora che si era aperta al momento della successione alla presidenza della figlia al padre nel 2011. Molti, fra i vecchi dirigenti (ora quasi tutti fuoriusciti e confluiti in un piccolo partito testimoniale, il Parti de la France, che ha scarse ambizioni elettorali ed è più che altro un contenitore amicale), temevano infatti già allora che Marine, dotata di ottime doti comunicative ma del tutto indifferenti alle questioni di cultura politica, avrebbe progressivamente abbandonato alcuni dei fondamenti ideologici del partito, spostandolo decisamente dal retroterra di destra radicale con connotati populisti ad un populismo puro e dichiarato. Così è avvenuto, dispiacendo ciò che resta (ed è poco) dell’opinione pubblica cattolico-tradizionalista o nostalgica di Vichy e dell’Algérie Française ma attraendo le fasce dell’elettorato che ormai sono ovunque, in Europa, il bacino di consensi delle formazioni populiste: operai, disoccupati, piccoli commercianti, artigiani e altri gruppi sociali che vengono dipinti come i ‘perdenti della globalizzazione’. Costoro sono molto più numerosi e sono fortemente attratti dal discorso di un partito che, unico, si oppone da sempre ai flussi migratori di massa dai paesi extraeuropei e contesta le politiche dell’Unione europea, accusando quest’ultima di essere strutturalmente succube della volontà dei circoli finanziari e tecnocratici.

Quanto possono influire sul voto gli attacchi terroristici del 13 novembre?
Stando ai sondaggi, non molto (il FN era già molto in alto nelle rilevazioni demoscopiche), ma abbastanza per consentire, forse, al partito di Marine Le Pen di aggiudicarsi il governo di un paio di regioni e di fare da ago della bilancia in un altro paio, costringendo fra l’altro i sarkozysti – che non mi sembra il caso di continuare a chiamare gollisti, perché da un pezzo si sono distaccati, nei fatti, da molte delle idee dell’uomo cui continuano formalmente ad ispirarsi – e i socialisti ad innaturali (ma probabili) alleanze, desistenze incrociate o addirittura fusioni di lista fra il primo e il secondo turno nelle regioni in cui si troveranno dietro le liste frontiste. Ciò non potrà che portare acqua al mulino della propaganda del Front national, che da anni denuncia la connivenza nell’Umps (cioè Ump, nome precedente degli attuali Républicains, e Ps) di un ceto politico autoreferenziale, pronto a tutto pur di mantenere il potere e i connessi vantaggi. Questa critica tipicamente populista a ‘quelli che stanno in alto’ in nome di ‘quelli che stanno in basso’ sta trovando riscontri importanti nella pubblica opinione. Tornando all’effetto degli attentati, era inevitabile che favorissero una forza politica che da sempre si è distinta per i suoi accenti allarmistici sui temi dell’insicurezza e del pericolo costituito dalla crescita dell’estremismo islamico all’interno delle comunità di immigrati.

Questa critica tipicamente populista a ‘quelli che stanno in alto’ in nome di ‘quelli che stanno in basso’ sta trovando riscontri importanti nella pubblica opinione.

La Francia sta diventando di destra, condividendo gli ideali del FN, o è colpa di Hollande, apprezzato dai francesi per come ha gestito la fase post-attentati ma non per il suo governo?
Se accettiamo convenzionalmente la distinzione sinistra/destra e si colloca il Front national sul secondo versante (operazione oggi più che mai discutibile, perché Marine Le Pen ha accentuato l’autodefinizione ‘ni droite ni gauche’ del partito di cui è a capo), si può dire che da un pezzo la Francia è spostata verso destra. Già negli anni Ottanta, se si fossero sommati i voti del FN a quelli delle liste golliste, giscardiane e dei cosidetti ‘divers droite’, non ci sarebbe stata partita con socialisti, comunisti, trotzkysti e via dicendo. Il rapporto sarebbe stato – ed era, anche se i voti non erano cumulabili, per le differenze reciproche e per la demonizzazione del Front da parte degli altri partiti – 60 a 40, come minimo. Non credo che quel rapporto sia sostanzialmente cambiato. Anzi: i guadagni del FN oggi sono più ascrivibili alla netta virata a sinistra del suo programma e del suo discorso pubblico sui temi economico-sociali (ma anche di politica estera ed internazionali) che a una diretta concorrenza ai Républicains sui temi tipicamente conservatori. Certo, l’insuccesso della presidenza Hollande ha giovato al Front, ma anche i suoi avversari: al di là dello scatto d’orgoglio del post-13 novembre, la sua azione e/o inazione di questi tre abbondanti anni ha scontentato gran parte dei francesi, facendogli toccare quote di impopolarità record per un presidente.

Che cosa significherebbe la vittoria del FN a queste regionali? E vede in Marion Le Pen il futuro di quel partito in Francia?
Sarebbe un fatto molto importante, perché indurrebbe i suoi attuali sostenitori, ma anche altri potenziali simpatizzanti sin qui timorosi di abbandonare le vecchie scelte nell’urna, a non considerare più persa in partenza la competizione uninominale a doppio turno al momento delle elezioni legislative. Sin qui il Front national, pur riscuotendo a livello nazionale una percentuale di voti attorno al 15%, non è quasi mai riuscito ad inviare in Parlamento propri deputati (attualmente ne ha solo due, fra cui Marion), perché la formula voluta dal generale de Gaulle lo schiacciava tra due poli, di sinistra e di destra, in grado di sopravanzare i suoi candidati. Se le elezioni regionali lo consacrassero primo partito di Francia e lo portassero attorno al 30%, questa barriera psicologica si frantumerebbe e la stessa Marine Le Pen acquisterebbe una maggiore caratura di presidenziabile (anche se continuo a credere che sarà ben difficile, per lei, farcela nel 2017). Quanto a Marion Maréchal-Le Pen, i dati anagrafici – ha 21 anni meno della zia – e le qualità personali, sia di comunicazione che di preparazione – paiono giocare a suo favore. È considerata più a destra di Marine e non disdegna di vezzeggiare l’elettorato cattolico-conservatore, ma fin qui ha evitato di farsi strumentalizzare da chi vorrebbe contrapporla frontalmente all’attuale leader del partito. Se diventerà presidente della regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, ampliata dal recente ridisegno amministrativo voluto da Hollande, la sua visibilità crescerà ancora. Già ora ha aperture di credito da altri esponenti della destra tradizionale (di recente Philippe de Villiers, che alcuni vorrebbero mettere sulla strada di Marine nelle prossime presidenziali, per rosicchiarle un importante 2-3%, ha dichiarato che, se fosse un elettore della sua circoscrizione, voterebbe volentieri per lei) su cui la zia non può contare. Bisogna vedere se saprà tenere a freno le sue ambizioni per il tempo necessario a renderle credibili.

Sin qui il Front national, pur riscuotendo a livello nazionale una percentuale di voti attorno al 15%, non è quasi mai riuscito ad inviare in Parlamento propri deputati (attualmente ne ha solo due, fra cui Marion), perché la formula voluta dal generale de Gaulle lo schiacciava tra due poli, di sinistra e di destra, in grado di sopravanzare i suoi candidati.

In Spagna, invece, a breve ci saranno le elezioni politiche. La stella di Podemos sembra essersi appannata. Troppo populismo logora chi ce l’ha?
Forse sì, soprattutto se è un populismo incompiuto o ambiguo. Sebbene Pablo Iglesias, assurto a figura mediatica di riferimento di Podemos, abbia dichiarato ripetutamente che oggi il vero spartiacque politico non è tra sinistra e destra ma tra chi sta in basso e chi sta in alto, il suo partito non si è sbarazzato di quell’immagine di sbilanciamento a sinistra che gli deriva dal retroterra di quasi tutti i suoi esponenti (perlopiù comunisti o transfughi da Izquierda Unida) e dal richiamo al movimento degli Indignados. E, per questo, non si è inserito in quello che il politologo francese Dominique Reynié (fra l’altro candidato a una presidenza di regione per Les Républicains e fervido avversario del Front national) ha descritto come il filone vincente del populismo europeo, definendolo ‘populismo patrimoniale’. Quel modello esige di accoppiare la difesa del livello di vita economico-sociale della popolazione alla difesa del suo modo di vita, ovvero delle sue tradizioni e dei suoi connotati etno-culturali. Non potendo né volendo scendere su questo terreno, perché la formazione dei suoi dirigenti gli rende impossibile scendere sul terreno della polemica anti-immigrati e del richiamo identitario, Podemos si è tagliato fuori da una platea importante di potenziali sostenitori, che è poi quella in cui attinge consensi il suo contraltare ‘di destra’, ovvero Ciudadanos.

A proposito di populismo. Secondo lei sarà questa la chiave di lettura dello scontro politico italiano dei prossimi mesi, fino alle elezioni politiche (quando ci saranno), cioè un duello permanente fra lo stile populista di Renzi e il populismo tout-court di Beppe Grillo?
Finché la classe politica italiana farà di tutti per continuare a meritarsi gli strali di ampi strati della pubblica opinione, non vedo alternative, anche se la Lega è un notevole terzo incomodo in questa gara a chi sfrutta meglio le risorse, oggi molto apprezzate, del populismo. Il centrodestra, per il momento, non mi pare si possa reinserire nel gioco, aggrappato com’è alla stella quantomai calante di Berlusconi e nell’incapacità di produrre proposte e programmi che non siano una rimasticatura di ritornelli del passato, ormai logori. Senza una nuova classe dirigente, una nuova immagine e contenuti più chiari e convincenti, l’aggregato alquanto eterogeneo che i sondaggisti suppongono possa coagularsi in un listone ad uso dell’Italicum avrebbe poche chances di successo. Per non parlare di Sinistra italiana e simili, che pagano l’incapacità di opporsi efficacemente a Renzi da due anni a questa parte e rischiano di trasformarsi nell’ennesimo partitino-simulacro a vocazione poco più che testimoniale. Infine, non va trascurata la trasmutazione del Movimento Cinque Stelle, che sta liberandosi dell’identificazione con il ‘grillismo’ ma deve ancora trovare una rotta di azione politica univoca. Ci riuscirà? E che strada prenderà? Emanciparsi dal discorso politico di Grillo può piacere ad un elettorato progressista ormai deluso dal Pd e dai suoi sfidanti di sinistra, ma comporta il rischio di deludere l’elettorato che nel discorso puramente e pienamente populista del fondatore e portavoce del movimento si rispecchiava volentieri. Staremo a vedere come questo non facile processo evolverà.

Emanciparsi dal discorso politico di Grillo può piacere ad un elettorato progressista ormai deluso dal Pd e dai suoi sfidanti di sinistra, ma comporta il rischio di deludere l’elettorato che nel discorso puramente e pienamente populista del fondatore e portavoce del movimento si rispecchiava volentieri.

E Salvini? Che fine rischia di fare? Era partito bene, ma adesso sembra che abbia smarrito la rotta. Può ancora avere chance di sfidare Renzi alle Politiche?
Non sarei così scettico. I sondaggi, specie dopo gli eventi parigini, accreditano la Lega di intenzioni di voto attorno al 16%, che la pongono in posizione di forza nei confronti degli interlocutori di centrodestra. Certo, a Salvini si pongono ora di fronte varie sfide. C’è da vedere se la sua evidente svolta ‘nazionale’ porterà a un vero new look, con l’abbandono dell’articolo dello statuto che ancora pone come obiettivo l’indipendenza della Padania, e se questa eventuale innovazione riuscirà a non scontentare troppi vecchi sostenitori e ad aprire una breccia oltre la Linea Gotica. E c’è il problema di come non risultare penalizzati dall’abbraccio elettorale con quel centrodestra che prima ho descritto, la cui immagine certamente non risulta attraente per gran parte degli attuali sostenitori del Carroccio. Insistere su una linea propria, specifica, senza troppo concedere ai partnerspiù o meno occasionali sarebbe, a mio avviso, opportuno per Salvini e i suoi.

twitter @davidallegranti

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