Intervista

Benvenuti in Italia, un Paese di pedofobi

Ecco perché ormai detestiamo i bambini. Paolo Crepet: “Il nostro individualismo (o egoismo) non ci fa fare più figli. Abbiamo anche smesso di educarli. Li usiamo solo per autorassicurarci. La nostra è una società pedofoba”

Matt Cardy

Matt Cardy/Getty

26 Gennaio Gen 2016 0820 26 gennaio 2016 26 Gennaio 2016 - 08:20
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A metà degli anni Sessanta in Italia nascevano 1 milione di bambini. Oggi arriviamo sì e no a metà. «La nostra è una società pedofoba, una società che odia i bambini», ripete lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet. Nel 2014 abbiamo raggiunto il minimo storico delle nascite dall’unità d’Italia, nel 2015 potremmo fare addirittura peggio. Un Paese sterile, che non è più abituato a passeggini, bavette e omogeneizzati. Tanto da chiudere le porte di alberghi e ristoranti ai più piccoli. Come è successo nell’osteria romana “La fraschetta del pesce”, che da tempo (non da ora) espone il cartello «Vietato l’ingresso ai bambini di meno di 5 anni». Con tanto di faccina di bebè in lacrime coperta da una barra rossa.

La nostra è una società pedofoba, una società che odia i bambini

«Se ci piacessero i bambini ne faremmo tanti», dice Crepet. E invece «siamo di fronte a un continuo calo della natalità, ma questo non sembra sconvolgere nessuno». Tutto poggia, secondo lo psichiatra, su un «egoismo di fondo, che ci porta a pensare ai figli solo dai 35 anni in su. Se succede prima, si tratta nella maggior parte dei casi di un incidente di percorso».

Certo in Italia per ogni 20 euro spesi per gli anziani, se ne spende solo uno per le famiglie e i bambini. E i servizi per rendere “meno traumatico” l’arrivo di un figlio sono praticamente miraggi nel deserto. Da noi meno del 12% dei bambini entro i due anni riesce a trovare posto in un asilo nido comunale, e quelli privati arrivano a chiedere anche 800 euro al mese. Questo accade mentre i trentenni di oggi guadagnano oltre il 10% in meno del reddito medio dell’intera popolazione.

Abbiamo fatto figli quando non avevamo una lira. Il punto è che siamo diventati egoisti. I soldi preferiamo spenderli per altro

​Ma «le questioni economiche non c’entrano», dice Crepet. «Abbiamo fatto figli quando non avevamo una lira. Il punto è che siamo diventati egoisti. I soldi preferiamo spenderli per altro. Vengono prima i ristoranti, i week end fuori porta e le settimane bianche. Mentre i figli sono stati eliminati dalla lista della spesa».

Così non solo finiamo per fare pochi bambini o non farne affatto, «ma non stiamo costruendo neanche una società per bambini». Difficile trovare spazi dedicati a loro nelle nosre città. «All’aeroporto di Fiumicino, che pure è il più importante d’Italia, non esiste uno spazio per bambini. Se vai all’aeroporto di Amsterdam, invece, è la prima cosa che vedi».
Basta guardare anche «come funzionano i tribunali per i minorenni e come vengono gestite le adozioni. Chiunque in Italia oggi può fare il giudice minorile, anche un giudice fallimentare che non si è mai occupato di bambini. Una riforma non c’è mai stata. E gli assistenti sociali che si occupano di minori guadagnano poco e non sono valorizzati per quello che fanno». D’altronde, «i bambini non hanno un sindacato o una lobby che faccia i loro interessi». Sono i grandi, gli adulti, a decidere per loro.

Il controllo ossessivo sui figli è il riflesso delle nostre paure. Il controllo non è educazione. L’educazione è un impegno che comporta fatica e una società egoista come la nostra non è più disponibile a farlo

Ma anche quando i figli li facciamo, «abbiamo smesso di impegnarci per educarli», ribadisce lo psichiatra, che all’educazione genitoriale ha dedicato diversi libri. «I nostri bambini sono maleducati e indisciplinati. Sono d’accordo a non far entrare nei ristoranti i bambini che urlano e non stanno mai fermi. Ma il problema sono i genitori che non li educano, non i bambini».

E non bisogna confondere il controllo ossessivo dei genitori sui figli con l’educazione, precisa lo psichiatra. Programmare ogni giorno della settimana dei bambini con lezioni di musica, inglese, tennis e nuoto; assicurarsi a tutti i costi che vadano nella sezione migliore della scuola migliore; finire per fare i compiti al posto loro: «È solo il riflesso dei nostri problemi, delle nostre paure e fragilità sui bambini», dice Crepet. «Il controllo ossessivo non è educazione. L’educazione non è mandarli a scuola: è un impegno che comporta fatica e una società egoista come la nostra non è più disponibile a farlo».

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