Scontro Renzi-Europa, meno male che c’è Bruxelles

Quando ha avuto soldi da spendere, il governo li ha spesi male. Ora, con lo spettro di una recessione globale che incombe, opporsi al superminstro del Tesoro europeo’ è senza senso

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11 Febbraio Feb 2016 1742 11 febbraio 2016 11 Febbraio 2016 - 17:42
Messe Frankfurt

Nella sua lettera di risposta a Eugenio Scalfari, il Primo Ministro liquida l’iniziativa di Mario Draghi, recentemente rilanciata dai governatori delle banche centrali di Francia e Germania, a favore dell’istituzione di un ministero del Tesoro per i paesi dell’Eurozona. Renzi ne minimizza la portata indicando l’austerità come il principale ostacolo allo sviluppo dell’economia europea. Secondo la sua ricostruzione, il problema non è chi conduce la politica fiscale dell’Unione, ma la rotta che la Commissione Europea ha intrapreso e pare voler mantenere. Probabile che corrisponda al vero, anche se è legittimo sospettare che la posizione ufficiale di Renzi rifletta un malcelato timore che il “superministro” finisca per rappresentare un’ulteriore limitazione alle sue politiche di bilancio.

Mai come in questi giorni, caratterizzati da violente pressioni ribassiste sui mercati azionari, è chiaro come la generalizzata iniezione di liquidità da parte delle banche centrali non sia più sufficiente a sostenere l’economia reale. Questo punto è ben reso da Mario Seminerio, che sottolinea come la presenza di tassi d’interesse negativi rappresenti puro veleno per le istituzioni bancarie, compromettendone di fatto la capacità di agire da cinghia di trasmissione tra l’impulso monetario e l’economia reale. Osservazioni che valgono soprattutto per i paesi dell’Eurozona, dove il processo di costruzione di un’architettura istituzionale è fermo alla sola Unione monetaria.

Ha certamente ragione Renzi: di sola austerità si muore. Ma si muore anche di scelte sbagliate

In tal senso va letta l’idea di creare un ministro europeo del Tesoro, scelta che rappresenta una formidabile opportunità per completare l'edificazione europea attraverso la costituzione di un’Unione fiscale, a patto che questa si ispiri a principi di mutualità e che il superministro abbia a disposizione un budget da poter spendere a sostegno delle politiche per la crescita. In alternativa, il «cambio di verso» auspicato da Renzi non si otterrà certo in nome di generici richiami alla necessità di cambiare. Ancor meno ingaggiando tanto aspre, quanto sterili battaglie dialettiche con la Commissione Europea.

Ha certamente ragione Renzi: di sola austerità si muore. Ma si muore anche di scelte sbagliate, specialmente quando le risorse scarseggiano e manca una visione per il Paese, prim’ancora che per l’Europa. Sì, perché purtroppo i fondamentali della nostra economia fanno a pugni con il video celebrativo che Palazzo Chigi ha diffuso per festeggiare i due anni di Governo a guida renziana. Nel solco della panglossiana comunicazione governativa, la clip è corredata da 24 slide a riassunto dei principali traguardi in campo economico, raro esempio di parzialità nella scelta dei numeri da presentare, ma soprattutto nell’interpretazione di alcune cifre. Un esempio su tutti: il calo del rendimento sui Btp a 10 anni, più che dimezzatosi rispetto al gennaio 2013. Sappiamo tutti, e lo sa anche Renzi (o perlomeno i suoi consiglieri economici), che le politiche di allentamento monetario perseguite dalla Bce sono alla base di questo risultato.

Un ministro europeo del Tesoro rappresenta una formidabile opportunità per completare l'edificazione europea attraverso la costituzione di un’Unione fiscale

Il problema non è che mancano i soldi, ma che sono stati spesi male, quindi. E in questo senso, l’impianto generale della politica economica del Governo è pieno di spunti. Come dimenticare, ad esempio, i famigerati 80 euro ai lavoratori dipendenti con un reddito netto mensile al di sotto dei 1.500 euro: provvedimento attuato in barba ai più elementari principi di progressività fiscale, per un ammontare complessivo di ben 9,5 miliardi annui, e sulla cui reale capacità d’impulso ai consumi permangono molti dubbi. E ancora, una totale miopia nell’attuazione degli sgravi fiscali, come nel caso dei 3,7 miliardi di minor gettito dalla pretestuosa abolizione della Tasi, che avrebbe invece dovuto rappresentare il pilastro della fiscalità degli enti locali. Oppure, la decontribuzione sulle assunzioni “stabili”, costata 4,9 miliardi nel 2015 ed estesa nel 2016 per altri 800 milioni. Soldi spesi per alimentare assunzioni con contratto a tutele crescenti, che hanno prodotto 135 mila impieghi nel 2015, ovvero quanto si sarebbe probabilmente ottenuto, almeno in base alle proiezioni dei medesimi dati relativi al 2014, e senza comunque porre un freno all’emorragia di occupati nelle fasce 25-34 anni e 35-49 anni.

Infine, clausole di salvaguardia spostate in avanti a colpi di deficit, incuranti di un debito al 132,8% in ragione del Pil, autentica polveriera con una spirale deflattiva che ancora aleggia sulle nostre teste, così come i cupi presagi di una nuova, pesante recessione globale, dal rallentamento delle economie emergenti all’eccezionale compressione del prezzo del petrolio. Il pericolo più grande sembra tuttavia risiedere nelle sofferenze bancarie, e dunque nel potenziale dissesto dell’intero comparto. Anche qui, però, la linea di difesa del governo è lo scaricabarile: tutta colpa dell’Europa, che non ci permette di spendere risorse che non abbiamo e che ci impedisce di giocare una rovinosa partita a dadi con il nostro futuro. Meno male che c’è Bruxelles, ci verrebbe da dire.

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