
Io me li vedo, quelli che vogliono polemizzare con Lupita, e un po’ non riescono proprio a scriverle giusto il cognome, un po’ sono terrorizzati gli si dica che la chiamano col solo nome per sminuirla, perché viviamo in un secolo di tic, e la sostanza ce la dimentichiamo in due secondi, ma guai a non dire il cognome di una che è abbastanza famosa e riconoscibile da bastarle il nome: ah, quello è un timore che ci attanaglia.
Io me li vedo, quelli d’una delle due curve di scemenza in questo mondo diviso in due, due parti nessuna delle quali dice mai cose intelligenti, da una parte quelli per cui se dici che le donne non possono avere il cazzo sei Vannacci, dall’altra quelli che a ogni istanza vagamente non delle caverne urlano o «woke» o «radical chic» o altre parole a caso.
Io me li vedo che adesso finalmente si reputano soddisfatti, perché pensano che Lupita dia loro modo di dimostrare la loro superiorità culturale, e nel farlo dimostrano la loro inferiorità, perché se credono che dire a un’americana, un’americana pagata per fare le facce, «non conosci Omero, puntesclamativo» significhi segnare un punto dialettico, beh, auguri.
Riassunto di protagonisti e interpreti. Lupita Nyong’o è la figlia d’un politico kenyota ed è nata in Messico. Le cose più importanti che ha fatto nella vita sono, in ordine calante: essere bellissima; nel 2023, annunciare che la sua relazione era finita perché era cornuta lo stesso giorno in cui la Meloni annunciò d’essersi separata da Giambruno; nel 2014, vincere un Oscar.
La prima di queste tre caratteristiche la rende perfetta per interpretare Elena, che nel mondo di Omero era colei per la bellezza della quale era scoppiata la guerra di Troia, e infatti Christopher Nolan l’ha presa per quel ruolo (e per la sorella Clitemnestra) nell’“Odissea” che esce domani.
E qui dobbiamo parlare del povero Ugo Tognazzi, del quale Luciano Bianciardi scrisse che era ignorante come un carabiniere. Il che non era una notizia: non è che gli intellettuali in genere si mettano a fare il lavoro di fare le facce e dire parole pensate da altri, a parte Vittorio Gassman. Ma era meno grave nel secolo scorso, giacché quello scorso non era un secolo di opinionismi continui.
In questo secolo, che ha il vizio dell’opinionismo e il feticcio della fama, siamo rovinati. Non solo chiediamo a tutti cosa pensino di tutto, ma lo chiediamo agli attori. Di attori che riescano a dare risposte intelligenti alle domande, in questo secolo, a me ne vengono in mente tre. Uno dei tre è Matt Damon, che in questa “Odissea” è Ulisse (quel coglione di Ulisse, ma ora non distraiamoci).
Poiché quello di Nolan non è ancora uscito ed è già il film dell’estate, il cast è ovunque: ve l’ho detto, c’è quella letale combinazione per cui mandano in giro gli attori a parlare, invece di chieder loro di limitarsi a essere fotogenici, di andare a sedere in prima fila alle sfilate (Lupita ieri era da Chanel, un pisello nel suo bacello), di fare le facce.
Un intervistatore chiede a Matt Damon se potesse fare una domanda a Omero che domanda sarebbe, e lui ride e prende per il culo i tic della categoria: sono pur sempre un attore, quindi finirei per chiedergli cosa pensi della mia performance, sono stato bravo?
Separatamente, la stessa domanda la fanno a Lupita, che avrà pure passato del tempo con Damon sul set ma l’intelligenza mica è contagiosa. Prima che arriviamo alla pietra dello scandalo dovete sapere due cose di Lupita. La prima è che è laureata in teatro, e dopo la laurea ha fatto un master in recitazione a Yale. La seconda è il punto in cui smettiamo di preoccuparci della ideologizzazione delle università e iniziamo a preoccuparci del fatto che i laureati (ma pure i dottorati) di questo secolo sono ignoranti come carabinieri.
Trascrivo dalla prima intervista che Lupita ha dato per promuovere il film, all’edizione americana di Elle, che essendo bellissima l’ha messa in copertina ed essendo un giornale abituato alle celebrità non le ha riso in faccia. Quando Nolan le propone il ruolo, Lupita dice di sì perché è Nolan, ma non sa di cosa si tratti: a Yale si è esercitata su un paio di monologhi di mitologia greca, ma non si era incomodata a capire da dove venissero. Avrà avuto Google rotto.
«“Proprio non avevo idea di cosa fosse L’odissea”, dice. “Ho pensato: mannaggia, non ne so niente. È stato un corso accelerato, ho preso i libri e li ho letti subito. Devo ringraziare questo film per avermi istruita in mitologia greca”. Con “ho preso i libri”, intende proprio che ha letto “L’odissea” e ascoltato “L’iliade”, e per una buona ragione: “Lo ha inciso Audra McDonald, è il miglior audiolibro che abbia mai ascoltato”».
Audra McDonald magari l’avete vista in “The good fight”, ma tutto quel che vi serve sapere per capire l’entusiasmo di Lupita è: Audra McDonald è nera. In confronto a Lupita, povera lei, Ugo Tognazzi era un sofisticato intellettuale, perché non era gravato dalla stupidità d’un secolo per cui l’identità razziale o di genere sessuale conta più del resto. Ma non serve arrivare a Tognazzi, basta anche molto meno. Pensate alla più scema del Novecento, ognuno scelga l’oca giuliva che preferisce, e state pur certi che neanche lei avrebbe, come ha fatto Lupita parlando con Elle, detto che era felicissima di interpretare Elena di Troia perché «è iconica».
Con la differenza, rispetto alle oche giulive del secolo prima, che Lupita siamo costretti a prenderla sul serio, perché se dici che una scema è scema sei sessista (in questo caso anche razzista). E quindi, quando fanno a Lupita la stessa domanda su cosa direbbe a Omero, lei pensa bene di rispondere che gli chiederebbe «cosa pensi del molto tempo che passano in scena le donne in questo film, considerato quanto poco ne hai invece concesso tu ai personaggi femminili?».
Chissà cosa ha capito Lupita degli audiolibri (avrete notato, spero, il delizioso dettaglio dell’intervistatrice di Elle ammirata, «ha proprio letto “L’odissea”»: un’americana di questo secolo che legge un classico di migliaia di anni fa, wow, siamo proprio in presenza d’un’intellettuale).
Ma non è, temo, neanche questo il punto. Anche se è il punto che in questo momento le stanno rinfacciando in migliaia: se avessi letto du’ cose, Lupita, sapresti che si dice da sempre che Omero potrebbe essere stato una donna, c’è tutta una letteratura in merito; se avessi letto Omero capendolo (e non è che sia difficile da capire: nel Novecento europeo si leggeva alle medie, e si giocava a tu sei più Nausicaa o più Calipso), sapresti che il povero coglione è una comparsa minore nel proprio viaggio dell’eroe, dove tutto dipende dalla capacità di Penelope di tenere a bada i Proci, dalla clemenza di Circe, da Atena che guida tutta la baracca. Ma, ripeto: non è questo il punto.
Il punto è Carrie Fisher. Carrie Fisher era, diresti tu, una nepo baby: suo padre lasciò sua madre per Liz Taylor, per capirci. Ma non concentriamoci su quello che tu, coi tuoi tic lessicali, chiameresti «il suo privilegio», né su quella che t’illuderesti fosse la sua identità (quella di alcolizzata e tossicodipendente e tutte cose).
Di Carrie Fisher tu Lupita sai – essendo un carabiniere che misura l’importanza dei ruoli in metri di pellicola e numero di scene – che era la principessa in “Guerre stellari”.
Ma Carrie Fisher era quella che rubava il flirt a una delle sorelle in “Hannah e le sue sorelle”. Era quella che diceva a Sally «Hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione» in “Harry ti presento Sally”. Era quella piantata all’altare da Belushi in “The Blues Brothers”. Carrie Fisher non ha mai avuto bisogno di più di una scena per arrubbarsi il film e per essere memorabile. (Tu diresti: iconica).
Il punto, Lupita, non è che tu conosca Omero come io conosco le “Upanishad”, e tuttavia sia determinata a parlarne coi codici del tuo secolo, quelli in cui non servono né cultura né competenza, perché se dai con piglio la colpa al patriarcato avrai comunque un pubblico che ti acclama.
Il punto è che non hai capito che le pose, cioè il numero di scene che hai in un film, sono il rifugio delle scarse. Il punto è che speri, con la quantità, di ovviare al fatto che ci ricordiamo un paio di tuoi vestiti invero favolosi, ma nessuno si ricorda nessuna scena in cui Belushi si inginocchia pregandoti di credere che c’è stata l’invasione delle cavallette, e tu non hai bisogno neanche di dire una battuta perché mezzo secolo dopo ci si ricordi di te che facevi il cinema.
Il punto è che tu non avrai letto i greci ma avrai letto Keats, e quindi t’illuderai che la bellezza sia anche bontà, che la bellezza sia verità, che la bellezza sia intelligenza, e che se ti stanno così bene i vestiti ciò ti renda una che capisce la letteratura. (La bellezza ma anche e soprattutto l’essere una donna: si sa che non esistono donne sceme, la scemenza femminile è un’invenzione del patriarcato).
Il punto è quello che non sarai riuscita a mettere a fuoco chiedendoti quale fosse mai la differenza tra te e Damon: gli attori intelligenti sono pochissimi, e quei pochissimi raramente si accontentano di fare gli attori. Non so se dei libri di Carrie Fisher ci sia una riposante versione audio con cui puoi provare a esercitare i neuroni, ma se avessi la pazienza di ascoltarne uno capiresti che le belle donne possono anche scatenare le guerre, ma per essere iconiche serve, ogni tanto, saper dire qualcosa che magari faccia ridere, che magari faccia pensare, che non faccia solo dire agli altri: però i vestiti le stanno benissimo.