Donne

Femminicidio: tante parole, ma lo Stato chiude i centri antiviolenza

Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere. E tutti sono in attesa del Piano nazionale antiviolenza

Wall Dolls

Il muro delle bambole a Milano (Getty Images/Olivieri Morin)

17 Giugno Giu 2016 0819 17 giugno 2016 17 Giugno 2016 - 08:19

Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la ragazza di 22 anni bruciata viva a Roma dal suo ex fidanzato, sono intervenuti tutti. Politici e non. Come succede sempre davanti a un femminicidio (60 dall’inizio del 2016), nel polverone dell’indignazione si invitano le donne a denunciare e a non sottovalutare i compagni violenti. Poi però cala il silenzio, mentre i centri antiviolenza di tutta Italia annaspano, ancora in attesa dei finanziamenti statali del 2013-2014. Sempre sul filo del rasoio, allo stremo per mancanza di fondi, sostenuti per lo più dai volontari, ad alcuni non resta che chiudere.

I primi centri antiviolenza (Cav) in Italia risalgono alla fine degli anni Ottanta. Oggi, in base alla mappatura – non completa – del Dipartimento per le pari opportunità, che gestisce il numero per le richieste di aiuto 1522, tra Cav, sportelli e case rifugio si arriva intorno a 450 nomi. Ma una rilevazione sistematica dei diversi tipi di servizi ancora manca. La rete Wave, Women against violence Europe nel suo ultimo rapporto ha censito in Italia 140 centri antiviolenza e 73 case rifugio, sottolineando la presenza di diverse iniziative di raccolta dati. Tutte parziali. E solo da poco è partita la prima indagine nazionale sui modelli dei centri antiviolenza in Italia. Secondo un calcolo dell’Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto letto per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ce n’è meno un migliaio: ne servirebbero ancora 6mila.

Molti dei centri esistenti hanno storie ventennali, e svolgono un ruolo centrale nella prevenzione di quei femminicidi. In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa dai compagni violenti. Ogni anno da queste stanze passano circa 14.000 donne. Ma a queste strutture non è mai stato riconosciuto il ruolo che meritano. Basti pensare che secondo i dati Istat, il 12,8% delle donne che subiscono violenza non sapeva nemmeno dell’esistenza dei centri. La cui sopravvivenza, il più delle volte, è affidata al lavoro delle volontarie, legate a progetti sporadici di finanziamento e soprattutto alla sensibilità più o meno spiccata degli enti locali verso il tema.

In queste strutture, sempre sull’orlo dello sfratto, le operatrici offrono supporto legale e psicologico durante la denuncia, rispondono al telefono 24 ore su 24 per i casi di emergenza, collaborano con le forze dell’ordine e i servizi sociali, organizzano attività di promozione culturale. E con le case rifugio, danno anche ospitalità alle donne in pericolo che non possono più tornare a casa

(Flickr/scarpe rosse)

A Roma, a poche ore dal femminicidio di Sara Di Pietrantonio, a lanciare l’allarme è stato il “Centro comunale antiviolenza Donatella Colasanti e Rosaria Lopez”, attivo dal 1997 a sostegno delle donne vittime di violenza e maltrattamenti. Da qui sono passate quasi 9mila donne, di cui trecento hanno trovato ospitalità insieme ai figli. Ma mentre la Capitale è in preda alla campagna elettorale, il centro è a rischio chiusura. Lo scorso 13 maggio è arrivato l’avviso di sgombero. «Sulla base delle informazioni ricevute», racconta Oria Gargano, presidente della cooperativa BeFree, che gestisce il servizio, «abbiamo appreso che l’edificio intero non è di competenza comunale, ma di proprietà della Regione Lazio». Che ora reclama somme importanti per i vent’anni di occupazione dei locali. Somme che il Comune non può sostenere. E l’unica soluzione prospettata è quella della chiusura della struttura. Il bando di affidamento scade il 30 luglio: se entro questa data non si troverà una soluzione, non resterà che dire addio a tutto. E oltre allo storico centro, rischiano di estinguersi anche gli altri servizi antiviolenza della Capitale. «Il motivo è che con il nuovo decreto legislativo che regola gli appalti pubblici non è possibile emanare bandi per il rinnovo dell’affidamento o le proroghe», spiega Gargano. «In realtà tutta Italia sta facendo bandi e proroghe, ma a Roma con il commissario è tutto immobile. Per questo aspettiamo che arrivi il nuovo sindaco». E nell’attesa è stata lanciata una petizione sulla piattaforma Change.org.

Il caso romano, però, non è isolato. C’è chi, come Maria Luisa Toto, presidente del centro antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce, qualche anno fa è stata costretta addirittura a fare lo sciopero della fame per non dover chiudere. Il Centro “Roberta Lanzino” di Cosenza, attivo dal 1988, nel 2010 si è visto costretto a chiudere la casa rifugio, quando il sostegno economico della provincia è venuto meno. «Ora le donne che hanno necessità di allontanarsi da casa, le mandiamo in altre strutture della Calabria», dice Antonella Veltri, responsabile del centro e consigliere di Dire (Donne in rete contro la violenza), che raccoglie 75 associazioni in tutta Italia. E in assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. «Viviamo di progetti, soprattutto comunitari», racconta Antonella, «e tramite l’autofinanziamento». La struttura è una delle poche in Italia in cui le operatrici sono tutte volontarie. Le due ragazze che gestiscono in segreteria vengono pagate solo quando si vince qualche progetto. Per il resto il lavoro è tutto gratuito. Il Comune di Cosenza, come molti altri, ha firmato il protocollo tra Anci e Dire in cui le amministrazioni locali si impegnano a sostenere i centri antiviolenza della rete. Ma, nonostante i proclami, molto spesso la lotta alla violenza di genere resta solo sulla carta. Secondo i calcoli di Dire, solo un terzo dei centri italiani è aiutato da convenzioni pubbliche con gli enti locali.

«Se non fosse per l’autofinanziamento e le donazioni private molti centri sarebbero già morti», commenta Manuela Ulivi, membro del consiglio nazionale di Dire e presidente della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi). «I soldi pubblici sono pochi e arrivano in ritardo». Quando arrivano.

La legge 119 del 2013 sul femminicidio aveva previsto l’erogazione di 10 milioni all’anno per i centri antiviolenza. Ma, tralasciando il fatto che il budget messo a disposizione nei primi anni è più basso (poco più di 16 milioni), la prima tranche del 2013-2014 è stata trasferita alle regioni solo nell’autunno del 2014. E di questi soldi, una volta arrivati nelle casse regionali, nella maggior parte dei casi si è persa traccia. In Lombardia, ad esempio, ai centri antiviolenza e alle case rifugio non è stato distribuito ancora un euro. In Calabria a fine 2015 è arrivata solo la prima tranche.

In assenza di fondi regionali e comunali, il sostegno alle donne vittime di violenza si fa “a progetto”. E nella maggior parte dei casi è lasciato tutto sulle spalle delle volontarie

Senza dimenticare, poi, che a conti fatti, solo 2 milioni di questo tesoretto dovrebbero essere in teoria distribuiti ai centri già esistenti: gli altri sono destinati a realizzare nuove strutture o creare reti istituzionali per la lotta alla violenza di genere. Ma, come ha documentato Actionaid, di trasparenza nella distribuzione dei fondi ce n’è ben poca: a novembre 2015 solo per dieci amministrazioni era possibile consultare la lista delle strutture beneficiarie dei fondi, di cui solo cinque – Veneto, Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia – avevano pubblicato online i nomi di ciascuna struttura e i fondi ricevuti.

Nel frattempo, i centri antiviolenza sono costretti a vedersela con le magagne degli enti locali. E come spesso accade in Italia, dipende tutto dai territori. Se a Roma il centro antiviolenza si trova al centro di uno strampalato contenzioso tra Comune e Regione, a Milano è stata l’amministrazione provinciale a sottrarre un immobile al Cadmi per la necessità di vendere i propri, fare cassa ed estinguere i debiti. E in un periodo di vacche magre per i bilanci degli enti locali, fondi, bandi e progetti scarseggiano. Molto, certo, dipende anche dalle regioni. Molte si sono dotate di leggi regionali per contrastare la violenza di genere. Ma anche qui i fondi messi a disposizione sono pochi e non sempre vengono effettivamente distribuiti. La Lombardia, ad esempio, stanzia ogni anno un milione, distribuito per tutti i servizi, dagli sportelli legali alle case di accoglienza fino alla sanità. E alla fine i soldi arrivano con il contagocce. Stessa cifra è messa a disposizione nel Lazio. In Piemonte, dove a febbraio 2016 è stata approvata una nuova legge regionale, si stanziano 500mila euro l’anno. Ma in molti casi le risorse variano con il variare delle condizioni dei malandati bilanci regionali. In Calabria, ad esempio, nonostante la regione si sia dotata nel 2007 di una legge contro la violenza sulle donne, la spesa da destinare ai centri antiviolenza è stata messa a bilancio solo due volte. «Quarantamila euro suddivisi tra diversi centri, in cui confluiscono anche luoghi che poco hanno a che fare con la violenza sulle donne», spiega Antonella Veltri.

Sullo sfondo, il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. Approvato dal consiglio dei ministri, l’8 marzo in Gazzetta ufficiale è stato pubblicato un avviso pubblico della presidenza del Consiglio che prevede lo stanziamento di 12 milioni di euro per i progetti di sostegno alle donne vittime di violenza. Ma nessuno degli addetti ai lavori ha saputo più nulla. D’altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere. Più che altro era andato avanti per deleghe. Dopo l’omicidio di Sara Di Pietrantonio, la Boschi è intervenuta su Facebook ribadendo – tra le altre cose – che «il governo ha istituito la commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano antiviolenza».

Il tanto declamato Piano nazionale contro la violenza sulle donne è fermo in chissà quale cassetto di chissà quale palazzo romano. D’altronde, fino al 10 maggio, giorno di consegna della delega alle Pari opportunità alla ministra Maria Elena Boschi, il governo non aveva neppure un rappresentante delle questioni di genere

(Flickr/scarpe rosse)

Ma in attesa che il piano antiviolenza si concretizzi, nella maggior parte dei centri si cercano altre fonti di finanziamento. Che arrivano, in molti casi, da benefattori privati (il più delle volte benefattrici) e aziende. O anche dal cinque per mille: nell’ultimo elenco dei beneficiari disponibile, le associazioni contro la violenza sulle donne sono una trentina, con incassi che difficilmente però superano i 2mila euro. Così i centri si arrangiano come possono. Una menzione speciale va fatta alla Chiesa Valdese, che distribuisce parte del suo otto per mille a numerosi progetti pratici riguardanti i centri antiviolenza di tutta Italia: nel 2014 ha destinato cifre dai 12 ai 30mila euro a sette strutture, da Nord a Sud. Ma, con l’affitto da pagare (soprattutto per le case rifugio, che non sempre vengono messe a disposizione gratuitamente dagli enti locali), le bollette in scadenza e la benzina per andare su e giù, solo in pochi casi si riesce a pagare qualche stipendio. «Ma una continuità ci deve essere», dice Manuela Ulivi. «I percorsi con le donne vanno organizzati in modo strutturato. C’è bisogno che venga riconosciuto il ruolo dei centri antiviolenza con il proprio assetto». Eppure nella realtà, molto del lavoro che si svolge nei Cav è volontario. Nel centro per le donne maltrattate di Milano, ci sono 12 persone fisse e 50 volontari. «Con i fondi che abbiamo non potremmo mai pagare 60 persone», dice Ulivi. Anche perché, è bene precisarlo, tutti i servizi offerti dai centri antiviolenza sono gratuiti. Un vero servizio pubblico, insomma.

Certo, i soldi pubblici non possono essere distribuiti indiscriminatamente. Anche perché «finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, eravamo in pochi a battagliare», dicono tutti. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti. In ogni regione i nomi sono lievitati. «La qualità dei servizi offerti nei centri è fondamentale», dice Manuela Ulivi, «stiamo parlando delle vite delle persone: se sbagli intervento il rischio è che le donne tornino nella violenza o che diventino loro stesse il capro espiatorio». Ma, nonostante molte storiche associazioni chiedano maggiori verifiche sulle competenze dei candidati a ricevere i finanziamenti, nella distribuzione dei fondi di solito non si va oltre la valutazione dei progetti sulla carta.

Finché non sono arrivati i fondi della legge sul femminicidio del 2013, erano in pochi a battagliare. Dopodiché, sportelli, centri e iniziative di ogni tipo (anche delle grandi associazioni) sono spuntati come i funghi, candidandosi per accedere ai finanziamenti

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