"I soldi alle banche saranno inutili se non si taglieranno gli sportelli"

Parla Alberto Gallo di Algebris Investments: «Il vero problema delle banche italiane è la redditività, da trent’anni. Banca d’Italia non ha fatto nulla su questo fronte, per mantenere tutto il sistema sotto il suo controllo. Bisogna ristrutturare. Solo dopo lo Stato dovrà intervenire»

Bank Of England
30 Giugno Giu 2016 1220 30 giugno 2016 30 Giugno 2016 - 12:20
WebSim News

Mettere soldi pubblici nelle banche, in qualunque forma, non servirà a nulla se prima queste non vengono ristrutturate. Senza le fusioni, con i conseguenti tagli di sportelli e di poltrone, il problema delle banche italiane sarebbe destinato a riproporsi poco dopo. E il problema delle banche è principalmente la redditività. Un tema che né l’associazione delle banche né, in maniera più grave, Banca d’Italia, hanno mai affrontato seriamente. Ora la Brexit mette tutti di fronte alla necessità di cambiare decisamente atteggiamento. È il pensiero di Alberto Gallo, tra i più rispettati analisti in Europa del sistema finanziario. Già a capo della ricerca macroeconomica di Royal Bank of Scotland, da qualche mese è gestore dele Strategie Macro di Algebris Investments, il fondo di investimento guidato da Davide Serra. All’interno del portafoglio di titoli gestiti, l’Italia pesa per circa il 5 per cento.

Dopo la Brexit è apparso in maniera plastica, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, che le banche italiane sono viste come l’anello debole della finanza europea. Da dove nasce questa sfiducia?

Ci sono tre sistemi finanziari in Europa che non hanno fatto le ristrutturazioni necessarie: quelli di Italia, Germania e Portogallo. La Germania ha un basso debito pubblico e volendo potrebbe risolvere tutto in poco tempo. I problemi del Portogallo sono noti da tempo. L’Italia è il più grande dei Paesi periferici e viene colpita ogni volta che c’è una crisi. È sicuramente un anello debole perché ci sono troppe banche e perché c’è il più alto numero di sportelli tra i Paesi dell’Ocse, cosa che si traduce in costi elevati. E non c’è stata alcuna ristrutturazione di sistema, per vari motivi, anche politici.

In che senso?

Negli ultimi vent’anni Banca d’Italia ha dato la responsabilità dei problemi delle banche alle condizioni economiche e alla recessione. In realtà la recessione e le banche deboli sono due cose interrelate. In Italia la recessione viene prolungata proprio dal fatto che le banche non riescono a stabilizzarsi e ad erogare prestiti alle Pmi, che sono il 95% delle aziende. E poi ci sono problemi esogeni come il sistema giudiziario, che è lentissimo.

Già dal sabato dopo il referendum sulla Brexit sono circolate voci su un piano straordinario, da circa 40 miliardi, che si starebbe approntando per mettere al riparo le banche italiane. Quanto è realistico questo scenario?

Non sono in grado di dire che cosa accadrà, ci sono varie opzioni. Si parla di un aiuto di Stato e sappiamo che un aiuto di Stato dal 2016 si può fare solo con il bail-in: la perdita viene quindi condivisa da parte degli investitori. Le banche italiane hanno però venduto molte obbligazioni a piccoli investitori retail. Come sappiamo, i regolatori (Consob) non sono stati attenti a questo aspetto. Che tipo di operazione si può fare? Si possono mettere X miliardi nel capitale delle banche deboli; oppure si può fare un fondo Atlante più grande di quello attuale. Quello che però mi preoccupa, qualunque sia l’intervento, è che queste iniezioni di capitale devono avvenire insieme a un consolidamento del sistema. Si può mettere capitale, ma prima di tutto bisogna migliorare la redditività, altrimenti il problema ritorna.

«Il punto cruciale è che la redditività deve essere migliorata. La Banca d’Italia di solito adotta un un approccio legale-normativo, con migliaia di ispezioni che vertono su osservanza di regole, perdendo di vista il modello operativo, che e’ obsoleto. In Italia ci sono più sportelli bancari che pizzerie per abitante, quando l’ 80% delle transazioni ormai avviene online»

Il 29 giugno sul Sole 24 Ore Luigi Zingales ha scritto che, sulla base dell’esperienza americana del 2007-2008, sarebbe meglio che lo Stato entrasse direttamente nel capitale delle banche e non limitasse a finanziare uno strumento come Atlante. Pensa che questa sia una soluzione più risolutiva rispetto ad altre opzioni?

No. Fondamentalmente sono la stessa cosa. Quello che bisogna capire è che bisogna fare un’analisi economica dei modelli di business delle banche. Quelle grandi funzionano bene e generano profitto. Quelle medie e piccole, con qualche eccezione (per esempio UBI), utili non li fanno e non li hanno mai fatti. Sono state spesso create per non farli e per operare a fini sociali, come il credito cooperativo. Ma ora questo modello di business è sotto attacco, e il punto cruciale è che la redditività deve essere migliorata. La Banca d’Italia di solito adotta un un approccio legale-normativo, con migliaia di ispezioni che vertono sull’osservanza di regole, perdendo di vista il modello operativo, che è obsoleto. In Italia ci sono più sportelli bancari che pizzerie per abitante, quando l’80% delle transazioni ormai avviene online.

Adesso cosa cambia con la Brexit?

La Brexit ha fatto sì che per molto più tempo la Bank of England, ma anche la Bce, dovranno tenere i tassi bassi. Questo vuol dire che la redditività non si alzerà semplicemente con un rialzo dei tassi di mercato, ma dovrà essere migliorata a livello di singoli istituti. Banca d’Italia quindi deve smettere di lamentarsi della recessione o dei tassi bassi: questo è il contesto economico in cui il sistema si troverà per molti anni. Si sa da otto anni che la situazione è cambiata, e potrebbe durare altrettanti. Finora si è fatto poco per cambiare le inefficienze, come l’alto numero di sportelli, o i più numerosi consigli di amministrazione d’Europa. L’iniezione di capital va fatta dopo aver snellito il sistema.

Perché va fatta dopo?

Se come Stato metto i miei soldi prima che sia migliorato il business model, è come se comprassi con i soldi dei contribuenti una macchina che ha problemi e poi, dopo averla comprata, pensassi a come ripararla. Solo che le riparazioni possono durare un sacco di tempo e costare più del previsto. Prima bisogna chiedere alle banche di ristrutturarsi, includendo anche un piano di efficienza. Più riduci le inefficienze, più il costo del credito scende, più le aziende possono investire e creare nuovi posti di lavoro. Si perdono dei posti di lavoro agli sportelli inizialmente, ma poi si finanziano nuove aziende con più probabilità di crescita.

«Se come Stato metto i miei soldi prima che sia migliorato il business model, è come se comprassi con i soldi dei contribuenti una macchina che ha problemi e poi, dopo averla comprata, pensassi a come ripararla. Solo che le riparazioni possono durare un sacco di tempo e costare più del previsto»

Chi dovrebbe guidare questa riforma? Il ministero dell’Economia e finanze, più che Banca d’Italia?

Il governo ha cercato di fare molto negli ultimi anni: la riforma delle Popolari, delle Cooperative e del recupero crediti, ad esempio. Però, se si legge la politica interna, altre entità difendono lo status quo. In passato ad esempio la Banca d’Italia e l’Abi non hanno spinto le proposte di fusione tra le banche, né la diffusioni di alternative di finanziamento non bancario, come le cartolarizzazioni. Questo vuol dire mantenere tutto il credito sotto il loro controllo – ma allo stesso tempo offrire meno soluzioni alle imprese. C’è anche un problema di conflitto d’interessi: in altri Paesi i regulator pubblici e privati collaborano con compiti diversi, come in Svizzera. Ci sono dipendenti pubblici e privati che seguono regole indipendenti. In Italia abbiamo invece una situazione in cui tutti i dipendenti provengono dagli stessi enti pubblici, dove rimangono per la loro intera carriera. È noto che la cooptazione interna aumenta la facilità di coprire errori passati, riducendo l’incentivo a fare whistleblowing, a suonare l’allarme se qualcosa sta per andare storto.

I problemi delle banche sono noti da tempo?

Certamente. Tutti gli analisti di Londra sapevano che c’erano problemi di redditività, anche di mancanza di capitale nelle banche medie e piccole. Prima del primo stress test, nel 2014, ho scritto che l’Italia sarebbe stata la più debole dell’Eurozona. Bankitalia rispose che le banche erano tra le più solide. Purtroppo, però, nascondendoci dietro a un velo abbiamo perso il treno. La Spagna e l’Irlanda i problemi li hanno risolti, all’interno del programma dell’Esm – finanziato anche dall’Italia. Noi no. Oggi potrebbe esserci un’opportunita’ per migliorare, finalmente, anche il sistema Italiano. Ma ci vuole volonta’ di fare riforme strutturali, di fondere banche e consigli di amministrazione, e velocizzare il sistema legale.

La Brexit crea le condizioni perché scatti l’articolo 108 del Trattato dell’Unione, per cui sono possibili interventi eccezionali?

Non so, questa è una valutazione soggettiva che dipenderà dalla Commissione Europea.

Quale potrebbe essere la contropartita chiesta dall’Ue per poter fare un intervento da 40 miliardi? Sarebbe necessario un intervento del Meccanismo europeo di stabilità?

Una contropartita in un certo senso c’è già, cioè la supervisione da parte della Bce.

Quindi non è necessario un intervento dell’Esm?

Non è necessario in questo momento. Tutto dipende dalle riforme. Quello che va detto chiaramente è che le banche medie e piccole italiane in aggregato non hanno generato utili negli ultimi 20 anni – ovvero, i problemi di redditività non sono iniziati otto anni fa con la recessione. E le due grandi banche che funzionano, in condizioni economiche difficili come quelle di oggi comunque non riescono a sobbarcarsi tutto il peso del resto del sistema bancario. Se in una squadra di calcio hai due giocatori bravissimi, due medi e poi sette che zoppicano e che non cambi, la squadra perde.

«Un intervento del Meccanismo europeo di stabilità non è necessario in questo momento. Tutto dipende dalle riforme. Quello che va detto chiaramente è che le banche medie e piccole italiane in aggregato non hanno generato utili negli ultimi 20 anni – ovvero, i problemi di redditività non sono iniziati otto anni fa con la recessione»

Spostando lo sguardo dall’Italia al Regno Unito, come si possono giudicare le prime mosse di governo e Banca centrale? Si stanno muovendo nella maniera giusta per affrontare i prossimi mesi?

Ne ho scritto oggi sul Times: dico che non c’è né un piano da parte del governo né uno da parte della Leave campaign. Come è risultato molto chiaro negli ultimi 2-3 giorni, non c’è un budget di emergenza per la spesa. L’unica cosa su cui possiamo contare è l’abbassamento dei tassi di interesse della banca d’Inghilterra. Che li porterà forse verso il segno meno, come per la Bce. Ci può essere anche un riavviamento del Quantitative easing (della Banca d’Inghilterra, ndr), che potrebbe avvenire nel caso di una negoziazione più lunga o di una negoziazione agonistica con l’Europa.

Quanto è grave per l’economia britannica la Brexit?

Anche se gli inglesi pensano che sia una perdita soprattutto per l’Europa, è una perdita soprattutto per il Regno Unito. La moneta debole non aumenterà tanto le loro esportazioni, perché il Regno Unito importa due volte quello che esporta. È un’economia di servizi sull’Europa: il 20% del Pil del Regno Unito sono banche e servizi finanziari. Dopo aver fatto compromessi in tutti i modi per permettere a Cameron di presentare il referendum nel modo migliore, ora l’Europa si è stancata di essere bloccata dalla politica interna della Gran Bretagna. Come diceva un imprenditore: “la Gran Bretagna è la porta per l ‘Europa. Ma senza l’Europa è solo una porta”.

«Ogni giorno miei amici mi hanno raccontato di aver vissuto o assistito a episodi di odio. Londra ha votato Remain ma ci sono fasce di popolazione che sono state completamente disinformate. È una tattica politica. Tra quelli che hanno finanziato la Leave campaign ci sono anche degli investitori, che hanno comprato oro e beni rifugio per speculare sulla Brexit. Per fare qualche soldo in più hanno distrutto il loro Paese»

Quanto è cambiato il clima a Londra dopo il referendum?

Purtroppo il risultato è infelice perché vediamo che ci sono 2-3 giornali populisti, che hanno dato informazioni sbagliate alla gente sull’ Unione Europea e sugli immigrati, fomentando una politica di odio e discriminazione. Anche a Londra si vede un Paese completamente polarizzato. È passata dall’essere una città estremamente tollerante e cosmopolita a vivere episodi di razzismo.

Si vede anche nella City?

No, ma basta prendere un taxi e si vede. Ogni giorno miei amici – studenti e professionisti, uomini e donne – mi hanno raccontato di aver vissuto o assistito a episodi di odio. Londra ha votato Remain ma ci sono fasce di popolazione che sono state completamente disinformate. È una tattica politica. Tra quelli che hanno finanziato la Leave campaign ci sono anche degli investitori, che hanno comprato oro e beni rifugio per speculare sulla Brexit. Per fare qualche soldo in più hanno distrutto il loro Paese.

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