Economia dell’illusioneI lettori fittizi dei giornali, le offerte speciali, e il successo percepito

Il New York Times ha milioni di abbonati, Colbert è ovunque, Substack sembra il futuro, eppure nessuno capisce più da dove arrivino i soldi e dove finiscano. Perché la fama e il fatturato hanno smesso di parlarsi

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Ho un amico che non ascolta mai. Ho molti amici che non ascoltano mai, ma questo appartiene a un sottinsieme ancora più fastidioso: quelli che fanno le domande e non ascoltano le risposte. Tu ti sbatti ad articolare una risposta che non ti frega niente di dare, solo perché loro hanno chiesto e non vuoi essere cafona, e dopo un po’ ti accorgi che non ti stanno ascoltando. Oppure non te ne accorgi lì per lì, ma una settimana dopo ti rifanno la stessa domanda.

Questo amico negato per l’arte della conversazione ieri mi ha mandato uno screenshot, ma prima di dirvi cosa mi aveva immortalato devo riferirvi un’altra conversazione, una di qualche mese fa, una durante la quale – indovinate un po’ – non mi aveva ascoltata.

Gli stavo raccontando che in Francia c’era una polemica che riguardava Hélène Mercier, pianista ma soprattutto moglie di Bernard Arnault, uno degli uomini più ricchi del mondo. Aveva dato un’intervista nella quale aveva detto che essere senzatetto era una scelta di vita: l’opinione pubblica era ovviamente insorta, lei aveva ovviamente dato la colpa ai tagli di montaggio dell’intervistatore.

Non ne sono sicura, ma mi sa che glielo stavo raccontando solo perché mi aveva fatto molto ridere scoprire che anche i francesi cianciano di tribunal médiatique. Fatto sta che lui, che non mi ascolta mai, mi ha chiesto dove l’avessi letto, e per una volta ha ascoltato mentre gli rispondevo: su Libération.

«Ma quanti abbonamenti hai?», aveva obiettato, che è un’obiezione che ricevo spesso, perché sono effettivamente abbonata a un numero ridicolo di giornali, e la domanda successiva è sempre quella che mi aveva formulato anche l’amico non ascoltante: «Ma quanto spendi?».

La risposta è sempre «pochissimo», e sempre procedo a illustrare a tutti i curiosi anche quel che, inascoltata, avevo in quell’occasione detto a lui. L’abbonamento a Libération era in offerta: un euro per tre mesi. Certo, poi sperano che ti dimentichi di disdire, e che paghi almeno un mese a prezzo pieno, e a volte succede.

Il Boston Globe? Otto mesi a un dollaro, un po’ più costoso di quando, l’anno scorso, mi ero abbonata per leggere un’intervista al figlio di Bob Dylan: allora era un anno a un dollaro. Quando gli interlocutori ascoltano, vedo accendersi nei loro occhi la possibilità di essere anche loro gente che può leggere ciò che vuole invece di elemosinare lo screenshot d’un articolo da chi è abbonato.

«C’è un’intervista delirante a Marc Jacobs sullo Style del Sunday Times». «Uh, me la mandi?» «Io se vuoi te la mando, ma c’è un’offerta a una sterlina al mese per sei mesi». «E quando finisce poi come faccio?».

Quando finisce dipende, la maggior parte dei giornali esteri ti supplicano di restare, ci manca poco che ti diano dei soldi loro. Il mese scorso finiva la mia offerta a un dollaro al mese per il Washington Post, non è che mi sarebbe costato uno sproposito a prezzo pieno, diventavano 6 al mese, ma è il principio (figurarsi: dietro le questioni di principio ci son sempre i soldi): ho cliccato per disdire, e mi hanno rinnovato lo sconto.

C’era una pubblicità di divani in tv anni fa, erano sempre gli ultimi giorni di offerte che sarebbero finite alla fine di quella settimana, e passavano gli anni ed erano sempre lì, sempre gli ultimi giorni di offerte, sempre l’ultima occasione di Mina.

Il New York Times alla fine dell’anno in offerta ti rinnova l’abbonamento al prezzo normale, tu clicchi sulla disdetta e loro, col tono con cui Natasha in “Sesso senza amore” diceva «Vabbuo’, tras’», ti concedono di restare scontata: facciamo che ti concediamo un altro anno a due euro al mese, dai. Saranno vent’anni che andiamo avanti così: mai pagata una cifra sensata.

Un mese fa il New York Times ha annunciato d’aver superato i tredici milioni di abbonamenti. Tutti probabilmente simili a me, non dico gratis ma poco ci manca, e in questo modello che più che economico è comunicativo a me manca un tassello per la comprensione. D’accordo, vi serve dire che avete molto traffico, perché molto traffico significa molta appetibilità per gli inserzionisti, ma poi il sistema come sta su? Le seimila persone che tu giornale stipendi (numeri ufficiali del NYT), come le paghi? Coi miei due euro al mese?

Ogni tanto mi arriva una notifica di Substack che mi dice che sono, chessò, la ventitreesima più in crescita sulla piattaforma. Gli abbonati di Substack sono come le vendite dei libri autopubblicati: li controlli in tempo reale. Tizio si abbona, e a te arriva una mail, e l’interfaccia del sistema di pagamenti ti dice che i suoi soldi ti sono stati accreditati. Quando Substack mi dice che sono la ventitreesima, di solito è perché si sono abbonate, quel giorno, un paio di persone. Il quarantesimo avrà un nuovo abbonato al mese, il centesimo due all’anno.

L’economia del giornalismo digitale sembra ricalcare quel che una quindicina d’anni fa erano le serie di Hbo. Su tutte le copertine, al centro di tutti i dibattiti, e poi i dati d’ascolto dicevano che “Girls” lo guardavano un milione e poco più di americani. Che poi sono gli stessi numeri che adesso, in America, fanno i varietà condotti dai comici in seconda serata, e infatti Cbs ha potuto agevolmente dire che chiudeva Colbert perché col “Late Show” perdevano quaranta milioni di dollari l’anno.

Il New York Magazine ha in copertina Jimmy Kimmel, che conduce l’ancora non chiuso programma analogo sulla Abc, e dice che secondo lui sono numeri inventati, figurati se perdono tutti quei soldi; lo dice non potendo dire: ma quindi anche noi siamo una voragine di bilancio? Come può reggere l’economia d’un varietà che costa come un varietà e fa gli ascolti della Gruber?

Tutti i comunicati ormai dicono siamo trending topic, siamo i più visti nelle clip social, siamo i più amati ovunque tranne che dove si fanno i soldi, e tutti sembrano dimenticare che l’economia dei giornali non vive di quanti commentano il titolo su Twitter (o come si chiama ora): quello al massimo fa guadagnare Elon Musk; tutti sembrano dimenticare che il bilancio dei programmi televisivi non vive di «guarda quanti like su Instagram» (di nuovo: traffico regalato a Zuckerberg).

Però il traffico è illusione d’esistenza, e quindi se vai sulla classifica di quelli che hanno più abbonati su Substack trovi che gente con la spunta viola (che nel codice di Substack significa: ha più di diecimila abbonati paganti) è sotto, in classifica, a gente con la spunta arancione (che significa: ha più di mille abbonati paganti). Il che mi pare interpretabile in un solo modo: una volta che Substack ti ha dato il bollino viola, non te lo leva più, anche se in novemila lasciano scadere l’abbonamento ai tuoi penzierini senza rinnovarlo, perché non vuole si capisca che quella piattaforma è una nicchia e non c’è poi tutto ’sto traffico.

Il mio amico che non ascolta (mica vi sarete già dimenticati di lui? ma allora non mi ascoltate!) quel giorno mi ha risposto che il futuro stava nel dare la possibilità ai lettori di far pagare il singolo articolo. Ma, amico, ti ho detto che mi sono abbonata per tre mesi a un euro all’intero giornale, l’articolo quanto me lo devono far pagare, una frazione di nichelino?

Non mi ha risposto perché non mi stava ascoltando, ma poi ieri mi ha mandato uno screenshot che gli era comparso cliccando su un link del Corriere. Un anno a un euro, c’era scritto. Ma come un anno a un euro, mi ha domandato. Allora non mi ascolti, gli ho risposto io.

Sono stata lieta di vedere che il Corriere adotti i metodi dei giornali forestieri, ma continuo a non capire poi da dove vengano i soldi per stipendiare i giornalisti, mandarli in giro, far fare dei pezzi interessanti: dagli inserzionisti che illudi col doping del traffico?

Magari funziona, eh. Magari il sistema regge. Chissà cosa ne pensa Hélène Mercier, il cui marito è diventato fantastiliardario non scontando mai le borse di Vuitton. Chissà se viene prima l’uovo del farsi pagare a prezzo pieno la merce e se non ve la potete permettere peggio per voi, o la gallina del fatto che per permetterti prezzi alti devi vendere merce che tutti vogliano, e incredibilmente la gente vuole i ciondoli di Tiffany più di quanto voglia leggere le pagine culturali.

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