Usare gatti come bombe: antiche frontiere dell’abisso dell’umanità

Ai poveri animali verrebbe appiccato il fuoco per poi farlo diffondere a cespugli e boschi. Un metodo violento e vigliacco, usato oggi al Sud ma inventato da Gengis Khan

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da Flickr, di Jason Persse

7 Luglio Lug 2016 0820 07 luglio 2016 7 Luglio 2016 - 08:20

Tra i baratri di abiezione che l’uomo può raggiungere (certi uomini, in particolare), figura quello denunciato, a fine giugno 2016, da varie associazioni animaliste, come l’Aidaa, sugli incendi in Sicilia. Per bruciare boschi senza lasciare tracce, sostiene il presidente dell’associazione Lorenzo Croce, i criminali si servirebbero di animali vivi, come i gatti: danno loro fuoco e poi li lasciano scappare nella boscaglia, facendo sì che la fiamma si propaghi.

È un metodo già noto: è stato segnalato più volte, in Puglia e, nel 2015, in Calabria. Lo ha ricordato Giuseppe Antoci, presidente del parco delle Ebridi: “Dietro agli incendi c’è la mafia dei pascoli”, la stessa che aveva cercato di ucciderlo in un attentato il 18 maggio 2016. “Danno fuoco ai gatti randagi per farlo propagare ai cespugli”. I criminali prendevano i terreni del demanio in affitto e incassavano i contributi Ue”. Ora sono state tolte loro le autorizzazioni e le assegnazioni sono diventate più stringenti. Chiaro che si vendicano.

Quello che è stato detto ma che è passato sotto traccia è un particolare degno di nota: la tecnica è antica. Ma molto antica. Come si spiega su questo blog, risale almeno ai tempi di Gengis Khan. Nel 1227, quando i mongoli conquistarono l’impero Xixia, nel territorio cinese, città per città. La presa della fortezza di Volohai, però, viene ricordata più per la furbizia di Gengis Khan che per la sua abilità strategica.

Il capo dei mongoli ricorse a un inganno. Dopo aver disposto i suoi uomini intorno alla città per assediarla, inviò un messaggero che proponeva un patto: i mongoli se ne sarebbero andati se avessero ricevuto, come dono, mille gatti e diecimila rondini. Una richiesta insolita, che il capo di Volohai accettò al volo. Dopo pochi giorni consegnarono gli animali richiesti, pensando di aver fatto un affare. Si sbagliavano. Gengis Khan legò delle strisce di stoffa intorno alle zampe degli animali, diede loro fuoco e aspettò che le povere bestioline facessero il loro lavoro. Sia i gatti che le rondini tornarono in città, ai loro nidi e alle loro case. Incendiandole. Il gioco dei mongoli, a cose fatte, fu semplice.

E così un’ombra di crudeltà si può gettare su quello che, altrimenti, viene celebrato come un guerriero indomito, saggio governante ed eroe valoroso. Vincere con l’aiuto di poveri animaletti incendiati suona terribile, ai nostri occhi moderni. Ma si sa: à la guerre comme à la guerre. Molto peggio è quando si incendiano boschi per speculazioni e vendette: crudeltà e calcolo economico. L’abisso umano, appunto.

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