«Attenzione a parlare di Isis, per ora siamo davanti a uno psicopatico»

Stefano Dambruoso, magistrato, tra i principali esperti di terrorismo internazionale. «Si sono già registrati episodi simili. Il brand Isis ha un suo valore, ma spesso il motivo di queste stragi è più complesso. Anche a Orlando non è ancora chiaro cosa sia successo»

 ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP/Getty Images

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15 Luglio Lug 2016 1444 15 luglio 2016 15 Luglio 2016 - 14:44

«Non è ancora arrivata alcuna rivendicazione ufficiale. Per il momento siamo davanti a un soggetto verosimilmente affetto da una psicopatologia». Deputato di Scelta Civica e questore della Camera, Stefano Dambruoso è uno dei principali esperti di terrorismo internazionale. Alle spalle una lunga carriera da magistrato in prima linea nella lotta all’estremismo islamico. Sulla strage di Nizza, dove un attentatore ha ucciso oltre ottanta persone guidando il suo camion sulla folla, invita alla riflessione. «In passato si sono già registrati episodi simili. Anche se il brand Isis ha una sua valenza, spesso il motivo di queste stragi è più complesso».

Onorevole Dambruoso, ci troviamo di fronte a uno dei più gravi attentati degli ultimi anni?
È difficile tracciare una scala delle gravità. Solo nell’ultimo mese il mondo ha assistito a vicende altrettanto terribili, penso alle stragi in Bangladesh e Orlando.

A poche ore dell’attentato di Nizza, che idea si è fatto?
Senz’altro l’utilizzo del brand Isis e del terrorismo islamico ha una sua valenza, ma siamo ancora in attesa di una vera rivendicazione. Al momento non è emerso il reale coinvolgimento di un’organizzazione di questo tipo. Piuttosto possiamo dire di trovarci davanti a un soggetto che verosimilmente è affetto da una debolezza, una parziale psicopatologia. L’episodio di Nizza può essere associato ad altri eventi simili, avvenuti nel recente passato proprio in Francia. Un paio di anni fa a Nantes e Digione si sono verificati due fatti distinti e non collegabili: anche allora un’auto è stata lanciata a tutta velocità sulla folla. In quel caso a prevalere è stato un disturbo mentale degli autori dell’attentato.

Insomma, non siamo davanti a un guerra civile come qualcuno dice oggi?
Mi sento lontano da queste considerazioni. Diffondere l’idea di una strategia terroristica capace di attaccare quotidianamente non aiuta la prevenzione. Certo, attentati di questo tipo sono più presenti in un certo mondo islamico, sono sollecitati dalla mediaticità diffusa del jihadismo. Ma attenzione, a Orlando, in Florida, non è ancora chiaro cosa è accaduto. Anders Breivik, in Norvegia, autore di una delle peggiori stragi terroristiche degli ultimi anni, ha ucciso in nome di un radicalismo molto più vicino al conservatorismo nazionalista. E anche in quell’occasione ci siamo trovati di fronte a una psicopatologia evidente.

Diffondere l’idea di una strategia terroristica capace di attaccare quotidianamente non aiuta la prevenzione. Certo, attentati di questo tipo sono sollecitati dalla mediaticità diffusa del jihadismo. Ma attenzione, a Orlando, in Florida, non è ancora chiaro cosa è accaduto. Anders Breivik, in Norvegia, ha ucciso in nome di un radicalismo molto più vicino al conservatorismo nazionalista

Colpisce l’impossibilità di prevedere attentati di questo tipo. Dove tutti diventano potenziali bersagli.
Sono eventi assolutamente incontrollabili. Ricordo un altro episodio abbastanza recente: Andreas Lubitz, il co-pilota di un velivolo Germanwings, che ha volontariamente fatto precipitare sulle Alpi il proprio aereo. Possiamo dire, però, che quando c’è prevenzione si può in parte attenuare il rischio. Per tutto il periodo degli Europei di calcio, in Francia, c’è stata un’altissima attività di prevenzione. Con un sistema di attenzione a quel livello, un camion non sarebbe mai potuto entrare in un luogo di festa, tra la folla della promenade des Anglais a Nizza, senza che nessuno intervenisse rapidamente.

Un attentato avvenuto in una data simbolica, peraltro. Secondo lei ha inciso nella volontà del terrorista?
Il 14 luglio è una data con un valore simbolico importante. Una festa che per certi versi rappresenta la nascita del moderno stato francese. Ma ripeto, credo che l’autore possa aver scelto quest’occasione perché convinto di poter colpire il maggior numero possibile di persone. Da questo punto di vista prevale l’assenza di una strategia coordinata.

Attacchi terroristici più o meno equiparabili, ma è innegabile che la Francia sia ormai un paese a rischio.
Senza essere grossolani nell’analisi, credo che la Francia paghi un cinquantennio di politiche di integrazione mal pensate e mal gestite. Dove la ghettizzazione è stata più forte dell’inclusione. Gli autori di questi episodi sono quasi sempre cittadini di seconda generazione. Cittadini che non si sentono francesi fino in fondo.

In Italia la storia dell’immigrazione è più recente, i fenomeni di radicalizzazione sono meno diffusi e perciò più controllabili. Ma il tempo passa in fretta, ecco perché dobbiamo investire da subito in termini di prevenzione

Da questo punto di vista l’Italia è meno a rischio?
Le condizioni del nostro Paese sono oggettivamente diverse. Eppure, purtroppo, l’idea che singoli individui possano compiere attentati clamorosi ormai si è innescata. Non è più possibile fare grandi distinzioni tra i due Stati. Certo, in Italia la storia dell’immigrazione è più recente, i fenomeni di radicalizzazione sono meno diffusi e perciò più controllabili. Ma il tempo passa in fretta, ecco perché dobbiamo investire da subito in termini di prevenzione.

In che modo?
Con il collega Andrea Manciulli ho presentato alla Camera una proposta di legge per prevenire l’estremismo jihadista. Un provvedimento che introduce nel nostro ordinamento strumenti idonei a contrastare sul nascere la radicalizzazione e predisporre misure di recupero e reinserimento sociale per i soggetti già coinvolti in fenomeni di questo tipo. Ci sono investimenti nelle scuole, per favorire l’accesso di studenti a iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Ma anche interventi sul web, dove spesso il jihadismo fa proseliti tra i giovani. Attraverso la diffusione di una narrativa alternativa, è necessario valorizzare i principi positivi della nostra comunità e il principio dell’uguaglianza di genere sancito dalla nostra Costituzione.

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