La salute mentale in carcere: un detenuto su due deve assumere farmaci per problemi psichiatrici

L’associazione Antigone fotografa lo stato di salute dei nostri istituti penitenziari. Torna a crescere il numero dei detenuti e degli stranieri (sono 39 gli islamici radicalizzati). Ci sono 43 bambini rinchiusi con le proprie madri. In sei mesi già 23 suicidi, ma mancano psichiatri e psicologi

ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images

2 Agosto Ago 2016 0944 02 agosto 2016 2 Agosto 2016 - 09:44

Nel carcere di Sondrio sono rinchiusi 40 detenuti, ma la capienza regolamentare ne prevede al massimo 29. Nella casa di reclusione di Augusta i problemi all’impianto idrico garantiscono, durante i mesi estivi, solo tre ore di acqua al giorno. Nel carcere di Frosinone, invece, l’acqua manca del tutto. E in alcune sezioni è stata denunciata la presenza di topi e insetti. Ci sono solo sei educatori nella casa circondariale di Bologna, ma secondo quanto previsto in organico dovrebbero essere almeno il doppio. Da almeno due anni, infine, a Castelfranco Emilia è stato bloccato il progetto di lavanderia industriale che occupava i detenuti. Il motivo? Si è rotta la caldaia.

Pillole dalle carceri italiane. Episodi raccontati dagli osservatori dell’associazione Antigone, che nei primi sei mesi dell’anno hanno potuto effettuare una cinquantina di visite negli istituti penitenziari del nostro Paese. Se le situazioni rilevate sono spesso problematiche, da Antigone assicurano che rispetto agli anni passati molto è migliorato. Restano evidenti criticità, certo. Eppure dal 30 novembre 2010 - quando l’Italia raggiunse il massimo storico della popolazione detenuta pari a 69.155 unità - si è registrato un importante cambiamento. Oggi i detenuti sono circa 54mila. Dopo la condanna da parte della Corte Europea dei diritti umani per le condizioni degradanti derivate dal sovraffollamento carcerario, l’Italia è riuscita a ridurre il numero della popolazione carceraria. Eppure, denuncia Antigone, nell’ultimo anno i detenuti sono tornati, seppure di poco, a crescere. Di 1.318 unità. Un trend preoccupante, che a lungo andare potrebbe riportarci alla condizione di partenza.

I detenuti stranieri sono 18.166, pari al 33,5 per cento della popolazione reclusa. I più rappresentanti sono marocchini, poi rumeni e albanesi

Pochi giorni fa l’associazione ha presentato a Montecitorio il pre-rapporto 2016 sulle condizioni di detenzione. Un documento articolato, che fornisce una dettagliata fotografia degli istituti penitenziari d’Italia. Un aspetto interessante riguarda la presenza dei detenuti stranieri. Al 30 giugno scorso erano 18.166, pari al 33,5 per cento della popolazione reclusa. Uno su tre. Nel giro di un anno sono cresciuti di quasi mille unità (nel giugno 2015 erano 17.207). «Il tutto - si legge nel documento - nonostante il movimento migratorio, seppur con un saldo positivo rispetto all’anno precedente, presenti una flessione rispetto agli anni precedenti». Intanto cambia anche la composizione di questa componente. Fino al 2015 la nazionalità più rappresentata era quella rumena, pari al 16,8. Oggi sono di meno. «Si respira un minor pregiudizio nei loro confronti e conseguentemente i loro detenuti perdono il primato della rappresentatività straniera in carcere a favore della componente marocchina». Il 17 per cento delle persone rinchiuse in carcere viene proprio dal Marocco. Tra le altre realtà più rappresentate ci sono albanesi (13,7 per cento), tunisini (11,1 per cento) e nigeriani (4,2 per cento).

Il dato degli stranieri è inevitabilmente legato a quello della fede religiosa. Se quasi 30mila detenuti si professano cattolici, gli islamici sono 6.138. Un dato sottostimato, probabilmente. È facile che molti abbiano deciso di non dichiarare la propria religione, andando a ingrossare le fila delle 14.235 persone di cui non è stata rilevata l’appartenenza religiosa. Intanto tra gli islamici detenuti, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, sono 39 i “radicalizzati”. Su un totale di quasi 300 detenuti sotto particolare osservazione dopo le ultime, tragiche, vicende internazionali.

Scorrendo i numeri, colpisce il dato dei suicidi. Il documento cita il dossier "morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, che ha segnalato - solo nei primi sei mesi dell’anno - già 23 suicidi all’interno delle nostre carceri. In tutto il 2015 erano stati 43. Ci si toglie la vita impiccandosi, nella quasi totalità dei casi. Ma sono stati registrati anche un soffocamento e un avvelenamento. I due detenuti più giovani che si sono uccisi avevano 25 anni, erano rinchiusi a Siracusa e Reggio Emilia. Il più anziano aveva 72 anni, si è tolto la vita nel carcere di Perugia. Discorso a parte per le 39 detenute madri - 24 di loro sono straniere - con figli al seguito. Dal documento dell’associazione Antigone emerge che oggi nelle carceri italiane sono rinchiusi 43 bambini sotto i tre anni, insieme alle proprie mamme. Un altro dato in crescita. Un anno fa gli istituti penitenziari ospitavano 33 detenute con 35 figli piccoli.

Dall’inizio dell’anno ci sono stati 23 suicidi. Ci si toglie la vita impiccandosi, nella quasi totalità dei casi. Ma sono stati registrati anche un soffocamento e un avvelenamento. I due detenuti più giovani che si sono uccisi avevano 25 anni, erano rinchiusi a Siracusa e Reggio Emilia

Poco raccontato è il dato relativo alla salute mentale dei detenuti. Una realtà che troppo spesso viene dimenticata da report e statistiche. Eppure il tema è tutt’altro che secondario. «Rispetto a chi è nel sistema penitenziario - si legge nel rapporto - si calcola che oltre il 50 per cento dei detenuti assume terapie farmacologiche per problemi psichiatrici». Secondo quanto prevede la legge, in ogni regione devono essere garantiti appositi servizi di assistenza, attraverso l’attivazione di reparti di “Osservazione psichiatrica” per la cura dei detenuti affetti da specifiche patologie e «stabilire la loro compatibilità con il regime carcerario». Gli osservatori di Antigone lamentano una situazione “molto critica”. Nelle oltre 50 visite avvenute dall’inizio dell’anno, è stata rilevata la presenza di letti di contenzione e “celle lisce”, senza alcun tipo di mobilio, non consentite dal regolamento penitenziario. Anche se in nessun caso, specifica l’associazione, i letti di contenzione erano in uso al momento dell’ispezione. In particolare il rapporto segnala le situazioni di Roma Rebibbia, «che, nell’unica singola, ha un letto per praticare la contenzione», e del Reparto Sestante del carcere di Torino, provvisto «di una “cella liscia” dove vengono collocati pazienti in acuzie».

In generale il documento racconta delle pessime condizioni delle celle nelle strutture sanitarie psichiatriche. «A Verona-Montorio non ci sono neanche i bagni, a Livorno l’armadio è posto in corridoio anziché nella cella, mentre a Firenze Sollicciano è del tutto assente, così come altre suppellettili al di fuori del letto, tavolo in muratura e sgabello mobile». E ancora, vengono segnalati indebiti trasferimenti nei reparti psichiatrici. Procedure a volte poco trasparenti: «In generale si ha la percezione che questi reparti vengano usati come “valvole di sfogo” per ospitare (e contenere) detenuti problematici - ma senza patologie psichiatriche conclamate - che hanno problemi di convivenza nelle sezioni ordinarie». In generale è stato rilevato un carente numero di operatori sanitari specializzati. In carcere mancano, cioè, psichiatri, psicologi e tecnici della riabilitazione psichiatrica.

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