L’inutilità della politica: la Spagna senza governo cresce tre volte l’Italia

Nel 2016 se andrà bene bisseremo la crescita del 2015, molto più in basso delle previsioni. E rimarremo la pecora nera d’Europa, con una crescita zero nel secondo trimestre e una dello 0,7% anno su anno, un terzo di quella spagnola, del 3,2%. E a Madrid sono ancora senza governo

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PIERRE-PHILIPPE MARCOU/AFP/Getty Images

2 Settembre Set 2016 0848 02 settembre 2016 2 Settembre 2016 - 08:48
Messe Frankfurt

Di spread non si parla più. Giustamente, perchè grazie alla deflazione e alle iniziezioni da cavallo di liquidità che Mario Draghi ha imposto, il grado di rischio dei titoli di Stato italiani ed europei è ormai decisamente basso, e così il tasso di interesse richiesto dal creditore. Lo spread tra titoli italiani a 10 anni e bund tedeschi, quello che nel 2011 e 2012 superò più volte i 500 punti ora si aggira intorno ai 120.

Tutto a posto quindi? Non proprio, perchè come per la crescita conta molto il confronto con quella degli altri Paesi, anche per lo spread diventa essenziale osservare il sua andamento paragonato con quello dei titoli di altri Stati, magari usciti anch’essi da una pesante crisi economica.

È il caso della Spagna. Lo spread tra i suoi Bonos e il Bund è sempre stato piuttosto simile a quello italiano, ma la differenza rispetto al nostro dice molto su come sta andando la nostra economia, e soprattutto sulla fiducia attorno ad essa. Attualmente lo spread bonos/bund è poco superiore a 100 punti base, sui 102. Sia nel caso dello spread italiano e spagnolo c’è stato un calo dai valori di giugno, ma c’è già una prima differenza: se lo scarto tra BTP e bund rimane al di sopra dei livelli di questa primavera, per quello tra Bonos e Bund è ai minimi dell’anno.

Di fatto stiamo assistendo a un nuovo sorpasso al ribasso spagnolo, a partire da inizio luglio. Ora i tassi spagnoli rendono circa lo 0,2% meno di quelli italiani. Pochissimo certo, ma è una differenza notevole se paragonata agli esangui tassi attuali. E soprattutto colpisce il trend: da inizio anno il vantaggio italiano è diminuito fino a sparire. Guardando in prospettiva, sicuramente non ci sono più le montagne russe del 2011-2012, quando nel periodo della successione di Monti a Berlusconi i tassi spagnoli erano di ben l’ 1,75% più bassi di quelli di un’Italia che sembrava sull’orlo del default, per poi diventare, grazie al “whatever it takes” di Draghi e alle previsioni di ripresa, dello 0,75% più alti. Tuttavia sembra siamo ritornati a una sorta di livello, simile a quello precedente al 2010, e che toccammo non a caso a metà 2014 quando scoprimmo che quell’anno non ci sarebbe stata crescita, ciò in cui la Spagna è ritenuta stabilmente più affidabile.

Lo spread tra i titoli di stato decennali di Italia e Spagna (febbraio - giugno 2016)

Lo spread tra i titoli di stato decennali di Italia e Spagna (febbraio - giugno 2016)

Oggi come nell’estate 2014 siamo sotto una doccia fredda: abbiamo scoperto che nel 2016, se andrà bene, bisseremo la crescita del 2015, molto più in basso delle previsioni, e soprattutto che rimarremo la pecora nera d’Europa, con una crescita zero nel secondo trimestre e una dello 0,7% anno su anno, un terzo per esempio di quella spagnola, del 3,2%.

Non a caso vediamo una certa corrispondenza, pur non perfetta, tra i periodi in cui i nostri tassi sono stati più alti di quelli spagnoli e quelli in cui la nostra crescita è stata inferiore. Perlomeno una corrispondenza con le previsioni di crescita. Fino al 2010 abbiamo sofferto la crisi più degli spagnoli, e i nostri tassi erano infatti più alti. Divennero più bassi quando la Spagna mancò la ripresa del 2010 e dell’inizio 2011. Dopo che apparve chiaro che il nostro Pil avrebbe avuto un altro crollo e che avremmo subito una recessione simile alla loro vi fu il celebre periodo di altalena dello spread, finchè i destini delle crescite dei due Paesi non si separarono a fine 2013 quando la Spagna cominciò la poderosa ripresa e ci lasciò indietro. Da allora i tassi sono in discesa, certo, ma con i trend appena illustrati.

Tassi d’interesse di Italia e Spagna

Crescita del Pil di Italia e Spagna

Oggi come nell’estate 2014 siamo sotto come una doccia fredda: abbiamo scoperto che nel 2016 se andrà bene bisseremo la crescita del 2015, molto più in basso delle previsioni, e soprattutto che rimaniamo la pecora nera d’Europa, con una crescita zero nel secondo trimestre e una dello 0,7% anno su anno, un terzo per esempio di quella spagnola, del 3,2%.

Non stiamo dimenticando qualcosa? La Spagna di fatto non ha un governo: Rajoy dallo scorso dicembre rimane in carica, ma senza maggioranza, perchè dopo due elezioni non si è ancora giunti a un accordo per formare un nuovo esecutivo. Le elezioni, in particolare quelle di giugno, hanno confermato il PP come primo partito, ben lontano dalla maggioranza delle Cortes, e febbrili trattative e veti incrociati si rincorrono tra popolari, socialisti, Ciudadanos, tra la paura di alienarsi i propri elettori coalizzandosi con gli avversari storici e quella di lasciare la Spagna così a lungo senza un governo solido.

Una situazione che in Italia farebbe tremare i polsi. Ci è stato detto che dopo quello dell’economia, dei mercati, dello spread, ora deve essere il tempo della politica, che la stabilità di governo è assolutamente fondamentale anche per la crescita, che l’instabilità degli esecutivi è tra le principali cause del declino italiano. Del resto il referendum sulla riforma del Senato è guardato non solo in Italia, ma anche all’estero, come l’Armageddon per il pericolo che le conseguenze di un No si riversino sull’economia.

Eppure questi dati sullo spread spagnolo ci dicono anche che i fondamentali dell’economia non sono così legati a quello che accade nelle stanze della politica. Soprattutto che alla fine sono proprio i fondamentali che contano, per attirare fiducia e investimenti da parte del mercato internazionale. Ancora più delle vittorie politiche.

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