Oltre il caso Apple

«Berresti un caffè a 20 euro?». Così le multinazionali fanno pagare le loro tasse ai contribuenti

Il 7 settembre si celebra Tax Justice Blogging Day per la promozione della giustizia fiscale. Maslennikov, di Oxfam: “Serve un accordo su un livello minimo di tassazione. Altrimenti c’è sempre qualcuno che va al ribasso e qualcun altro che lo segue”

Take The Tax

Manifestazione davanti al Parlamento irlandese a sostegno della decisione europea sul pagamento delle tasse da parte di Apple (Getty Images/PAUL FAITH/Stringer)

7 Settembre Set 2016 1043 07 settembre 2016 7 Settembre 2016 - 10:43
Messe Frankfurt

La decisione della Commissione europea sulla restituzione di 13 miliardi di euro di tasse non versate (più interessi) da parte di Apple all’Irlanda ha riacceso il dibattito sulla concorrenza tra gli Stati a colpi di aliquote al ribasso e accordi segreti con le imprese. E il tema è entrato nell’agenda politica europea, mentre il 7 settembre le organizzazioni non governative di 16 Paesi Ue celebrano il Tax Justice Blogging Day per la promozione della giustizia fiscale. «Nel contesto globale in cui viviamo c’è la necessità per gli Stati di diventare attrattivi per le grandi multinazionali. Ma a quale costo?», si chiede Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam, che coordina l’iniziativa in Italia. «Non è solo una questione di fiscalità: la corsa al ribasso coinvolge anche il contesto socioeconomico, a partire dal lavoro. Così si scarica sugli altri contribuenti il peso delle imposte non pagate dalle multinazionali, alterando l’equità della legislazione fiscale. È l’economia dell’1%: la ricchezza resta bloccata in alto, senza ricadute sulle casse pubbliche».

Nel video diffuso da Oxfam (in basso), il barista chiede ai clienti 20 euro per un caffè, facendo pagare loro anche la consumazione di altri che prima non hanno pagato il conto. Le reazioni sono le più disparate. «Io non pago per gli altri, pago per me», dice un cliente. Alla fine il barista-complice spiega la metafora: «È la stessa cosa che fanno le multinazionali, non pagando la quota di tasse che spetta loro, e facendola pagare a noi cittadini».

È come aver pagato molti costosi caffè per Apple, quindi. Ora l’Europa cosa farà?
L’Europa sta cominciando a parlare di armonizzazione fiscale per le imprese. A novembre la Commissione presenterà la proposta per creare un’unica base comune per la fiscalità d’impresa. Si punta a creare una base imponibile consolidata comune, cioè un insieme di regole che le società che operano nell’Ue dovranno usare per calcolare il reddito imponibile, anziché usare regimi fiscali diversi. Si stabilisce per tutti cosa nel bilancio è calcolato come perdita e cosa è utile. Per cui una volta capito quali siano gli utili europei di un’impresa si fa una suddivisione tra i Paesi in cui sono stati generati. Di modo che ogni Paese impone la propria aliquota su un pezzettino di base imponibile. Evitando che i profitti vengono portati solo nei Paesi con una fiscalità favorevole e nascondendoli ad altri.

Si scarica sugli altri contribuenti il peso delle imposte non pagate, alterando l’equità della legislazione fiscale. È l’economia dell’1%: la ricchezza resta bloccata in alto, senza ricadute sulle casse pubbliche

Sarà un percorso semplice?
Non credo. L’Italia, ad esempio, attraverso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sostiene l’armonizzazione. Ma la proposta di rendicontazione pubblica delle multinazionali spacchettata Paese per Paese, con la comunicazione dei luoghi in cui si fanno utili e delle sussidiarie, viene definito un processo di riforma “sensibile”.

Il nodo è anche nel tax ruling, cioè il trattamento fiscale che un Paese garantisce a una singola impresa.
C’è un abuso di questi strumenti, che sono accordi segreti, non pubblici. Sono meccanismi di concessione di trattamenti fiscali ad hoc per le imprese multinazionali, a scapito di contribuenti e imprese nazionali. Come ha documentato la Commissione europea, Apple nel 2014 in Irlanda aveva un’aliquota effettiva dello 0,005 per cento. Pagava 10 milioni di euro in tasse su un imponibile di 50 milioni di euro a fronte di un utile di 16 miliardi. Anche l’Italia ha concesso dei tax ruling: un’inchiesta dell’Espresso ha rivelato che a fine 2013 erano 47. Tutti accordi segreti. Dopo lo scandalo Luxleaks la Commissione ha approvato una riforma del tax ruling, che prevede che gli Stati dovranno scambiarsi informazioni su questi accordi. Ma la riforma non prevede però che debbano essere informati anche i cittadini.

Cosa servirebbe quindi?
Un accordo globale su un livello minimo di tassazione. Altrimenti c’è sempre qualcuno che va al ribasso e qualcun altro che lo segue. Un certo livello di concorrenza fiscale è accettabile ma non a questi livelli. Così si crea un danno erariale a se stessi e un danno erariale ai Paesi a cui i profitti vengono sottratti. È il prezzo degli investimenti delle multinazionali.

Il gioco quindi non vale la candela?
No, perché si sottraggono risorse che potrebbero servire invece per gli investimenti nei servizi pubblici, che tanto servirebbero in questo momento.

Un certo livello di concorrenza fiscale è accettabile ma non a questi livelli. Così si crea un danno erariale a se stessi e un danno erariale ai Paesi a cui i profitti vengono sottratti

Che poteri hanno le autorità europee?
La Commissione europea può chiedere informazioni, ma non può imporre nulla agli Stati se non accertare una violazione del regime di concorrenza. La fiscalità è una questione nazionale. E infatti l’Irlanda ha paradossalmente fatto ricorso contro la decisione della Commissione: non vuole la restituzione di 13 miliardi di tasse, in nome di una specializzazione nell’attrattività per le imprese. E l’Europa non può dire di abolire alcunché. Su mandato dell’Ecofin è stato costituito il Gruppo del codice di condotta sulla tassazione di impresa che dovrebbe valutare sulle misure fiscali dei Paesi e fare pressione sui governi. Ma anche qui c’è un problema di trasparenza: di questo gruppo non si sa niente. Ora il Parlamento europeo sta spingendo perché diventi più trasparente e abbia un mandato più forte.

Ed entro il 2017 si attende finalmente la lista dei paradisi fiscali stilata dall’Ocse.
Sì, perché al momento non esiste una lista armonizzata a livello globale dei paradisi fiscali. Ma i criteri usati dall’Ocse per stilare la lista includono il livello di segretezza delle informazioni richieste e la disponibilità a scambiare informazioni, senza considerare i tipi di regimi fiscali offerti o le pratiche fiscali nocive messe in campo. Non sono esaustivi.

Ma come mai si impiega tanto tempo per stilare questa blacklist?
Semplice, i paradisi fiscali sono anche membri Ocse.

Questo articolo costituisce un contributo al Tax Justice Blogging Day, una giornata internazionale di sensibilizzazione sulle tematiche di giustizia fiscale coordinata in Italia da Oxfam

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