Donald Trump l’ha definito un accordo «storico». Probabilmente lo è davvero, ma non nel senso immaginato dalla Casa Bianca. Fino a poche settimane fa il presidente americano parlava apertamente della possibilità di un cambio di regime a Teheran. Dai messaggi rivolti direttamente agli iraniani alle allusioni sull’imminente collasso della Repubblica islamica, Washington lasciava intendere che la guerra avrebbe potuto aprire la strada a un nuovo ordine politico. Oggi, invece, la stessa amministrazione firma un memorandum che non soltanto lascia in piedi il sistema di potere iraniano, ma ne favorisce la riabilitazione economica e diplomatica.
L’accordo firmato dal presidente statunitense a Versailles, alla fine di una cena con l’omologo francese Emmanuel Macron, rischia infatti di passare alla storia come una delle più pesanti sconfitte diplomatiche americane degli ultimi decenni. Arriva dopo mesi di guerra, dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e di gran parte dei vertici militari iraniani, e dopo una campagna presentata come necessaria per fermare definitivamente le ambizioni nucleari di Teheran. Eppure, leggendo i quattordici punti del memorandum, si fatica a individuare una vera vittoria americana.
L’obiettivo dichiarato da Washington era impedire all’Iran di sviluppare l’arma atomica, ridimensionarne le capacità militari e spezzare la rete di alleanze regionali costruita negli anni attraverso Hezbollah e gli altri gruppi dell’«Asse della resistenza». Ma il nodo nucleare, che era stato indicato come la ragione stessa della guerra, viene semplicemente rinviato a un negoziato di sessanta giorni. Nel frattempo Teheran si limita a ribadire che non svilupperà armi atomiche, mentre il materiale già arricchito non sarà trasferito all’estero ma diluito sul posto sotto supervisione internazionale. Una soluzione decisamente più morbida rispetto alle richieste avanzate dagli Stati Uniti all’inizio del conflitto.
In compenso, l’Iran ottiene molto. Lo Stretto di Hormuz viene riaperto, le esportazioni petrolifere tornano a fluire e il percorso verso la rimozione delle sanzioni viene ufficialmente avviato. Il memorandum prevede inoltre un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e apre la strada allo sblocco di beni iraniani congelati all’estero. Trump insiste che i contribuenti americani non pagheranno nulla, ma il risultato politico non cambia: l’economia iraniana riceve una prospettiva di rilancio proprio dopo una guerra che avrebbe dovuto metterla in ginocchio. Non sorprende che a Teheran il documento venga presentato come una vittoria. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento, ha definito l’accordo la prova del fallimento americano. Ancora più significativa è la questione dello Stretto di Hormuz. Il testo prevede che l’Iran discuta con Oman e Paesi del Golfo la futura gestione dei servizi marittimi del passaggio strategico. In altre parole, la Repubblica islamica non rinuncia alla leva che le ha consentito di tenere in ostaggio una quota rilevante del commercio energetico mondiale. La riapertura dello stretto non cancella il precedente: certifica che Teheran può sedersi al tavolo come interlocutore indispensabile.
Anche sul fronte regionale le ambiguità sono numerose. Il memorandum parla di cessazione delle operazioni militari in Libano e di tutela della sovranità libanese, formule che l’Iran interpreta come un riconoscimento implicito delle proprie richieste e come una protezione indiretta per Hezbollah. Né il programma missilistico né il sostegno di Teheran ai suoi alleati regionali figurano realmente tra le priorità dei prossimi negoziati. Israele, non a caso, guarda con crescente irritazione all’intesa e avrebbe preferito proseguire la campagna militare.
Le critiche non arrivano soltanto da Gerusalemme. Nel Partito repubblicano i falchi che avevano sostenuto la guerra parlano apertamente di errore strategico. Per loro Trump e sopratutto il vicepresidente JD Vance (che almeno ha evitato di mettere la sua firma sull’intesa com’era inizialmente previsto, domani in Svizzera) avrebbero combattuto un conflitto costoso per poi accettare condizioni che rafforzano il regime iraniano e ne aumentano le risorse economiche. Una posizione condivisa anche da molti democratici.
C’è poi un dettaglio simbolico che rende questa vicenda ancora più significativa: il luogo della firma. A Versailles, nel 1919, le potenze vincitrici imposero alla Germania sconfitta riparazioni economiche e condizioni umilianti. Era il momento in cui i vincitori presentavano il conto agli sconfitti. Oggi il paradosso sembra rovesciato. Dopo aver combattuto una guerra per piegare l’Iran, gli Stati Uniti escono dalla reggia simbolo della pace punitiva promettendo la sospensione delle sanzioni, lo sblocco di beni congelati e un gigantesco piano di ricostruzione. Se un secolo fa Versailles rappresentò la pace dei vincitori, nel 2026 rischia di diventare il simbolo di una pace scritta dal Paese che avrebbe dovuto essere sconfitto.
Più che una pace americana, quella firmata da Trump assomiglia a una pace iraniana.