Intelligenze

I bambini plusdotati che la scuola italiana non sa valorizzare

Li chiamano “bambini plusdotati” o “gifted children”. Sono bambini che hanno un quoziente intellettivo superiore alla media. Ma la scuola italiana non li sa riconoscere né seguire. Ora le famiglie hanno depositato una proposta di legge

Children

(Getty Images/Matthew Lloyd/Stringer)

17 Settembre Set 2016 0917 17 settembre 2016 17 Settembre 2016 - 09:17

Alla scuola materna Giulio voleva portare i libri da leggere anziché colorare le schede prestampate. A due anni Giovanni faceva domande su questioni filosofiche e metafisiche, lasciando i genitori senza parole. Entrambi sono bambini plusdotati, piccoli talenti con un quoziente intellettivo sopra la media e un alto potenziale cognitivo. Nel mondo sono il 5 per cento. Sono intuitivi, svegli, svelti, curiosi. Ma mentre all’estero le scuole hanno procedure didattiche ad hoc per riconoscerli e seguirli, in Italia la tematica è quasi sconosciuta. Tanto che lo scorso 10 settembre a Roma i genitori sono scesi in piazza per chiedere alle istituzioni di occuparsi di loro. «Ad oggi in Italia vengono additati spesso come bambini con un disturbo», dice Viviana Castelli, presidente dell’associazione nazionale Step-net Onlus, che ha organizzato la prima giornata nazionale della plusdotazione. «Ma questo non è un disturbo, è una dote. E il nostro Paese non può permettersi di disperdere intelligenze come queste».

Partiamo dai termini. In Italia questi bambini vengono definiti plusdotati, iperdotati o superdotati. Ma mai come in questo caso l’inglese viene in aiuto. «Il termine che preferiamo è gifted children, letteralmente “bambini che portano un dono”». Il loro dono è una intelligenza sopra la media, e soprattutto al di sopra dei loro stessi coetanei. Di solito vengono definiti gifted children i bambini con un Qi superiore a 125, mentre la media è intorno a 100. Alcuni di loro arrivano a 140 o 150. Sono quelli che si definirebbero “geni”.

Identificarli non è facile. I bambini “che portano un dono” non sono tutti uguali. C’è chi è bravissimo a suonare già a 4-5 anni, chi usa tempi e modi verbali perfettamente a due anni. «Tutti hanno un lessico completo e avanzato già nei primi anni di vita», spiega Viviana Castelli. «A un anno e mezzo pronunciano già frasi complesse, con una terminologia specifica e tempi verbali corretti». E la cosa interessante è che sono tutti autodidatti. Essere plusdotato è una questione genetica. Crescere in una famiglia colta può aiutarli, ma possono nascere in ogni contesto sociale. «Le cose le imparano da soli».

Tant’è che nella prima fase i genitori sono in difficoltà. Rimangono basiti davanti ad alcune domande o contestazioni. Sono impreparati. Nella posta di Step-net arrivano almeno 250 richieste di aiuto al mese. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, essere genitori di un bambino plusdotato – almeno all’inizio – è un’esperienza tutt’altro che positiva. Soprattutto in italia. «Non sai come hanno fatto a sapere certe cose», racconta Castelli, che è mamma di due bambini plusdotati. «E sono anche molto sensibili, con una maturità psicologica superiore alla media».

Alla scuola materna Giulio voleva portare i libri da leggere anziché colorare le schede prestampate. A due anni Giovanni faceva domande su questioni filosofiche e metafisiche, lasciando i genitori senza parole

Ed è nel confronto con i coetanei che cominciano i problemi. I gifted children hanno personalità complesse. Non incontrando compagni di scuola in cui rispecchiarsi, rischiano di isolarsi. Perdono l’autostima in poco tempo. Sono contestatori. Non sopportano la ripetitività dei compiti in classe. E fanno fatica anche a spiegare le modalità di gioco: costruiscono regole che per gli altri bambini sono difficili da comprendere e che neanche loro sanno spiegare. Perché i bambini plusdotati giocano come tutti gli altri bambini. «Sono cognitivamente avanti, ma emozionalmente e fisicamente sono bambini della loro età», dice Castelli. E poiché usano molto la parte destra del cervello, hanno il pensiero astratto-creativo molto sviluppato. Per cui per risolvere questioni logiche o matematiche seguono le proprie intuizioni, dribblando i protocolli standard imposti dagli insegnanti.

All’estero sono le scuole stesse che segnalano questi bambini come gifted children. E i test vengono fatti su segnalazione degli insegnanti. Da noi è più complicato. In Italia è il genitore che deve preoccuparsi della valutazione dei propri figli. E accollarsi anche il costo del test (si chiama Wechsler Intelligence Scale for Children), che varia dai 450 ai 500 euro, e che deve essere effettuato con l’aiuto di uno psicologo.

E a parte qualche piccola eccezione – in Veneto e in qualche scuola romana e milanese – gli insegnanti non sono formati né per individuare questi bambini e né per seguirli tra i banchi. Anzi. Comunicare agli insegnanti che il proprio bambino è plusdotato spesso è un problema. «Capita spesso che gli insegnanti li considerino sbagliati perché sono diversi rispetto agli altri bambini. Non hanno protocolli da seguire, non c’è formazione adatta a capire e seguire questi ragazzini. Quindi il più delle volte vengono segnalati per comportamenti strambi. Finiscono per essere emarginati e isolati». E il loro modo d’essere viene spesso confuso con altre disturbi, come l’autismo, l’iperattività e i disturbi dell’apprendimento. O sono i genitori a essere additati. «Perché spesso sono bambini contestatori, e i genitori sono accusati di assenza educativa. A loro non si può imporre una regola, le regole con loro si concordano e si discutono». Le scuole italiane non sono pronte a questo. «E in molti casi i genitori finiscono per vergognarsi dei loro stessi figli, o addirittura li nascondono», racconta Viviana Castelli.

Si potrebbe esser portati a credere che le pagelle dei gifted children siano per forza un elenco di nove e dieci, o che siano tutti iscritti in terza elementare a sei anni. Invece a volte hanno uno scarso rendimento scolastico e addirittura abbandonano la scuola

La mancanza di un protocollo per identificarli, però, rende anche difficile farli emergere. Si potrebbe esser portati a credere che le pagelle dei gifted children siano per forza un elenco di nove e dieci, o che siano tutti iscritti in terza elementare a sei anni. Invece a volte hanno uno scarso rendimento scolastico e addirittura abbandonano la scuola. «Se non sono stimolati adeguatamente, a scuola perdono la motivazione, non mettono a frutto il loro potenziale». E poiché sono abituati a capire tutto con facilità, spesso mancano di autodisciplina. Che invece va insegnata, magari con metodi educativi differenti da quelli comuni. «I genitori non devono solo forzare le capacità di questi bambini, ma bisogna insegnare lor a stare al mondo».

Tra i gifted children, ci sono sia maschi che femmine. «Ma tra quelli che vengono riconosciuti come tali, ci sono più bambini che bambine. Le femmine tendono di più a nascondersi, a non mostrare il proprio talento. E poi magari esplodono». Come è successo a Giusy, che in quinta elementare ha chiesto lei stessa di fare il test per il Qi. «Non voglio più nascondermi», ha scritto, «e far finta di essere una persona diversa da quella che sono». A dieci anni.

In base a un rapporto europeo del 2005, l’Italia è l’unico Paese in Europa a non occuparsi dei gifted children. Nel 1994, la raccomandazione 1248 del Consiglio d’europa ha sottolineato la necessità di sviluppare il potenziale intellettivo dei gifted children. Ma il nostro Paese continua a non farlo. «Serve un riconoscimento precoce per questi bambini. E insegnanti formati che sappiano lavorare con loro», dice Castelli. Che con la onlus Step-net ha depositato in Parlamento anche una proposta di legge (qui le linee guida). Alcuni parlamentari se ne sono interessati. «E ora siamo in attesa di essere chiamati», dice Castellani. «Perché questi bambini non sono cervelloni disadattati, ma ragazzi che devono imparare a stare nel mondo». Ragazzi da cui l’Italia potrebbe trarre un grande beneficio.

*I nomi dei bambini usati sono tutti nomi di fantasia

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