Bombe italiane all'Arabia Saudita? Il Governo tace, i magistrati indagano

La procura di Brescia ha aperto un fascicolo per il mancato rispetto della normativa sull'export di armamenti ai paesi in stato di conflitto. Si parte dal carico di bombe arrivato lo scorso anno a Riad e partito da Cagliari

Yemen Conflict

MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images

11 Ottobre Ott 2016 1010 11 ottobre 2016 11 Ottobre 2016 - 10:10

«L’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato». Così la legge n. 185 del 1990, ovvero quella che regola il mercato delle armi in Italia. E l’export italiano cresce, non solo quello verso Paesi che non sono in stato di conflitto, ma pure verso quegli Stati che stanno combattendo conflitti armati. Nel 2014 il valore globale delle licenze di esportazione, con tanto di intermediazioni aveva fatto marcare una cifra di 2,8 miliardi di euro. Nel 2015, si è registrato un +197,4% nelle licenze di esportazione, per un totale di 7,8 miliardi per 2.275 autorizzazioni contro le 1.879 del 2014.

I MILIONI DI FORNITURA ALL’ARABIA SAUDITA E LE GIUSTIFICAZIONI DEL MINISTRO

Di questi denari 257 milioni sono finiti all’Arabia Saudita, impegnata in una delle tante guerre dimenticate, in questo caso con lo Yemen, teatro di un raid aereo da 155 morti lo scorso 9 ottobre. A ottobre 2015 una inchiesta di reported.ly documentava la spedizione di un cargo di bombe dall’aeroporto di Cagliari dirette alle forze saudite e destinate ai bombardamenti in Yemen. Su quei trasporti vuole vederci chiaro la procura di Brescia che ipotizza proprio la violazione della legge 185 del ’90, cioè quella che vieta l’esportazione di armi verso paesi in guerra.

Nelle stesse ore in cui la notizia dell’inchiesta di Brescia diventa di pubblico dominio il ministro della difesa Roberta Pinotti si trova proprio in Arabia Saudita, secondo alcuni organi di stampa anche per discutere forniture di sistemi navali. Tramite twitter il ministro ha fatto sapere che il «Ministero è pronto a querelare chi diffonde falsità» e al Fatto Quotidiano che gli chiede conto del viaggio risponde che «il ministero della Difesa non si occupa di export di armi». Un messaggio che arriva dritto anche nelle stanze del Ministero degli Affari Esteri da cui si attendono risposte.

Fatto sta che, si legge nella relazione sull’export «l’industria italiana per la difesa è presente in alcuni mercati dell’area, fra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Oman. A fronte del decremento percentuale della quota di mercato, il valore monetario delle operazioni autorizzate verso i Paesi dell’area è passato dai 740.948.67 euro nel 2014 a 931.229.767 nel 2015 (25,7%)».

IL GOVERNO TEDESCO: NESSUNA AUTORIZZAZIONE

I 5mila ordigni partiti dall’aeroporto di Cagliari sarebbero stati assemblati in Sardegna dalla Rvm, filiale del colosso tedesco Rehinmetall che ha uno dei suoi stabilimenti a Domusnovas, a una cinquantina di chilometri dal capoluogo sardo. La sede legale della Rvm Italia si trova a Ghedi, in provincia di Brescia, dove il procuratore aggiunto Fabio Salamone ha aperto un fascicolo. Al momento senza indagati ma che si sta componendo sia dell’esposto dei ricercatori della Rete Disarmo che dimostrerebbero la responsabilità italiana sulle forniture partite dalla Sardegna e finite a Riad, sia dei moduli per le spedizioni da Domusnovas e di atti ufficiali del governo tedesco. E proprio da qui potrebbe partire anche una crisi diplomatica tra Germania e Italia: una interrogazione di nove deputati della Linke (il partito della sinistra tedesca) ha chiesto al governo di sapere - si legge nel documento depositato al Bundestag, il parlamento tedesco - «in che valore sia stata autorizzata la consegna delle componenti della Germania per la produzione di bombe presso la Rwm Italia a Domusnovas nel 2015».

La risposta dell’esecutivo tedesco è lapidaria «non sono state date autorizzazioni». Una risposta che metterebbe l’intera operazione in capo all’Italia. Come già confermato a giugno dal deputato della Linke Jan Van Aken che ad Altreconomia ha spiegato che «È chiaro che si tratta di una questione tutta italiana perché Rwm già produceva queste bombe prima dell’acquisizione da parte di Rheinmetall. E una richiesta formale di autorizzazione alla Germania deve essere fatta solo se c’è trasferimento di ‘know-how’. Nonostante ciò, dopo aver letto le notizie che rimbalzavano anche qui dalla Sardegna, abbiamo voluto una conferma ufficiale. E la risposta è stata chiara». E dai dati si vede come sia Rwm, sia la stessa Rheinmetall Italia siano tra i maggiori esportatori del settore dal nostro paese verso l’Arabia Saudita.

L’ESPOSTO DI RETE ITALIANA PER IL DISARMO

In queste settimane sia Rete Disarmo, sia i rappresentanti dell’Osservatorio sulle armi Opal di Brescia sono stati sentiti e hanno fornito alla procura i documenti recuperati dai propri ricercatori. Documenti che hanno dato l’avvio all’inchiesta bresciana dopo gli esposti presentati a Verona, Pisa e alla stessa procura di Brescia che ora procede.

Nel documento presentato da Rete Disarmo vengono ricostruite le sei spedizioni avvenute nell'arco di pochi mesi e le conseguenti reazioni di politica e società civile, elencando inoltre iniziative legali condotte in altri Paesi da associazioni che hanno rilevato nelle forniture di armamenti alle forze Saudite una violazione del Trattato Internazionale sugli Armamenti.

Nell’esposto presentato a gennaio da Rete Disarmo vengono ricostruite le sei spedizioni avvenute nell'arco di pochi mesi, elencando inoltre iniziative legali condotte in altri Paesi da associazioni che hanno rilevato nelle forniture di armamenti alle forze Saudite una violazione del Trattato Internazionale sugli Armamenti. «Non ci risulta – ha dichiarato a gennaio Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo – che le Camere siano state consultate in merito a queste spedizioni di bombe all’Arabia Saudita, anzi sono state presentate diverse interrogazioni parlamentari alle quali il Governo non ha ancora dato risposta». Risposta che continua a non arrivare.

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