«Renzi è come la Clinton, serve una nuova sinistra di governo»

Parla Alfredo D’Attorre: «Se al referendum vince il Sì, Renzi andrà al voto con l’Italicum per provare a capitalizzare il successo. Ma non accadrà. Il premier ha scelto come interlocutori i grandi poteri economici, gli elettori lo puniranno. Alla fine anche Bersani dovrà lasciare il Pd»

Alfredo D’Attorre

Dalla pagina Facebook di Alfredo D’Attorre

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11 Novembre Nov 2016 0901 11 novembre 2016 11 Novembre 2016 - 09:01

Il premier Matteo Renzi è come Hillary Clinton. Un leader troppo vicino al potere economico e lontano dalle richieste di cambiamento dell’elettorato. Ne è convinto il deputato di Sinistra Italiana Alfredo D’Attorre, uno dei pochi parlamentari ad aver lasciato il Partito democratico in opposizione al presidente del Consiglio. A sentire lui, presto altri ne seguiranno l’esempio. «Bersani proverà a rimanere fino alla fine, ma la sua è un’impresa improba. Ormai Renzi ha stravolto l’identità del Pd». Da qui la necessità di dar vita a una nuova alternativa politica, che prenderà forma nei prossimi mesi. «Serve una casa della sinistra ampia e plurale, in grado di recuperare l’anima ulivista - racconta D’Attorre - Un partito popolare e di governo, lontano da qualsiasi deriva settaria».

Onorevole, al referendum del 4 dicembre ormai manca meno di un mese. In queste settimane sta facendo campagna per il No? Come andrà a finire?
Sono impegnato nella campagna referendaria da molto tempo. In questi mesi avrò partecipato a più di un centinaio di iniziative sul territorio. Sono sempre stato convinto che questa sarebbe stata una partita aperta e si sarebbe conclusa con la vittoria del No. Lo ero anche all’inizio dell’anno, quando i sondaggi davano il Sì al 70 per cento e il premier Renzi era talmente sicuro da annunciare il suo ritiro dalla politica in caso di sconfitta.

Parliamo della riforma. Secondo i sostenitori del Sì, con la nuova Costituzione si otterranno evidenti risparmi. Meno poltrone, meno spese.
I risparmi sono risibili. La ragioneria generale dello Stato ha certificato che il Senato, che non sarà affatto abolito come si dice, manterrà il 91 per cento degli attuali costi di funzionamento. Vogliono risparmiare meno di un euro a cittadino e in cambio privano gli elettori del diritto di scegliere i loro rappresentanti….

Però sarà una sola Camera a fare le leggi. E questo renderà più veloce il procedimento legislativo.
Anche questo argomento non sta in piedi. Il processo di formazione delle leggi diventerà più complicato. Si passerà da un bicameralismo paritario a un bicameralismo pasticciato. Il nuovo articolo 70 è stato scritto in maniera incomprensibile. Piuttosto ci saranno molti più ricorsi davanti alla Consulta che finiranno per rallentare l’iter legislativo.

Come diceva prima, il referendum avrà inevitabili conseguenze politiche. Se vince il Sì cosa accadrà?
Lo ritengo uno scenario improbabile. Se Renzi dovesse farcela immagino che cercherà di capitalizzare il successo portando il Paese ad elezioni con l’Italicum. Convinto di poter vincere il ballottaggio e riconquistare il governo.

«Se al referendum vincerà il Sì immagino che Renzi cercherà di capitalizzare il successo portando il Paese ad elezioni con l’Italicum. Se vincerà il No, invece, servirà un governo ponte della durata di pochi mesi per scrivere una nuova legge elettorale. E poi si dovrà restituire rapidamente la parola ai cittadini»

Non crede che la legge elettorale sarà cambiata? Il premier si è impegnato, c’è un accordo nel Pd.
In caso di vittoria del Sì, il foglietto privato siglato all’interno del Partito democratico diventerà carta straccia. Nel giro di pochi mesi si tornerà ad elezioni con l’Italicum. Ecco perché l’unica possibilità di cambiare la legge elettorale è la vittoria del No.

Cosa accadrà, invece, se gli italiani non approveranno la riforma costituzionale?
In quel caso servirà un governo ponte della durata di pochi mesi per scrivere una legge elettorale più proporzionale, che rimetta al centro il rapporto diretto tra eletti ed elettori attraverso i collegi uninominali. E poi si dovrà restituire rapidamente la parola ai cittadini.

Questo scenario prevede l’implosione del Partito democratico?
Ma guardi che Renzi ha già stravolto il profilo, il radicamento sociale e l’identità di quel partito. Per questo ormai è necessario che la sinistra organizzi un proprio soggetto politico autonomo.

Magari con la presenza della minoranza Pd? Bersani, Speranza… Gli stessi che il popolo della Leopolda ha invitato a lasciare il partito?
Quelle urla esprimono lo stato d’animo profondo del renzismo. Il presidente del Consiglio persegue da anni il tentativo di trasformare il Pd nel PdR: il partito di Renzi. È un partito costruito a sua immagine e somiglianza, che dopo aver reciso il legame con la storia della sinistra ha scelto come principali interlocutori i grandi interessi economici. Un Pd più amico della Confindustria, di Briatore e di Marchionne rispetto ai sindacati. In questa transizione è evidente che la presenza della sinistra nel partito diventa solo un orpello. E chi non si rassegna a questo passaggio, come Bersani, viene vissuto con crescente insofferenza.

Secondo lei una scissione è inevitabile?
Conoscendo Bersani proverà a tenere uno spazio aperto finché potrà. Ma è un’impresa improba. È scontato che molte forze usciranno dal Pd e diventeranno il nostro interlocutore privilegiato.

«In Occidente gli elettori si schierano contro le élite politiche e finanziarie. Riconosco un tratto comune a tutti i leader sconfitti, dalla Clinton a Renzi: la contiguità con il potere economico e finanziario. Sono leader che hanno preso in mano forze progressiste e invece di ascoltare i lavoratori hanno scelto come interlocutori privilegiati banchieri e grandi imprenditori»

Torniamo al futuro della sinistra.
Non c’è alcuna necessità di costruire un nuovo partitino radicale. Serve una nuova casa della sinistra italiana. Ampia e plurale, che recuperi la matrice ulivista intesa come capacità di unire culture diverse. Penso a quel cattolicesimo democratico che al referendum si è schierato contro la riforma di Renzi. Serve un partito di sinistra popolare e di governo, non una forza settaria.

A febbraio si celebrerà il congresso fondativo di Sinistra Italiana. Si parte da qui?
Il congresso sarà una tappa. Ci batteremo perché diventi un primo tassello di un campo progressista più largo e di un vero progetto di governo. Non deve essere un luogo di testimonianza, ma l’innesco di un processo più ampio dove ritrovare tante energie che hanno creduto nel progetto nel Partito democratico e oggi sono senza casa. E questo potrà avvenire solo avendo la capacità di riconoscere gli errori che il centrosinistra ha compiuto nell’ultimo ventennio.

Ad esempio?
La subalternità alla globalizzazione liberista e all’idea che il mercato sia sempre in grado di autoregolarsi. Tutti errori che hanno aperto la porta al renzismo.

C'è già un leader?
Il leader uscirà dal congresso di Sinistra Italiana. Si confronteranno idee e progetti e si deciderà.

Mentre in Italia ci si prepara al referendum, il mondo si interroga sulla vittoria di Donald Trump. Crede che le presidenziali americane avranno ripercussioni anche da noi?
Non credo che ci sarà un’influenza diretta sul referendum. Semmai ci sarà la conferma di una tendenza in atto in tutto l’Occidente, dove gli elettori si schierano contro le élite politiche e finanziarie. Riconosco un tratto comune a tutti i leader sconfitti, dalla Clinton a Renzi: la contiguità con il potere economico e finanziario. Sono leader che hanno preso in mano forze progressiste e invece di ascoltare i lavoratori hanno scelto come interlocutori privilegiati banchieri e grandi imprenditori. Ecco perché il referendum potrebbe caratterizzarsi anche come un voto contro l’establishment politico e finanziario. Tre anni fa Renzi è riuscito a presentarsi come una novità. Oggi il bilancio del suo governo è fallimentare e lui non è più credibile. Il No al referendum rappresenterà anzitutto una richiesta di cambiamento.

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