La sentenza di secondo grado

Franco Mastrogiovanni, per il maestro morto di Tso giustizia a metà

Il caso del maestro lasciato morire sul un letto d’ospedale in Trattamento sanitario obbligatorio a Vallo della Lucania. In appello sono stati condannati medici e infermieri, sospese le interdittive. I Radicali ora chiedono una “Legge Mastrogiovanni” per la riforma del Tso

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Un fotogramma delle registrazioni delle telecamere interne dell’ospedale di Vallo della Lucania

16 Novembre Nov 2016 1025 16 novembre 2016 16 Novembre 2016 - 10:25

Il maestro Francesco Mastrogiovanni, Franco per gli amici e i parenti, è morto a 58 anni durante un Tso, Trattamento sanitario obbligatorio, con le caviglie e i polsi legati al letto. Dopo 87 ore di inferno. Il 15 novembre la sentenza di secondo grado della Corte d’Appello di Salerno ha condannato i sei i medici e gli undici infermieri in servizio nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove Franco era ricoverato. Anche gli infermieri, assolti in primo grado, sono stati condannati per sequestro di persona e conseguente decesso. Con la pena, però, sospesa. Ai medici già condannati sono state riconosciute invece le attenuanti generiche ed è stata revocata l’interdizione dai pubblici uffici. Per loro l’accusa è di falso in atto pubblico. «Simbolicamente è una sentenza importante perché dice che tutti sono responsabili. Siamo rimasti un po’ delusi per la revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e l’abbassamento delle condanne dei medici», dice Grazia Serra, nipote del maestro e membro del comitato Verità e giustizia per Franco Mastrogiovanni, che nei giorni scorsi ha lanciato la campagna #diamovoceafranco. Per non far calare il silenzio su una storia di abusi e torture, anche se il termine nel nostro ordinamento non è ancora riconosciuto.

Simbolicamente è una sentenza importante perché dice che tutti sono responsabili. Siamo rimasti un po’ delusi per la revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e l’abbassamento delle condanne dei medici

Grazia Serra, nipote di Franco Mastrogiovanni

Ottantasette ore

È la mattina del 31 luglio del 2009 quando Mastrogiovanni, «il maestro più alto del mondo», come lo chiamano i suoi alunni per via del suo metro e novanta di altezza, finisce in Tso al centro di salute mentale dell’ospedale di Vallo della Lucania. Ottantasette ore dopo, viene dichiarato morto. Durante il ricovero, mentre dorme, viene legato mani e piedi al letto, mangia una sola volta e assorbe poco più di un litro di liquidi solo tramite flebo. Quello che assume per tre giorni e mezzo è un cocktail di calmanti e sonniferi. Sedato, anche se non aveva mostrato aggressività all’ingresso in ospedale. Come si vede dai video delle telecamere dell’ospedale, il maestro dal suo letto chiede di bere, urla, tenta di liberarsi. Nel reparto c’è un caldo infernale. Suda. Viene lasciato nudo per ore sul letto in preda alla disperazione. Nessun medico si avvicina a lui. E alla fine arriva il silenzio: muore intorno alle 2 di notte del 4 agosto 2009, ma il personale sanitario se ne accorge dopo più di cinque ore. In quei giorni la nipote Grazia presenta alla porta dell’ospedale. «Mi hanno detto che era meglio non parlarci per non farlo agitare», racconta. «Poi mi hanno assicurato che stava bene e che stava seguendo le terapie». Il giorno dopo arriva la notizia della morte di Franco Mastrogiovanni per edema polmonare.

La sera prima del ricovero il maestro si sarebbe trovato a Pollica, il comune amministrato da un sindaco che di lì a poco salirà tristemente agli onori della cronaca, Angelo Vassallo, ucciso nel 2010. Percorre in macchina l’isola pedonale e i vigili lo segnalano al sindaco, che ordina il Tso. La mattina dopo Mastrogiovanni è di nuovo in auto, viene seguito da vigili e carabinieri fino al campeggio dove sta trascorrendo le vacanze, a San Mauro Cilento. Qui rifiuta di consegnarsi e cantando versi anarchici si butta senza vestiti in mare, dove rimane per due ore accerchiato dagli agenti. Da riva, i medici dell’Asl confermano la necessità del Tso. Anche se il maestro è calmo e lucido. Prima di salire sull’ambulanza con le sue gambe, va a farsi una doccia e beve un bicchiere d’acqua al bar. E così, calmo e collaborativo, appare nei video dei primi momenti del ricovero. Dà la mano agli infermieri che entrano nella sua stanza e mangia (per l’ultima volta) da solo. Poi comincia l’inferno.

«Mi hanno detto che era meglio non parlarci per non farlo agitare», racconta la nipote. «Poi mi hanno assicurato che stava bene e che stava seguendo le terapie». Il giorno dopo arriva la notizia della morte

Il maestro anarchico

Franco Mastrogiovanni era già conosciuto dalle forze dell’ordine come “noto anarchico”. Da ventenne era stato vicino al movimento anarchico. E aveva pure subito due processi con annesse incarcerazioni dalle quali era uscito con la fedina penale pulita. Nel 1973 finisce dentro dopo essersi beccato una coltellata nel gluteo nello scontro che si conclude con la morte di di Carlo Favella, segretario locale degli studenti missini. Nel 1999 contesta una multa, viene arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, ma a sua volta accusa gli agenti di arresto illegale e i giudici gli danno ragione.

Di tanto in tanto Mastrogiovanni soffriva di crisi depressive e nutriva un certo timore delle divise. Ma aveva sempre condotto una vita normale. Tant’è che continuava a insegnare. Negli anni Ottanta ottiene una cattedra a Sarnico, sul lago d’Iseo. Poi torna in Campania. Dove nel 2002 e nel 2005 subisce due Tso. Quello del 2009 è il terzo. Franco conosce bene i reparti di psichiatria del territorio. Quando gli agenti lo trascinano via dal mare, lui dice: «Se mi portano a Vallo della Lucania, mi ammazzano».

Il video della telecamere dell’ospedale mostra come Mastrogiovanni nelle 87 ore di contenzione sia stato abbandonato e lasciato morire nel suo letto. Giuseppe Mancoletti, compagno di stanza, è stato il testimone chiave del processo. Anche lui senza cibo né acqua per giorni. A questa storia Costanza Quatriglio ha dedicato il documentario 87 ore, costruito proprio sulle immagini delle telecamere interne dell’ospedale.

Il 30 ottobre 2012 in primo grado cinque dei sei medici del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, in servizio durante il Tso di Franco Mastrogiovanni, erano stati condannati per sequestro di persona, morte come conseguenza di altro delitto (il sequestro) e falso pubblico. Il sesto medico era stato riconosciuto colpevole solo per il sequestro e il falso. Gli infermieri invece erano stati assolti da tutte le accuse per aver solo obbedito agli ordini. Ora, dopo la sentenza di secondo grado, sono stati tutti ritenuti colpevoli. Ma potranno tutti tornare a lavorare nelle corsie d’ospedale.

Morti in Tso in Italia

L’ultimo caso di morte durante un Trattamento sanitario obbligatorio risale all’inizio di novembre. Fabio Boaretto, 60 anni, ricoverato nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Madre Teresa di Calcutta nel comune di Este, Padova, muore a meno di 24 ore dal ricovero. Il pm di Padova ora ha aperto un’inchiesta e ha deciso di far eseguire l’autopsia sul corpo del paziente.

Andrea Soldi, invece, 45enne torinese, al lettino dell’ospedale non ci è arrivato neanche neanche. Il 5 agosto del 2015 viene fermato mentre è seduto su una panchina. Ammanettato e a pancia in giù, muore soffocato durante il tragitto verso il Tso. Ora il gup di Torino ha accolto la richiesta dei familiari di citare in giudizio il Comune di Torino e la Asl To2.

Poco prima della morte di Soldi, Mauro Guerra era morto in provincia di Padova dopo essere stato colpito dal proiettile di un carabiniere per essersi rifiutato di sottoporsi al Tso. Massimiliano Malzone, invece, è morto mentre si trovava in Tso accasciandosi improvvisamente sul pavimento dell’ospedale di Polla, nel salernitano. Prima di lui era toccato a Giuseppe Casu, morto dopo sette giorni di Tso a Cagliari nel 2006. E a Francesco Mastrogiovanni, «il maestro più alto del mondo».

Ora i Radicali chiedono una “Legge Mastrogiovanni” con un progetto di riforma del Tso che «preveda un’assistenza legale obbligatoria per i malati che si trovino in queste situazioni e la massima trasparenza delle condizioni di cura all’interno dei reparti». Perché «non ci siano mai più casi come quello del maestro di Vallo della Lucania».

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