L'Europa nell'era Trump: niente esercito, niente potere

Il nuovo presidente Usa vuole tagliare le spese militari all'estero, torna il vecchio problema europeo. Senza un esercito si ha poca forza persuasiva in ambito internazionale

Militari Italiani

Marcello Paternostro/Getty Images

MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images

16 Novembre Nov 2016 0806 16 novembre 2016 16 Novembre 2016 - 08:06

L’angoscia europea per la vittoria di Donald Trump negli Usa ha un motivo fondamentale: l’Europa si sente disarmata. Il presidente eletto ha lanciato un messaggio molto chiaro: gli alleati dovranno contribuire alle spese della loro stessa difesa.

Un vecchio adagio recita che l’Europa unita è “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”. Questi stereotipi sono sempre più confermati dalla realtà dei fatti. In primo luogo è utile esaminare la propensione alla spesa militare per comprenderlo. La storia dei budget per la difesa dall’ultimo anno della Guerra Fredda (1988) al 2015 dimostra come quasi tutti gli Stati europei appartenenti alla Nato e all’Unione Europea abbiano costantemente tagliato la spesa in rapporto al Pil, secondo i dati della World Bank. Il “quasi” è dovuto alle uniche eccezioni di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, che hanno incrementato i loro investimenti nel settore a causa della minaccia percepita della vicina Russia. Benché abbiano tagliato anche loro, in modo costante, solo altri due paesi hanno rispettato la quota minima stabilita dalla Nato (2% del Pil per spesa militare): Francia e Grecia. Ma quest’ultima ha una politica tutta sua e il suo esercito fronteggia la Turchia: un alleato della Nato.

Un vecchio adagio recita che l’Europa unita è “un gigante economico, un nano politico e un verme militare”. Questi stereotipi sono sempre più confermati dalla realtà dei fatti

Già la distribuzione delle risorse dedicate ai budget militari rendono chiara l’idea di un’Europa in ordine sparso. Il quadro non migliora se guardiamo agli sforzi per la costituzione di una difesa integrata europea, in ambito Ue. L’idea prese forma alla fine degli anni ’90: costituire un corpo europeo unificato di 60mila uomini. Il disegno venne vanificato dal rifiuto del Regno Unito, che temeva un comando centralizzato e si è sempre opposto alla creazione di “doppioni” della Nato. Negli anni 2000 il progetto venne ridimensionato, con l’idea di creare 18 gruppi di battaglia multinazionali, ciascuno della forza di un battaglione. Ma ancora al 2016 non se ne vede traccia, anche e soprattutto per la mancata adesione del Regno Unito. Neppure dopo l’ultimo vertice di Bratislava, lo scorso settembre, si parla di un esercito europeo da schierare sul campo, ma solo di comandi integrati.

Se manca una forza comune, manca anche una comune politica di impiego della forza, anche all’interno dell’Alleanza Atlantica. È già memorabile la divisione che si venne a creare durante la guerra in Iraq del 2003, dove furono soprattutto Francia e Germania ad opporre il loro netto rifiuto all’intervento, tanto che gli Usa e il regno Unito dovettero ricorrere alla formula inedita di un’alleanza ad hoc (Axis of the Willings) per poter combattere, senza attivare la Nato.

Otto anni dopo, nel 2011, per l’intervento in Libia si ripropose una divisione simile: in quell’occasione fu soprattutto la Germania a chiamarsi fuori, nonostante la Nato fosse ufficialmente impegnata. L’Europa ha dimostrato in più occasioni di non avere una sua politica coerente neppure nelle crisi europee.

La gestione della crisi ucraina ne è un esempio lampante. Ad una presa di posizione forte, cioè il riconoscimento di un governo emerso dalla rivoluzione del Maidan, non legittimato dalle urne e inviso alla Russia, non è corrisposto alcun analogo decisionismo di tipo militare. La contro-mossa russa, l’occupazione della Crimea nel marzo del 2014, colse completamente di sorpresa gli europei. Non vi fu alcuna mobilitazione di tipo militare, soprattutto perché non vi era alcun plausibile deterrente. Paragonando la situazione a una partita a poker, al “vedo” chiesto da Vladimir Putin, l’Europa mostrò di non avere carte da giocare.

Dalla fine della Guerra Fredda e del suo “semplice” schematismo Est-Ovest, la realtà impone sempre maggiormente l’uso dell’hard power militare: Balcani, guerra al terrorismo, rivoluzioni arabe e crisi con la Russia sono tutte questioni che non possono risolversi con il solo “soft power”, cioè con l’uso di un mix di informazione, persuasione, diplomazia e capacità di attrazione economica.
Mai politologo più di Francis Fukuyama è stato più smentito dai fatti. Aveva previsto la “fine della storia”, non la frammentazione politica che sarebbe seguita alla fine del bipolarismo. Eppure le politiche europee di disarmo, disimpegno e disinvestimento dimostrano come i governi europei credano ancora (o vogliano credere) all’ottimismo di Fukuyama, sull’idea falsa che dopo la fine della Guerra Fredda non esista più una minaccia esterna.

L’Europa ha dimostrato in più occasioni di non avere una sua politica coerente neppure nelle crisi europee. La gestione della crisi ucraina ne è un esempio lampante. Ad una presa di posizione forte, cioè il riconoscimento di un governo emerso dalla rivoluzione del Maidan, non legittimato dalle urne e inviso alla Russia, non è corrisposto alcun analogo decisionismo di tipo militare

La causa di questo disarmo non può che essere una scelta deliberata. Non sono rintracciabili motivi economici: la crisi si è affacciata in Europa solo nel 2009, il disarmo prosegue dal 1989. Si tratta dunque di un ottimismo mal riposto nel futuro pacifico delle relazioni internazionali.
Ma c’è dell’altro. L’Ue, che rappresenta il 7% della popolazione mondiale, consuma il 50% delle spese di welfare di tutto il mondo. Sono due dati spesso e volentieri citati da Angela Merkel per inquadrare la posizione dell’Europa nel mondo. La contrapposizione welfare vs. warfare (“fare ospedali, non bombe”) è particolarmente sentita in paesi in cui la popolazione è dipendente dalla spesa pubblica assistenziale. Il taglio dei budget militari, che lo compia il conservatore David Cameron o il socialdemocratico Matteo Renzi, è sempre al primo punto dell’agenda quando si tratta di fare risparmi: è un modo di acquistare popolarità a basso costo politico. I due paesi sconfitti dalla Seconda Guerra Mondiale, Germania e Italia, hanno introiettato anche una cultura pacifista imposta dai vincitori.

Nel Bel Paese, questa cultura si incarna nell’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”) e soprattutto nell’interpretazione che ne danno le forze parlamentari di volta in volta all’opposizione: non solo un rifiuto dell’aggressione, ma un ripudio della guerra tout court. Se c’è bisogno di usare la forza? Finora è sempre valso il retro-pensiero: ci pensano gli Stati Uniti. Al massimo assistiti dalle ex potenze coloniali Francia e Regno Unito. Ma adesso, con Trump, come la mettiamo?

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