Donne e trentenni, la carne da macello del mercato del lavoro in Italia

La questione "gender gap". In Italia, più che in altri paesi, le donne non riescono a tenere il ritmo della carriera, e finiscono per accedere sempre meno alle posizioni dirigenziali

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dal film 17 ragazze

22 Dicembre Dic 2016 0804 22 dicembre 2016 22 Dicembre 2016 - 08:04

Gli stipendi delle lavoratrici italiane, esattamente come quelli degli uomini, sono i più scarni tra quelli degli Stati fondatori della UE, e tra i più bassi dell’Europa occidentale, dopo quelli delle spagnole, delle greche, delle portoghesi.

Una cosa però appare chiara: il famoso “gender gap”, ovvero la differenza tra i salari di donne e uomini, è nel nostro Paese minore che nella maggioranza degli altri Stati del continente. Se la misuriamo sugli stipendi mediani lordi, era poco superiore all’8% nel 2014, contro l’11,2% della Francia, il 12,2% della Spagna, il 14,2% della Germania, il 19,4% del Regno Unito.
Le buone notizie però finiscono qui. E non solo perchè è evidente che il ridotto gender gap è collegato a un tasso d’occupazione femminile ai minimi, inferiore al 50%. Ovvero le donne non guadagnano in modo troppo diverso dagli uomini perchè la gran parte, coloro che sono meno istruite e svolgerebbero lavori a basso valore aggiunto, semplicemente non lavora. Ma anche perchè negli anni questo gender gap è andato aumentando, e di molto, in particolare negli stipendi più alti e con l’avanzare dell’età. Come se ci fosse una sorta di barriera che le donne non riescono a superare, man mano che la carriera avanza.
All’inizio infatti le differenze non sono enormi.
Solo poche centinaia di euro dividono lo stipendio mediano di uomini e donne sotto i 30 anni. È dopo che le strade divergono, con un gap che diventa di circa 4 mila euro. Il progresso di stipendio dei 30enni a confronto dei 20enni favorisce molto di più gli uomini, +22% contro +13,8%. Fenomeno che in parte si ripresenta nelle differenze tra i salari dei 40enni e dei 30enni.

Sembra evidente che è nell’attraversamento dell’età riproduttiva che la donna rimane indietro, non riesce a tenere il passo di una carriera che diviene più difficile per lei. È una vecchia storia che conosciamo bene, il problema è che negli ultimi anni la situazione sembra essere peggiorata. Se nel 2006 il gender gap sembrava quasi inesistente, nel 2014 era divenuto una realtà, e a maggior ragione per i lavoratori più anziani. Particolarmente impressionanti sono i dati per la fascia tra i 50 e i 59 anni, che nel 2006 addirittura vedevano un divario a favore delle donne del 6%, mentre ora i numeri sono ribaltati.
È chiaro che qui ha influito l’enorme proporzione di lavoratrici che non potendo più prepensionarsi come un tempo è rimasta al lavoro anche sulla soglia dei 60 anni, cosa che prima facevano solo le poche che avevano posizioni elevate e remunerative.
Tuttavia è in quasi tutte le fasce di età che c’è stato un peggioramento, e il salto tra ventenni e 30enni una volta non esisteva.
E non perchè nel 2014 le 30 enni lavorassero più che nel 2006, ma probabilmente perchè la maggiore precarietà ha colpito più duramente le donne, in un periodo della vita in cui per la gravidanza, appunto, la carriera non può essere lineare.

Tutto questo mentre nel resto d’Europa, invece, il gender gap andava riducendosi, e la Germania è un chiaro esempio. Anche e soprattutto in Germania l’occupazione è aumentata, in particolare quella dei più anziani, eppure il divario nei salari è diminuito, soprattutto tra gli ultra-50enni

Le ali tarpate che le donne si ritrovano hanno poi un impatto anche sulla possibilità di essere al top, in posizioni apicali. Il gender gap infatti è ancora più ampio proprio tra le classi di stipendio più alte.
Nel 2014 il divario tra gli stipendi dei due sessi che raggiungevano il nono decile, ovvero il 10% più alto, era di ben il 23,9%. Ovvero, in poche parole, le donne più ricche erano il 23,9% più povere degli uomini più ricchi. Un dato notevolmente peggiorato in Italia rispetto a 10 anni fa, che si sta avvicinando, quanto a gender gap, ai livelli europei.
Senza però che, come sappiamo, l’occupazione femminile in Italia sia paragonabile con quella del resto d’Europa.

Il cosiddetto soffitto di cristallo è osservabile anche nell’analisi del gender gap in base all’istruzione. In questo caso, in particolare, si parla solo del settore privato con più di 10 impiegati, dove le differenze tra i generi sono decisamente più ampie di quel 8,4% generale.

Se guardiamo al divario negli stipendi tra chi ha la licenza elementare o media o il diploma in l’Italia è a metà classifica, ma schizza in alto al terzo posto tra chi ha una laurea di 5 anni o un master.
Paradossalmente invece il gender gap è ai minimi se parliamo di laurea triennale, è un dato che in Italia riguarda particolarmente i giovani.
A ulteriore testimonianza del fatto che anche se nell’istruzione e nei primi anni di lavoro le donne non se la cavano peggio degli uomini, è dopo, è nella scalata ai posti più ambiti, alle carriere più prestigiose, che non riescono a rimanere alla pari.
Da molto tempo le donne sono pesantemente inserite nel mondo della sanità, o anche dei servizi avanzati, ma quanti primari, quanti CEO di banche e grandi imprese sono di sesso femminile?
Nessun complotto, nessuna congiura degli uomini contro le donne, ma quello che emerge ancora una volta è una pessima organizzazione del nostro welfare, così distorto e sbilanciato, che trascura ed è altamente inefficiente verso le lavoratrici 30enni che vogliono diventare madri, costrette a sacrificare carriera e di conseguenza possibili progressi di stipendio

È un dato che fa male a tutta l’Italia, perchè vuol dire privarsi di una larga parte di classe dirigente possibile, restringendo la scelta ai soliti.

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