Pausini, Vasco, Zilli e gli altri: perché i cantanti italiani si vestono male

Dopo i fasti degli anni 60-80 il divorzio tra moda e musica ha generato mostri, mise improbabili e disastri sartoriali. Colpa di una scena musicale povera, sia come fatturato che come contenuti

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Rodrigo Varela/Getty Images

3 Gennaio Gen 2017 1205 03 gennaio 2017 3 Gennaio 2017 - 12:05

Storicamente in Italia il rapporto tra moda e musica è sempre stato ottimo. Tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta quando musica e televisione erano il regno dello stile (basta ricordare il mitico Milleluci) Corrado Colabucci costruiva da zero l’immagine di pezzi da novanta come Mina o la Carrà partendo dalle fondamenta, riflettendo cioè sul tipo di fisico, sulla “persona” discografica e televisiva, confrontandosi costantemente con regista e direttore della fotografia rendendo ogni personaggio riconoscibile attraverso uno stile preciso che coincideva con la sostanza di ciò che cantava. In questo modo le esagerate spalline della Carrà o l’eleganza borghese sopra le righe di Mina hanno contribuito in maniera sostanziale a rendere i due personaggi molto più che famosi, iconici.

I sempre troppo vituperati anni Ottanta hanno avvicinato ulteriormente moda e musica creando collaborazioni leggendarie come quella tra Ornella Vanoni o Patty Pravo e Gianni Versace, tra Anna Oxa e Alberta Ferretti o Gucci o Cavalli, tra Giuni Russo e Ferrè, tra Fiorella Mannoia e Romeo Gigli. In ognuno di questi casi la fusione tra identità dell’artista e look di scena è stato talmente profondo da diventare un’affilatissima arma di comunicazione che arrivava, attraverso la televisione e i video, ben prima delle canzoni.
Poi, tanto lentamente quanto disgraziatamente, le strade dell’industria discografica italiana e della moda si sono divise e il risultato sono i look da matrimonio di Laura Pausini (targati indifferentemente Armani, Philippe Plein o Byblos), il raffazzonatismo vagamente provinciale di Elisa, la svogliataggine trash di Noemi, il buonismo estetico di Giorgia o il trash tout court di Loredana Bertè.

Le strade dell’industria discografica italiana e della moda si sono divise e il risultato sono i look da matrimonio di Laura Pausini (targati indifferentemente Armani, Philippe Plein o Byblos), il raffazzonatismo vagamente provinciale di Elisa, la svogliataggine trash di Noemi, il buonismo estetico di Giorgia o il trash tout court di Loredana Bertè

Emma Marrone per la sua conduzione al Festival di Sanremo non solo è stata costretta a comprarsi i vestiti pagandoli di tasca propria dopo il rifiuto di tutti gli stilisti a vestirla, ma ha anche scatenato le reazioni violente sia di Dolce & Gabbana che di Gucci che si sono dissociati pubblicamente dalle sue scelte.
Tutto il mercato discografico italiano vale 148 milioni di Euro (dato del 2015) mentre, tanto per fare un paragone, quello francese a parità di popolazione ne vale più di 600. Oltre a questo esiste un problema di qualità: mediamente in Italia si ascolta un pop scadente che anche visivamente è legato a schemi estetici vecchi e la scena musicale indipendente è talmente nascosta da essere praticamente invisibile, essendo invece il luogo privilegiato di incontro tra moda e musica. Di PJ Harvey italiane non ne esiste neanche mezza ma non esiste neanche la percezione che l’aspetto dell’immagine, più di altri, renda dilettantistica quasi tutta la nostra produzione musicale, compresa quella d’autore. Laura Pausini, Vasco Rossi, i Baustelle, il Teatro degli Orrori, Malika Ayane o Nina Zilli si vestono tutti tremendamente male e non sembrano accorgersene. E per questo gli stilisti italiani, che per necessità hanno orizzonti internazionali, ne stanno il più lontano possibile.

Secondo Diego Quaglia, direttore artistico di Sony Italia, «Esistono due problemi principali che riguardano il rapporto tra musica e moda in Italia: il primo è la poca internazionalizzazione dei nostri cantanti che non essendo spinti a confrontarsi con dinamiche e mercati esteri soffrono di una forma di chiusura che a volte è vicina al provincialismo, il secondo è un problema strettamente economico che riguarda un mercato piccolo in termini di numeri che spesso non ha le risorse per occuparsi anche di questa parte del management dell’artista». Quando non esiste un sistema forte che abbia prima di tutto una spinta culturale e poi economica l’iniziativa viene lasciata ai singoli artisti che sono spesso incapaci, per mancanza di esperienza o per eccesso di presunzione, di gestire una parte fondamentale del loro lavoro come quella della comunicazione visiva.

Quando non esiste un sistema forte che abbia prima di tutto una spinta culturale e poi economica l’iniziativa viene lasciata ai singoli artisti che sono spesso incapaci, per mancanza di esperienza o per eccesso di presunzione, di gestire una parte fondamentale del loro lavoro come quella della comunicazione visiva

Esempio positivo è X Factor, arcinoto talent show di Sky, che da quando è uscito dalle mani romane di mamma Rai è diventato la dimostrazione che scenografie e costumi possono contribuire in maniera sostanziale a delineare nel giro di pochissime puntate i caratteri dei partecipanti. Al contrario di Amici che crede ancora all’uniforme maoista, i cantanti di X Factor vengono aiutati, per non dire costretti, da un team di professionisti ad adeguare il modo in cui si vestono al loro stile musicale. Il problema è che poi questa miracolosa interconnessione tra scenografi, stylist, make-up artist, parrucchieri e giovani ugole si disperde nel vento non appena i talentuosi giovincelli escono dall’arena fatata.

La soluzione al dilettantismo non sono mai i soldi (che caso mai ne sono un effetto) ma è la costruzione di un sistema di dialogo tra due mondi che semplicemente in Italia non si conoscono. Né Beyoncè, ne Florence Welch, né Bjork, né i Phoenix o i Bat for Lashes esisterebbero se non ci fossero dietro progetti che mettono la parte musicale e quella visiva sullo stesso piano e se non ci fossero discografici, manager, stylist che si conoscono, si frequentano, si parlano e si stimano. Cosa che avviene sia che ci siano soldi, sia che non ci siano.

In fondo moda e discografia in Italia soffrono dello stesso tipo di problema: mancanza di un approccio sistemico, qualità media bassa nel tentativo di essere commerciali, poca innovazione, poca stima e attenzione da parte delle istituzioni. Ci sono i presupposti per una santa e esplosiva alleanza.

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