Obiettivo KirillIl problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin

Funzionano. Ma in molti casi Mosca riesce a prepararsi perché sa con largo anticipo chi sarà colpito e come, grazie ad alcuni Stati membri e a un elemento fondamentale delle democrazie, la libertà di stampa

AP/LaPresse

Tre settimane fa, quando il nome di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa russa, è comparso nelle anticipazioni di Euronews su un nuovo pacchetto di sanzioni europee, la notizia era ancora sospesa tra indiscrezione diplomatica e test politico. Oggi quel passaggio si è trasformato, come ha rivelato sempre Euronews, in un elemento del 21° pacchetto sanzionatorio dell’Unione europea contro la Russia: un insieme ampio e strutturato di misure che colpisce banche, reti crypto, attori energetici e infrastrutture finanziarie legate all’evasione delle restrizioni.

Il fatto che Kirill sia entrato nel perimetro delle sanzioni non è un dettaglio marginale. È un caso emblematico della natura ormai consolidata del regime sanzionatorio europeo: una macchina sempre più estesa e sofisticata, ma anche sempre più visibile mentre si costruisce.

Il nuovo pacchetto, presentato dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante, prevede misure contro circa 170 individui ed entità, con un impatto particolarmente significativo sul settore bancario russo e sulle reti finanziarie alternative, incluse piattaforme crypto e soggetti in Paesi terzi coinvolti nell’aggiramento delle restrizioni. È, nelle parole della Commissione, un ulteriore passo nella strategia di «erosione progressiva della capacità russa di finanziare la guerra».

È anche qui che si inserisce il punto politico più rilevante.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto, ha ribadito che le sanzioni europee stanno producendo l’effetto atteso: colpire in modo strutturale la capacità economica e finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. L’obiettivo non è un singolo shock, ma un logoramento cumulativo, che agisce su banche, energia, tecnologie dual use e infrastrutture finanziarie globali. Il sistema sanzionatorio non è dunque un gesto politico simbolico, ma una strategia di lungo periodo. Ed è proprio questa natura sistemica a costituirne la forza.

Eppure, proprio questa stessa struttura contiene una contraddizione meno discussa: la sua crescente prevedibilità.

Il ritorno del nome di Kirill è in questo senso paradigmatico. Il Patriarca era già stato oggetto di tentativi di sanzioni nel 2022, bloccati allora dal veto ungherese, e la sua figura era rimasta per anni un punto sensibile del confronto intra-europeo. La sua inclusione odierna non arriva in un vuoto informativo, ma al termine di settimane di anticipazioni, negoziati tra capitali, posizionamenti pubblici e indiscrezioni diplomatiche. Euronews aveva già segnalato la riemersione del suo nome nella lista in discussione tre settimane fa, in una fase in cui il pacchetto era ancora oggetto di negoziazione tra gli Stati membri. Questo tipo di dinamica non è un’eccezione. È ormai parte integrante del processo sanzionatorio europeo.

Secondo fonti diplomatiche della Commissione europea a conoscenza del dossier, uno dei problemi ricorrenti del sistema sanzionatorio è che Mosca riesce spesso a ottenere un preavviso significativo sulle misure in preparazione. Questo avviene per due ragioni principali.

La prima è strutturale. Il processo decisionale europeo – basato su consultazioni tra 27 Stati membri, necessità di unanimità e costante interazione con il dibattito pubblico – produce inevitabilmente un elevato grado di esposizione informativa. Indiscrezioni, posizionamenti nazionali e copertura mediatica finiscono per rendere progressivamente leggibile l’orientamento delle misure già durante la fase negoziale. È un fenomeno che, in filigrana, era già stato colto nell’Ottocento da Astolphe de Custine, quando descriveva, nelle sue “Lettera della Russia” (Adelphi) l’asimmetria tra un’Europa «che cammina in piena luce» e una Russia che «avanza al sicuro», protetta dalla segretezza delle proprie decisioni.

La seconda ragione riguarda invece la dimensione politica interna dell’Unione. In passato, contatti diretti o indiretti tra rappresentanti di Stati membri e la diplomazia russa hanno alimentato il sospetto che la riservatezza del processo non sia uniforme. Episodi e interlocuzioni note tra esponenti politici europei e Mosca – come nel caso dell’allora ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e l’omologo russo Sergey Lavrov – hanno contribuito a rafforzare questa percezione.

Il risultato, secondo le stesse fonti, è che la Russia non si limita a subire le sanzioni: spesso è in grado di anticiparne la logica e adattarsi in anticipo.

Questo vantaggio temporale non annulla l’impatto delle sanzioni, ma ne modifica la natura. Mosca ha progressivamente sviluppato un ecosistema di adattamento che include la riallocazione preventiva degli asset finanziari, l’uso di circuiti bancari secondari, l’intermediazione attraverso Paesi terzi e l’espansione di reti commerciali alternative per aggirare le restrizioni su energia, tecnologia e componentistica. È una forma di resilienza che non elimina il costo delle sanzioni, ma ne attenua lo shock iniziale, trasformandolo in una pressione più graduale e distribuita nel tempo.

Il punto, allora, non è stabilire se le sanzioni funzionino o meno. La risposta politica della Commissione è chiara: funzionano, e lo fanno proprio perché sono cumulative, multilivello e sempre più invasive. Il paradosso è un altro: il sistema sanzionatorio europeo è efficace anche perché è pubblico, negoziato e trasparente. Ma questa stessa trasparenza lo rende, in una certa misura, prevedibile.

Kirill, in questo senso, non è un caso isolato. È un sintomo. Il sintomo di un’architettura politica in cui la forza delle democrazie europee – la discussione pubblica, il pluralismo, la necessità del consenso – diventa anche il punto attraverso cui l’avversario può intravedere la direzione del colpo prima che venga sferrato.

Non è una debolezza nuova. È una tensione antica. E, come ricordava Custine quasi due secoli fa, è proprio in questa asimmetria tra luce e ombra che si gioca una parte essenziale della competizione politica tra Europa e Russia.

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