Biogas: c'è chi produce cibo per bruciarlo

È più facile produrre cibo da usare come combustibile per ottenere energia che recuperare gli scarti biologici. Ora una bozza di legge cerca di metterci una toppa

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9 Gennaio Gen 2017 1416 09 gennaio 2017 9 Gennaio 2017 - 14:16
Tendenze Online

Produrre cibo per bruciarlo. Con l’aumento della povertà e della popolazione mondiale sembra una idea folle, ma è quanto è avvenuto sempre più spesso nei campi coltivati del nostro Paese, dove la crisi economica ha spinto numerosi agricoltori a investire sulla produzione di biogas (e questo è un bene) ma anche a trovare scappatoie che permettono di accedere a incentivi generosi e mal calibrati sfruttando le lacune della legislazione vigente.

In dieci anni sono decuplicati gli impianti di biogas: le apparecchiature che trasformano in gas combustibili le biomasse, ovvero i residui organici provenienti dagli scarti vegetali e animali prodotti dalle aziende agricole e zootecniche.

Questi impianti possono essere alimentati da sfalci e sottoprodotti vegetali di ogni tipo, dalle deiezioni degli animali, dalle loro carcasse e dagli scarti delle lavorazioni delle loro carni, da prodotti alimentari deperiti o scaduti. Le biomasse, inserite in silos ermetici, vengono sottoposte a digestione anaerobica da parte di micoorganismi metanigeni. In questo modo, non solo si eliminano dei rifiuti difficilmente smaltibili, ma – seppure con una resa decisamente bassa rispetto ad altre tecnologie più avanzate – si produce energia sotto forma di biocombustibili gassosi, principalmente costituiti per metà da metano e per metà da anidride carbonica. La miscela gassosa viene poi introdotta in un motore che, collegato a una dinamo, genera energia elettrica.

L’anidride carbonica prodotta dal processo è la stessa che era stata fissata dalle piante o mangiata dagli animali che se ne erano nutriti. Un ulteriore vantaggio è che così si impedisce la diffusione nella troposfera del metano emesso naturalmente dalla decomposizione delle stesse biomasse all’aperto. L’anidride carbonica ed il metano sono, come noto, i due principali gas serra responsabili del cambiamento climatico.

Da una analisi del Consorzio Italiano Biogas è risultato che più della metà degli impianti che accedono agli incentivi attuali utilizza una quota di mais al loro interno

Il guaio è che si possono utilizzare anche colture, come il mais, appositamente coltivate proprio per diventare biomassa. Per giunta, costa meno alimentare gli impianti in questo modo piuttosto che affrontare le spese per la raccolta, la purificazione e la preparazione delle biomasse di scarto elencate prima.

Da una analisi del Consorzio Italiano Biogas è risultato che più della metà degli impianti che accedono agli incentivi attuali utilizza una quota di mais al loro interno, e di questi, uno su nove utilizza mais come unica alimentazione. Inoltre, la maggior parte degli impianti ha una potenza nominale poco al di sotto di 1 MegaWatt elettrico. Guarda caso, secondo la legge in vigore, gli impianti di potenza inferiore al MegaWatt hanno diritto a ricevere 28 centesimi per ogni KiloWatt prodotto: ben tre volte quello che si paga per l’energia prodotta normalmente. Invece, con l’aumento della produzione elettrica, si passa al sistema dei certificati verdi agricoli lanciati con la finanziaria 2008.

L’università di Padova ha calcolato che, in questo modo, ogni anno oltre mezzo milione di tonnellate di mais coltivato nello Stivale non viene utilizzato per l’alimentazione umana o animale ma se ne va in fumo per permettere di sfruttare incentivi che avrebbero l’intento di promuovere un’economia energetica più sostenibile e limitare i gas-serra.

Come se non bastasse, la monocoltura a mais che viene così incentivata, impoverisce i terreni rendendo necessario l’uso di concimi chimici costosi e spesso non completamente innocui per l’ambiente. Infine, chi produce energia con questo trucco può permettersi di pagare affitti più alti per i terreni coltivabili, danneggiando così gli agricoltori che usano la terra in modo eticamente più corretto. Il bello è che era tutto legale.

Una parziale toppa è stata messa con il decreto del 10 ottobre 2014, che ha identificato e premiato come “biocarburanti avanzati” quelli che provengono da biomasse di scarto: rifiuti agricoli, urbani o industriali non riutilizzabili per l’alimentazione animale. Anche alghe se coltivate su terra in stagni o in fotobioreattori.

Una parziale toppa è stata messa con il decreto del 10 ottobre 2014, che ha identificato e premiato come “biocarburanti avanzati” quelli che provengono da biomasse di scarto. Il governo italiano si è messo al lavoro per riscrivere completamente la legge sul biometano ed i biocarburanti. La bozza del nuovo decreto è in lavorazione

Ma il governo italiano si è messo al lavoro per riscrivere completamente la legge sul biometano ed i biocarburanti. Dopo tre anni, infatti, è risultato evidente che il decreto Modalità di incentivazione del biometano immesso nella rete del gas naturale del 5 dicembre 2013 “non ha sortito significative realizzazioni di impianti di produzione di biometano” e non ha portato ai risultati previsti, azzoppato da ritardi e ostacoli tecnici, ma soprattutto dai trucchi che hanno vanificato l’efficacia degli incentivi statali.

Pertanto, il Ministero per lo Sviluppo Economico ha aperto la consultazione pubblica - fino al 13 gennaio - sulla bozza del nuovo Decreto per utilizzo del biometano e dei biocarburanti compresi quelli avanzati.

La bozza ha finora accolto molte delle proposte avanzate dalle associazioni aderenti alla Piattaforma tecnologica nazionale sul biometano: un coordinamento tra le rappresentanze del mondo agricolo, delle imprese del riciclo organico, dell’industria del gas e delle utilities e delle associazioni ambientaliste. Della Piattaforma fanno parte: Consorzio Italiano Biogas, Consorzio Italiano Compostatori, Anigas, Assogasmetano, Comitato Tecnico Scientifico di Ecomondo, Confagricoltura, Fise-Assoambiente, Legambiente, Ngv Italy, Utilitalia e Fiera di Rimini.

Questa nuova azione legislativa ha anche una seconda motivazione: il nostro Paese, nel frattempo, ha già superato gli obiettivi minimi che l’Unione Europea ci impone di raggiungere entro il 2020 in materia di fonti rinnovabili complessive e di fonti elettriche, mentre resta in forte ritardo sui traguardi previsti per l’uso di fonti rinnovabili nel settore dei trasporti. Per questo, il biometano immesso nella rete del gas naturale destinato ai trasporti sarà incentivato col rilascio di Certificati di Immissione in Consumo (CIC) per la durata di 20 anni. Naturalmente, sarà necessario riconvertire gli impianti a biogas inserendo uno stadio di cattura dell’anidride carbonica per poter poi produrre biometano utilizzabile per l’autotrazione.

Infine, per i carburanti avanzati diversi dal biometano, viene riconosciuto al produttore stesso il valore dei corrispondenti CIC ma rivalutati a 375,00 euro per certificato.

Le potenzialità per la produzione di biometano in Italia sono molto alte perché il nostro Paese è al secondo posto in Europa per la produzione di biogas con 1500 impianti e una potenza installata di 1200 MW, dei quali circa l’80% proviene dal mondo agricolo. Ora questi impianti potranno finalmente essere dedicati alla produzione di biometano per autotrazione impiegando reflui e scarti e risparmiando le colture ed i terreni destinati all’alimentazione.

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