Resa totaleConte detta la linea politica, e Schlein si accoda al leader del campo largo

Nella triste piazzetta di Napoli è andata in scena la definitiva sottomissione del Pd alla linea del capo populista. Così il candidato alle elezioni politiche non può che essere lui

Il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, 61 anni / LaPresse

La triste piazzetta di Napoli ha segnato un decisivo passo avanti per Giuseppe Conte. Il cui segno sul messaggio del campo largo è ormai inscalfibile come quello di Zorro quando lascia la “Z” al suo passaggio.

Forse Elly Schlein non condivide in pieno il putinismo dell’avvocato («La Russia non è un problema ») ma stando sempre zitta non lo ostacola. E il silenzio a volte vale più di mille discorsi. Non vuole, la leader dem, litigare con l’alleato principale ma così vanifica il suo ruolo.

Il risultato è che Conte guida, il Pd monta i palchi, porta le sedie, attacca i manifesti, mentre dovrebbe dire qualcosa, qualcosa di “nazionale”, sfidando i messaggi populisti, rizzando la schiena al passaggio dei corifei demagoghi, rendendosi credibili come forza di governo. Così viene da chiedersi perché, con un piattaforma “contiana”, non si debba proprio scegliere Conte come candidato premier. Sarebbe logico.

Per questo la segretaria del Pd, assecondando l’egemonia del capo del M5S, si dà la zappa sui piedi. Se continua così, lei non avrà un profilo marcato. Lui invece sì. E ha già più appeal di lei. Questa situazione è catastrofica per tutto il partito.

Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, riformista dem, ha dato un giudizio positivo sul vertice Nato di Ankara («Viste le premesse possiamo tirare un sospiro di sollievo»). In effetti, si sono confermati gli aiuti all’Ucraina e si è rafforzato l’impegno per una nuova Nato a maggiore trazione europea.

Nelle stesse ore Schlein, Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli invece giuravano che stracceranno quegli accordi presi nella capitale turca. Ora, questo non è pluralismo. Perché su queste cose non si scherza. In passato, per molto meno una minoranza sarebbe uscita dal partito: ma i riformisti dem dicono che non è il caso perché non si vuole mollare il Pd alla deriva gruppettara di questo gruppo dirigente (va precisato che i gruppettari più seri erano meglio di questi dirigenti del Nazareno).

Così, il partito che fu di Prodi e Veltroni si accuccia ai piedi di Conte. Pier Luigi Bersani, che storicamente porta la responsabilità di avere per primo dato credito al M5S, al confronto di Elly era fermo come un Napoleone. Con Matteo Renzi la distanza con i grillini divenne massima, quando il centrosinistra era il vero e unico avversario del populismo: oggi sembra che lui se ne sia un po’ dimenticato.

Poi tra alti e bassi si è giunti alla resa totale. Alla sostanziale unificazione del messaggio: no armi, più soldi alla “gente”. La manifestazioncina di Napoli verrà ricordata per le frasi dell’avvocato sulla Russia che non costituisce un problema e per la paradossale contestazione degli estremisti. Schlein non pervenuta. Ma soprattutto si rammenterà la magnifica battuta di Fratoianni: «Vinceremo malgrado noi». Forse la previsione si rivelerà sbagliata ma in quel “malgrado noi” c’è tutto il dramma della sinistra italiana.

X